Ardengo Soffici, tre poesie commentate

Ardengo_SofficiArdengo Soffici (1879-1964), più che un futurista vero e proprio, può essere considerato, come dice nel suo saggio Pier Vincenzo Mengaldo, «un Apollinaire italiano in formato ridotto». A Parigi subisce il fascino e l’influenza della poesia di Apollinaire. Dal soggiorno parigino Soffici deriverà gli ingredienti principali della sua poetica della simultaneità. Da Marinetti coglie la precettistica delle parole in libertà e la tecnica dell’analogia, da Apollinaire l’assenza di punteggiatura, l’ariosità della versificazione, dalla pittura cubo-futurista gli accostamenti fantastici e dal nuovo cinema lo scorrere rapido e continuo delle immagini.
Soffici usa con estrema disinvoltura un accentuato plurilinguismo, che va dai francesismi ai toscanismi, crea quella miscela della sua poetica che attinge da quanto si veniva facendo a Parigi, alle intuizioni del futurismo. Una poetica che è stata chiamata della simultaneità spaziale e temporale.
Rientrato in Italia nel 1911, visita una mostra di opere futuriste a Milano riportandone, come egli stesso dice, una “delusione sdegnosa” che manifesta in un articolo di critica su La Voce. La reazione dei futuristi è violenta. Marinetti, Russolo, Boccioni e Carrà, raggiungono Soffici a Firenze mentre siede al caffè delle “Giubbe Rosse” in compagnia di Prezzolini e Rosso. Boccioni schiaffeggia Soffici e dalla reazione di questi e dei suoi amici nasce una rissa furibonda, sedata da un commissario di Polizia. Il tumulto si rinnova la notte seguente alla stazione di Santa Maria Novella, quando Soffici e i suoi amici Prezzolini, Slataper e Papini, vogliono rendere la pariglia ai futuristi in partenza per Milano. Lo scontro causerà grande clamore sulla stampa e ottima pubblicità per entrambe le fazioni. La riconciliazione con i futuristi avverrà più tardi, grazie alla mediazione dell’amico Aldo Palazzeschi. (Giorgio Linguaglossa)

Opere di poesia:
Bif& ZF + 18 = Simultaneità – Chimismi lirici , Edizioni della “Voce”, Firenze 1915
Elegia dell’Ambra, Firenze 1927
Marsia e Apollo, Vallecchi, Firenze 1938
Thréne pour Guillame Apollinaire, Milano 1927

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VIA

Palazzeschi eravamo tre
Noi due e l’amica ironia
A braccetto per quella via
Così nostra alle ventitré

Il nome chi lo ricorda
Dalle parti di San Gervasio
Silvio Pellico o Metastasio
C’era sull’angolo in blu

Mi ricordo però del resto
L’ombra d’oro sulle facciate
Qualche raggio nelle vetrate
Agiatezza e onorabilità

Tutto nuovo le lastre azzurre
Del marciapiede annaffiato
Le persiane verdi il selciato
I lampioni color caffè

Giardini disinfettati
Canarini ai secondi piani
Droghieri barbieri ortolani
Un signore che guardava in su

Un altro seduto al balcone
Calvo che leggeva il giornale
Tra i gerani del davanzale
Una bambinaia col bebé

Un fiacchere fermo a una porta
Col fiaccheraio assopito
Un can barbone fiorito
Di seta che ci annusò

Un sottotenente lucente
Bello sulla bicicletta
Monocolo e sigaretta,
Due preti una vecchia e un lacchè

Che bella vita dicesti
Ammogliati una decorazione
Qui tra queste brave persone
I modelli della città

Che bella vita fratello
E io sarei stato d’accordo
Ma un organetto un po’ sordo
Si mise a cantare Ohi Marì

E fummo quattro oramai
A braccetto per quella via
Peccato La malinconia
S’era invitata da sé

(«Lacerba», 15 luglio 1913, poi in Intermezzo)

1) Chiamando espressamente in causa Aldo Palazzeschi, il testo non impone al proprio statuto espressivo, più o meno deliberatamente, un duplice, incrociato modello di riferimento palazzeschiano? Alludo non soltanto, su base tematico-strutturale – compresa l’autorizzata modalità dialogica! – alla bellissima poesia-collage Passeggiata di Palazzeschi presente nell’Incendiario 1913, ma anche alla celebre lirica-autoritratto Chi sono?, apparsa per la prima volta in Poemi nel 1909 e riproposta dal suo autore in quella stessa seconda edizione dell’Incendiario (uscita, per la precisione, nell’aprile del 1913). Pare davvero farlo con l’adottare speculari soluzioni rimiche d’apertura e di chiusura in -ia, che prevedono in particolare via rimante rispettivamente con ironia e con malinconia. La poesia di Palazzeschi risulta infatti giocata su una forte dorsale rimica costituita dal replicato mia, da follìa, il perfettamente concordante malinconìa e nostalgìa. Vedo, controllando, che nella sua nota al testo del «Meridiano» di Tutte le poesie di Palazzeschi Adele Dei autorizza quest’ultima ipotesi e ricorda, a conferma delle nostre ipotesi, che proprio puntando su Chi sono? Soffici parlava di Poemi in un suo articolo coevo.

2) Oltre ad ottimamente fotografare per via dialogico-narrativa l’oscillazione costitutiva tra «buffo» e «malinconico» che anche il Palazzeschi avanguardista compiutamente pervenuto al comico portava con sé, il testo non prelude già, nel suo finale su base per così dire dissociativa («E io sarei stato d’accordo…»), a quel «ritorno all’ordine» che nel dopoguerra investirà potentemente su scala europea i vari contesti nazionali venuto dopo l’avventura primonovecentesca? «Ritorno all’ordine»o «rappel à l’ordre» che dir si voglia, di cui Ardengo Soffici com’è noto, con ben altra rilevanza rappresentativa di tipo ideologico rispetto a Palazzeschi, sarà di lì a poco figura centrale nelle vicende culturali, letterarie e artistiche, italiane. (Marco Marchi)

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ARCOBALENO

Inzuppa 7 pennelli nel tuo cuore di 36 anni finiti ieri 7 aprile
E rallumina il viso disfatto delle antiche stagioni
Tu hai cavalcato la vita come le sirene nichelate dei caroselli da fiera
In giro
Da una città all’altra di filosofia in delirio
D’amore in passione di regalità in miseria
Non c’è chiesa cinematografo redazione o taverna che tu
non conosca
Tu hai dormito nel letto d’ogni famiglia
Ci sarebbe da fare un carnevale
Di tutti i dolori
Dimenticati con l’ombrello nei caffè d’Europa
Partiti tra il fumo coi fazzoletti negli sleeping-cars diretti al
nord al sud
Paesi ore
Ci sono delle voci che accompagnan pertutto come la luna e
i cani
Ma anche il fischio di una ciminiera
Che rimescola i colori del mattino
E dei sogni
Non si dimentica né il profumo di certe notti affogate nelle
ascelle di topazio
Queste fredde giunchiglie che ho sulla tavola accanto all’inchiostro
Eran dipinte sui muri della camera n.19 nell’Hotel
des Anglais a Rouen
Un treno passeggiava sul quai notturno
Sotto la nostra finestra
Decapitando i riflessi delle lanterne versicolori
Tra le botti del vino di Sicilia
E la Senna era un giardino di bandiere infiammate
Non c’è più tempo
È un verme crepuscolare che si raggricchia in una goccia
di fosforo
Ogni cosa è presente
Come nel 1902 tu sei a Parigi in una soffitta
Coperto da 35 centimetri quadri di cielo
Liquefatto nel vetro dell’abbaino
La Ville t’offre ancora ogni mattina
Il bouquet fiorito dello Square de Cluny
Dal boulevard Saint-Germain scoppiante di trams e d’autobus
Arriva la sera a queste campagne la voce briaca della
giornalaia
Di rue de la Harpe
“Pari-curses” “l’Intransigeant” “la Presse”
Il negozio di Chaussures Raoul fa sempre concorrenza alle
stelle
E mi accarezzo le mani tutte intrise dei liquori del tramonto
Come quando pensavo al suicidio vicino alla casa di
Rigoletto
Si caro
L’uomo più fortunato è colui che sa vivere nella contingenza
al pari dei fiori
Guarda il signore che passa
E accende il sigaro orgoglioso della sua forza virile
Ricuperata nelle quarte pagine dei quotidiani
O quel soldato di cavalleria galoppante nell’indaco della
caserma
Con una ciocchetta di lillà fra i denti
L’eternità splende in un volo di mosca
Metti l’uno accanto all’altro i colori dei tuoi occhi
Disegna il tuo arco
La storia è fuggevole come un saluto alla stazione
E l’automobile tricolore del sole batte sempre più invano
il suo record fra i vecchi macchinari del cosmo
Tu ti ricordi insieme ad un bacio seminato nel buio
Una vetrina di libraio tedesco Avenue de l’Opera
E la capra che brucava le ginestre
Sulle ruine della scala del palazzo di Dario a Persepoli
Basta guardarsi intorno
E scriver come si sogna
Per rianimare il volto della nostra gioia
Ricordo tutti i climi che si sono carezzati alla mia
pelle d’amore
Tutti i paesi e civiltà
Raggianti al mio desiderio
Nevi
Mari gialli
Gongs
Carovane
Il carminio di Bombay e l’oro bruciato dell’Iran
Ne porto un geroglifico sull’ala nera
Anima girasole il fenomeno converge in questo centro di danza
Ma il canto più bello è ancora quello dei sensi nudi
Silenzio musica meridiana
Qui e nel mondo poesia circolare
L’oggi si sposa col sempre
Nel diadema dell’iride che s’alza
Siedo alla mia tavola e fumo e guardo
Ecco una foglia giovane che trilla nel verziere difaccia
I bianchi colombi volteggiano per l’aria come lettere
d’amore buttate dalla finestra
Conosco il simbolo la cifra il legame
Elettrico
La simpatia delle cose lontane
Ma ci vorrebbero della frutta delle luci e delle moltitudini
Per tendere il festone miracolo di questa pasqua
il giorno si sprofonda nella conca scarlatta dell’estate
E non ci son più parole
Per il ponte di fuoco e di gemme
Giovinezza tu passerai come tutto finisce al teatro
Tant pis Mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches

Strabiliante esempio di maneggiamento dello stile comico-gnomico, dello stile da collage e della citazione topografica, dello shifter, cioè dello scambio e dello scarto delle immagini, dello scalinamento delle immagini, e del verso libero, lunghissimo e cortissimo. Poesia divertissement, poesia come illusionismo di velocità e di trucchi, iperbolismi, francesismi e paroliberismi. (Giorgio Linguaglossa)


AEROPLANO

Mulinello di luce nella sterminata freschezza zona elastica della morte
Crivello d’oro girandola di vetri venti e colori
Si respira il peso grasso del sole
Con l’ala aperta W Spezia 37 sulla libertà
La terra ah!case parole città
Agricoltura e commercio amori lacrime suoni
Fiori bevande di fuoco e zucchero
Vita sparsa in giro come un bucato
Non c’è più che una sfera di cristallo carica di silenzio
esplosivo enfin
Oggi si vola!
C’è un allegria più forte del vino della Rufina con l’etichetta del 1811
E’ il ricordo del nostro indirizzo scritto sul tappeto del mondo
La cronaca dei giornali del mattino e della sera
Gli amici le amanti e perpetuità il pensiero strascinato
nei libri
E le mille promesse
Cambiali in giro laggiù nella polvere e gli sputi
Fino alla bancarotta fraudolenta fatale per tutti
Stringo il volante con mano d’aria
Premo la valvola con la scarpa di cielo
Frrrrrr frrrrrr affogo nel turchino ghimè
Mangio triangoli di turchino di mammola
Fette d’azzurro
Ingollo bocks di turchino cobalto
Celeste di lapislazzuli
Celeste blu celeste chiaro celestino
Blu di Prussia celeste cupo celeste lumiera
Mi sprofondo in un imbuto di paradiso
Cristo aviatore era fatto per questa ascensione di gloria
poetico-militare-sportiva
Sugli angoli rettangolari di tela e d’acciaio
Il cubo nero è il pensiero del ritorno che cancello con
la mia lingua accesa e lo sguardo di gioia
Dal bianco quadrante dell’altimetro rotativo
Impennamento erotico fra i pavoni reali delle nuvole
Capofitto nelle stelle più grandi color rosa
Vol planè nello spazio-nulla

In questa poesia viene applicato il precetto della libera associazione di parole e di immagini in libertà infilate nel contesto tematico della velocità, tipicamente futurista, qui rappresentata emblematicamente dall’aeroplano nell’«impennamento erotico» eroico del suo volo a «capofitto nello spazio nulla». La composizione, tutta intessuta di modalità coloristiche, vuole dare al lettore la sensazione di freschezza, di ricchezza e di molteplicità del volo in aeroplano associata alle sensazioni di morte, di temerarietà, di ardimento e di rischio correlati al mito di Icaro al volo.

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2 commenti
  1. “Mulinello di luce nella sterminata freschezza zona elastica della morte”
    (…)
    “Frrrrrr frrrrrr affogo nel turchino ghimè
    Mangio triangoli di turchino di mammola
    Fette d’azzurro
    Ingollo bocks di turchino cobalto
    Celeste di lapislazzuli
    Celeste blu celeste chiaro celestino
    Blu di Prussia celeste cupo celeste lumiera
    Mi sprofondo in un imbuto di paradiso
    (…)
    Dal bianco quadrante dell’altimetro rotativo
    Impennamento erotico fra i pavoni reali delle nuvole
    Capofitto nelle stelle più grandi color rosa
    Vol planè nello spazio-nulla”

    Questo è il fascino vitale-superomistico e al tempo stesso mortale del volo in aeroplano, del volo in sé che inebriò Icaro e lo portò alla morte, che inebriò il Vate e tanti altri che lo imitavano, per loro fortuna non in modo tragico come accadde a Icaro.
    Tuttavia il “vol plané”, che è quasi un tuffo nell’aria verso il basso, seguito dallo “spazio-nulla” mi dà un suggestione di morte. Sfidare la morte è negli ideali di questi primi aviatori.

  2. Grande poeta di fantasia e virtuosismi, scampato dai pericoli del futurismo da cui fu toccato solo marginalmente. Andrebbe riscoperto e rivalutato ancor di più. Ironico come Palazzeschi, più tecnico di questi e meno malinconico, un po’ meno profondo.

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