Luigi Manzi “Fuorivia” letto da Giorgio Linguaglossa

FuoriviaLuigi Manzi, Fuorivia Ed. Ensemble, Roma 2013
Se leggiamo una poesia di Luigi Manzi tratta dal suo ultimo libro: Fuorivia, ci accorgiamo di quanto la sua poesia sia lontana dai concetti correnti di immediatezza, di soggettività, di reale, di poetico, di quanto sia estranea alla amministrazione da elettrodomestico qual è diventato oggi lo «stile» cosmopolitico oggi maggioritario che mesce e confonde il «privato» con la cronaca del privato, la cronaca nera con la cronaca rosa, magari con un quantum di eventi «pubblici». In questi esiti odierni della poesia contemporanea, il «soggetto» si è dissolto, diluito, è scomparso sostituito dal «privato» del soggetto. Nella poesia di Luigi Manzi si verifica una trasfigurazione dello Spirito del tempo in qualcosa che è al di là del «soggetto», qualcosa di irriconoscibile, quasi che a bordo della macchina del tempo gli abitanti del pianeta terra fossero stati precipitati in pieno medio evo. Leggiamo Manzi:

Torno dove un tempo ero già stato.

Da qui ti chiamo
senza voltarmi; vado incontro all’orizzonte
carico di nubi vorticose.
M’allontano fra le siepi del sambuco tormentato
dalla merla, carico di bacche sanguinose. Il passo
ci divide. Procedo cauto
fra le bisce che succiano i coralli lungo gli argini
e il ramarro disteso nel turchino
a occhi socchiusi.
Però tu in città salutami gli amici; raccontami
il livore di chi, lungo le strade,
cerca un rifugio disperato
alla piena che travalica i ponti, tracima
dalle caditoie. Dimmi di chi è rimasto
fra i meandri rugginosi;
o si muove guardingo sotto gli ovuli grigi delle cupole;
o nel bianco nitore dei fulmini,
che appaiono e dissolvono,
si contrae esterrefatto
dentro un fotogramma.

L’ultima parola è quella che dà la chiave del componimento: «fotogramma», ovvero, «immagine», riproduzione fotologica del “reale”. Dunque, la poesia è un discorso su un «fotogramma», discorso su una luce. Guardando dentro il «fotogramma» noi possiamo spiare quello che accade lì dentro: c’è un personaggio: l’io che cammina senza voltarsi indietro (ecco l’eterno mito di Orfeo che cammina ma non deve voltarsi altrimenti perderebbe per sempre Euridice!). Tutto il componimento è fatto da un susseguirsi di «immagini» collegate, immagini indirette che alludono a una natura sconvolta fin nelle fondamenta. La «natura» è passato mentre il presente è quello dove si muove l’io, il personaggio che guida la poesia verso la sua conclusione. L’io è Orfeo nelle vesti redivive dell’uomo contemporaneo che si muove nello spazio-tempo dell’Evo della Grande Recessione. Ebbene, il poeta romano si muove nell’orbita concettuale e imaginale della Grande Recessione; è come se nei quaranta anni precedenti di attività poetica si fosse addestrato per scrivere questo libro testamento rivolto ai contemporanei. E certo è che se leggiamo questo libro con gli occhiali del minimalismo saremmo costretti ad archiviarlo come un’operazione bizzarra e fuorivia, se lo leggessimo con quelli dell’esistenzialismo posticcio del corpo di moda oggi non capiremmo niente di questo libro; allora, occorrono altre coordinate concettuali e di poetica, occorre saper entrare in questa poesia con la dovuta circospezione con la quale si entra in un negozio di cristalli di Murano, in punta di piedi, facendo attenzione alle «chiavi» che il poeta dissemina nel libro qua e là, come segnali indicatori del faticoso cammino che il lettore deve intraprendere.
Noi non possiamo (e forse non ne abbiamo neanche il diritto) di chiedere al poeta maggiori lumi su quello che succede in città, «lungo le strade» di chi «cerca un rifugio disperato», più di questo il poeta non può dire, non ne ha il diritto, forse, o, molto più probabilmente, non reggerebbe la nominazione, pena la caduta nel retorico e nel banale. Qui si arresta il poeta, il quale chiede all’oscuro interlocutore: «Dimmi chi è rimasto» fra i vivi. Adesso è chiaro, è un dialogo che si svolge nell’oltretomba, sia il poeta che il suo interlocutore sono già morti. Siamo noi lettori che siamo morti insieme a loro. Ciò che resta di tutto il componimento, dei vivi e dei morti, è nient’altro che un «fotogramma». È tutto lì dentro.
In un altro componimento intitolato «L’ospite» c’è scritto:

Ti mozzeranno la lingua con un colpo,
la daranno in pasto alle larve senza lingua
per mutarla in altra lingua. Solo i dispersi
ti presteranno ascolto.
O coloro che in silenzio
procedono sul bordo.

saturno_006È chiaro che qui il poeta è consapevole di parlare in un’altra «lingua», che la «lingua» che lui parla la «mozzeranno» «con un colpo»: che non è ammessa, non è consentita, è una lingua straniera parlata da «coloro che in silenzio procedono sul bordo». Ma «bordo» di che cosa? Perché proprio il «bordo»? E in quale direzione procedere?. Ma sul «bordo» ci sono solo due direzioni: avanti e indietro, il futuro e il passato, mentre la poesia di Manzi è tutta inchiodata nel presente, in un presente astorico che vive sul «bordo» sottilissimo di ciò che si manifesta ad uno sguardo «trascendentale». Ma ciò che appare allo sguardo trascendentale è, appunto, inconoscibile e irriconoscibile:

Al mercato il giocoliere
pettina una scimmia lurida fra rossi pagliacci.
Di lato, la baldracca mostra la pancia al lenone
che titilla la catena d’oro
sul riquadro del petto. Un giovane indù
versa albicocche nel cesto,
poi lo solleva e se ne va.
Un rospo attraversa la piazza;
una rondine cuce e scuce
il cielo a zig-zag.
C’è odore d’acetilene nella cisterna;
gli operai con la testa che penzola
fanno luce sul fondo. Se si osserva bene,
il bimbetto che si sorregge allo sporto
ingoia il filo e riemette
un gomitolo.

C’è un «giocoliere (che) pettina una scimmia lurida fra rossi pagliacci», una «baldracca che mostra la pancia al lenone», etc. Sembra di guardare un quadro di Chagall dove al posto del violinista che vola per aria c’è un «giovane indù (che) versa albicocche nel cesto». La visionarietà di Manzi oscilla tra Chagall e Bosch, tra la deformazione cannibalica di volti e l’illibata freschezza della natura. Tra natura e cultura si è ormai scavato un solco non più redimibile, per Manzi siamo entrati nell’Evo della Recessione, dove la parola manca e la cosa si sottrae; e allora si tratta di andarla a snidare la parola con gli strumenti di un tempo: con la vanga e il piccone. Occorre ritornare infanti, perché solo così «il bimbetto… ingoia il filo e riemette un gomitolo»; e il gomitolo ci porterà fuori del Labirinto. Non è ancora venuto il momento del ritorno alla infanzia beata, l’uomo deve ancora percorrere la strada sterrata in salita. Il Moderno è un miraggio che si è dissolto come neve al sole.

Le gru osservano la città dall’alto;
sanguinano nel vespro,
come rosolio in un cucchiaio.

C’è sempre, nell’aria di «crepuscolo», una vista dall’alto (ma senza prospettiva) e una vista di fronte (ma senza profondità); c’è il panorama e il minuscolo dettaglio in rilievo, c’è l’arco temporale e l’attimo, c’è il truculento di visioni sanguigne e sanguinose e il candido di immagini attiche, delfiche; una terra chiamata «esarcato» disseminata di «colchici», «giusquiamo», «lemuri», «palissandri», «starne», il «falcocervo», il «fliocorno», «il fischio matematico del merlo», «fiori carnivori»: animali fantastici e uccelli dell’Evo Mediatico si scambiano segnali come i poeti si scambiano segnali su Marte. Ma il gomitolo è piuttosto il batacchio di un «giocoliere» che fa volare le cose su un fondale di cartolina o di cartapesta. E il tutto «ritorna nello specchio» dal quale, forse, un tempo lontano è venuto. È come se fossimo nel bel mezzo di una regressione totale dall’Aufklärung e ci ritrovassimo in una fiaba de-poetizzata che ci narra di quel che un tempo fu: «brividi di perle, barbagli di diamanti». (Giorgio Linguaglossa)

Aurelio Amendola Pietà di Michelangelo L’ECO

Raggiungimi dunque. Qui si tocca il cielo stellato
e il richiamo della ghiandaia pulsa ininterrotto.
A notte alta viene l’eco del cane forestiero
che al fondo delle valli insiste
e s’arrovella.

Forse sei in cammino. Ascolto il suono dei passi sul selciato
rimandati dall’andito.

Resto in attesa. Nel buio gelido risuona
il canto liquefatto del viandante che si ferma all’angolo
e al tuo somiglia; eppure tu sei altrove
e lui, per darmi ristoro,
a poco a poco s’addormenta, lascia che la melodia
si stemperi sulle labbra
e lenta
si disperda.

PRESAGIO

Il geco, la vipera, il falco sul combusto
altopiano. Il tabacco giace arricciato
sopra i teli di canapa. Ti parlo, anche se tu non ascolti
mentre ti muovi in silenzio sui colli
abrasi, senz’uve.

– L’afa occlude la bocca,
come un sasso. Nella radura il traliccio girevole
dell’acquedotto
pende sulla vasca in frantumi – Ma già il ramo fulvo
che sporge dal petto dell’acero, è il presagio
del tempo futuro. Così io mi rivedo nell’arbusto costretto
nell’interstizio del muro: ultimo rifugio
dove l’arida radica
si nutre di tufo.

NEPPURE

Neppure l’indizio breve d’un messaggio.
Nel perimetro deserto
tutti sono altrove. Nessuno ha lasciato
orma né traccia.

Eppure ciascuno è al suo posto,
dentro il proprio profilo. Possibile
che il bimbo
che trascina l’oca al guinzaglio sia scomparso persino
laddove è rimasto?

AFA

Tentenna il geranio. Nel bosco
la rana schiocca. Manca il respiro
nel deserto di zolfo.

Resto inerte – nell’afa –
a presidio del corpo. Non mi muovo.

Nell’incendio dell’aria,
la poiana ascende, colore di selce,
turbina nell’assalto.
Ha catturato se stessa,
e ora s’ingozza.

OHLALA’

Ohlalà, nella bocca rotonda
la bimba schiocca la lingua.

L’allampanato signore che suona il violino
si leva nell’andito buio: ha smesso
il brano della romanza.

Il marmoraro ha rifatto il filo al bulino. Il lattaio
ha ripreso il cammino.

La bimba,
fra le mani chiuse a conchiglia,
mostra un corvo.

L’OSPITE

Scrivi d’insonnie, di sonorità perdute.

Tu puoi ascoltare l’ortica e il caprifoglio
mentre crescono lungo i fossi; seguire di soppiatto
la lepre timida che salta nel cespuglio
o fissare la vipera prima dello scatto.
Eppure non ti è permesso entrare in città, se non
girovagare presso le mura;
essere l’ospite che mostra di sbieco
il suo lasciapassare.

Ti mozzeranno la lingua con un colpo,
la daranno in pasto alle larve senza lingua
per mutarla in altra lingua. Solo i dispersi.
ti presteranno ascolto.
O coloro che in silenzio
procedono sul bordo.

astratto con figura femminile di Giuseppe Pedota

astratto con figura femminile di Giuseppe Pedota

TORNO

Torno dove un tempo ero già stato. Da qui ti chiamo
senza voltarmi, vado incontro all’orizzonte
carico di nubi vorticose.
M’allontano fra le siepi del sambuco tormentato
dalla merla, carico di bacche sanguinose. Il passo
ci divide. Procedo cauto
fra le bisce che succiano i coralli lungo gli argini
e il ramarro disteso nel turchino
a occhi socchiusi.

Però tu in città salutami gli amici; raccontami
il livore di chi, lungo le strade,
cerca un rifugio disperato
alla piena che travalica i ponti, tracima
dalle caditoie. Dimmi di chi è rimasto
fra i meandri rugginosi;
o si muove guardingo sotto gli ovuli grigi delle cupole;
o nel bianco nitore dei fulmini,
che appaiono e dissolvono,
si contrae esterrefatto
dentro un fotogramma.

TORNANTI

Chiuse le imposte e salutato il firmamento, il custode
abbandona la soglia per risalire il sentiero
che in larghi tornanti
lo conduce alle serpi che dormono
nel cavo dei dirupi.

Lungo il viaggio notturno – puntigliosamente –
ha divelto gli aculei alle siepi,
accarezzato gli stecchi, fino a quando
è apparsa la capra fra le prime nebbie, a dargli cenno
con lo sguardo raggelato.

Intanto in cima alla roccia il cavallante osserva l’Orsa
nel cielo antelucano.

La sorveglia coi sospiri.

15 commenti
  1. Caro Giorgio, non conoscevo la poesia di Luigi Manzi e ne sono rimasto davvero colpito. L’idea che mi sono fatto leggendo questi versi, nonché i tuoi commenti illuminati, è quella di un mondo di sopravvissuti ad una catastrofe epocale, in cerca di sbocchi improbabili per una ricostruzione civile. Hai ragioni da vendere nel dire che “il Moderno è un miraggio che si è dissolto come neve al sole” e che “noi siamo entrati nell’Evo della Recessione”. La profezia di Foucault si è avverata e noi ci troviamo in una nuova Torre di Babele. Il collasso civile e linguistico è qui, intorno a noi. Ci siamo dentro fino al collo, ma non condivido il pensiero che non sia “ancora venuto il momento del ritorno all’infanzia beata”. Questo dipende solo da noi. Sta a noi, a ciascuno di noi, accelerare quel processo interiore, distruttivo e costruttivo nello stesso tempo, che può portarci fuori dallo stallo, verso la nascita di un nuovo mito e dunque di una nuova cultura. Perché questo avvenga è necessario cercare dentro noi stessi, scavando in quel silenzio, in quel vuoto mentale – di cui in altri modi parlano Wittgenstein e Heidegger – ben noto dalla notte dei tempi come antefatto o condizione indispensabile per lo scatenarsi di nuovi big-bang della creatività e della cultura. Io sinceramente non credo che tra natura e cultura si sia scavato un solco non più redimibile. Noi siamo terrestri, viviamo sulla terra e la nostra civiltà non può essere sgradita alla madre che ci ospita, dandoci tutto ciò che necessita per la nostra vita e per la nostra salute. Se così fosse, non ci sarebbe alcuna speranza e l’apocalisse sarebbe davvero una sentenza definitiva. No, io penso che non ci sia nulla di definitivo, mai. Credo nella mutevolezza, nella cangianza, nella metamorfosi, nella palingenesi e in fondo nella ciclicità perenne della vita. Ma indubbiamente per rinascere occorre prima morire. Fuor di metafora, dobbiamo indurci al silenzio (al silenzio meditativo, intendo) facendo davvero nostro l’invito di Manzi a “smetterla di scrivere poesie”. E’ un bla-bla insopportabile. Quel bla-bla che giustamente spinse Platone, nella “Repubblica”, a scacciare i poeti e gli artisti dal suo Stato ideale. Bisogna anche dire, però, che nello “Ione”, breve dialogo sull’arte dei rapsodi, Platone rivaluta compiutamente costoro, laddove siano davvero creativi lasciandosi divinamente ispirare dalle muse. Un caro saluto.

    Franco Campegian

    • caro Franco,
      tu scrivi giustamente:

      «L’idea che mi sono fatto leggendo questi versi, nonché i tuoi commenti illuminati, è quella di un mondo di sopravvissuti ad una catastrofe epocale, in cerca di sbocchi improbabili per una ricostruzione civile. Hai ragioni da vendere nel dire che “il Moderno è un miraggio che si è dissolto come neve al sole” e che “noi siamo entrati nell’Evo della Recessione”».

      Ovviamente io nella mia veste di critico mi devo attenere al testo, offro una interpretazione dl testo, ascolto ciò che il testo mi dice e lo traduco secondo il mio ascolto nel mio linguaggio. Ogni interpretazione è una traduzione e, quindi è anche un tradimento, un tradere il testo in un altro contesto linguistico, quello del lettore che legge e interpreta.
      Nella mia funzione di critico non ho il diritto però di andare oltre il testo ed esprimere delle mie conclusioni personali da appiccicare al testo, questo sarebbe un atto arbitrario. Mi si potrà dire che ho letto delle cose che nel testo non ci sono, che la mia lettura è parziale, unilaterale… ma è ovvio che ogni lettura militante è una lettura parziale dettata da un angolo visuale… se muta l’angolo visuale muta anche la lettura e l’interpretazione che ne deriva ma questo non significa che la lettura sia arbitraria o gratuita, è semplicemente un attraversamento di un testo.
      Attraverso un punto passano una infinità di rette ma attraverso due punti ne passa una sola. Ricordi questo assioma della geometria? Ecco, l’interpretazione critica è analoga a questo assioma della geometria.

      • Caro Giorgio, non mi sembra di avere detto che la tua lettura del testo sia stata arbitraria, parziale, unilaterale… Ho troppa stima di te e delle tue qualità di critico per permettermi una tale sciocchezza. Giustamente mi ricordi che la retta passa sempre attraverso due punti. Se le rette sono più di una, l’assioma non cambia. Ognuna di esse passa per due punti: quello del poeta e quello del critico, nel caso specifico; o anche del semplice lettore. Difatti ho diviso il mio discorso in due parti, come tu stesso hai osservato: nella prima ho esposto il punto di vista del poeta e del critico in maniera oggettiva; nella seconda le mie riflessioni personali, come ritengo sia giusto fare per ogni lettura (del critico o del fruitore non ha importanza alcuna).
        Franco Campegiani

  2. Ecco il celebre passo di Platone sui poeti citato da Franco Campegiani.

    Platone, “Ione”, 534b
    “I poeti certo ci raccontano che, attingendo i loro versi da fontane di miele, da giardini e dalle valli boscose delle Muse, li portano a noi come le api, volando anche loro come esse, e dicono la verità, poiché il poeta è un essere etereo, alato e sacro e non è capace di comporre prima di essere ispirato e fuori di sé e prima che non vi sia più in lui il senno. Finché lo possiede, ogni uomo è incapace di poetare e di vaticinare.”

    [534β] ἀπὸ κρηνῶν μελιρρύτων ἐκ Μουσῶν κήπων τινῶν καὶ ναπῶν δρεπόμενοι τὰ μέλη ἡμῖν φέρουσιν ὥσπερ αἱ μέλιτται, καὶ αὐτοὶ οὕτω πετόμενοι: καὶ ἀληθῆ λέγουσι. κοῦφον γὰρ χρῆμα ποιητής ἐστιν καὶ πτηνὸν καὶ ἱερόν, καὶ οὐ πρότερον οἷός τε ποιεῖν πρὶν ἂν ἔνθεός τε γένηται καὶ ἔκφρων καὶ ὁ νοῦς μηκέτι ἐν αὐτῷ ἐνῇ: ἕως δ᾽ ἂν τουτὶ ἔχῃ τὸ κτῆμα, ἀδύνατος πᾶς ποιεῖν ἄνθρωπός ἐστιν καὶ χρησμῳδεῖν.

    Mi permetto di ricordare che lo “Ione” è un’opera giovanile di Platone, mentre la “Repubblica” appartiene alla sua maturità.
    Giorgina Busca Gernetti

  3. Gentile Professoressa, mi sembra di ricordare che la cronologia delle opere di Platone sia materia molto discussa tra gli esperti del settore, ma lei è sicuramente in grado di fornirmi indicazioni più sicure. Tuttavia, al di là della cronologia, quello che a me interessa maggiormente, dal punto di vista concettuale, è che le due distinte versioni platoniche sull’arte e sulla poesia non si escludono, come può forse sembrare, ma si integrano tra di loro. Nella “Repubblica” Platone vuole indicarci quello che secondo lui non è poesia, mentre nello “Ione” ci delucida su ciò che a suo parere è poesia. Non mi sembra di scorgere contraddizioni in questo modo di riflettere e pensare. La ringrazio comunque moltissimo per le sue dotte e puntuali precisazioni. Le conserverò gelosamente e ne farò grande tesoro.
    Franco Campegiani

  4. Gentile professore Franco Campegiani,
    in questo blog io compaio come scrittrice (poesie, racconti, commenti e altro), non come professoressa, perché esercitavo la professione di docente nel Liceo classico della città in cui vivo, non nei blog in internet.
    Il mio commento era dunque non una dotta lezione per lei, che certamente ne sa più di me, bensì la trascrizione (copia incolla per il greco) di un passo del dialogo platonico giovanile “Ione”, che io prediligo per un particolare motivo: la definizione del poeta con queste parole “il poeta è un essere etereo, alato e sacro”, espressione presente in una mia composizione poetica dal titolo “La parola alata”.
    La datazione delle opere antiche è molto spesso dubbia, ma l’appartenenza dello “Ione” all’età giovanile di Platone, mentre quella delle “Repubblica” alla maturità esistenziale e soprattutto di pensiero del grande filosofo è indubbia.
    Solo questo ho scritto sopra. Come lezione è un po’ poco sia nel contenuto sia nelle mie intenzioni.
    Giorgina Busca Gernetti

  5. Sono pienamente d’accordo con Campegiani. L’arte è rinascita, è palingenesi, è diacronico rinnovarsi dell’anima. E non si può buttare tutto in pessimismo. Il rapporto tra uomo e natura è peggiorato e si è tradotto in malanno per colpa dell’uomo stesso. Quindi è nelle nostre possibilità ricucire gli strappi di un progresso-regresso invadente e degenerativo; è nelle nostre possibilità ri-creare con passione il buono, il nuovo e una novella sintonia con il creato. E la poesia – come le altre espressioni estetiche – credo che sia strettamente connessa ad uno stato di grazia dell’anima, che, motivata dalla dovuta passione, dagli abbrivi emotivi,e dagli slanci creativi, metabolizza i dati del cuore e della memoria per tradurli in immagini, serbatoio dell’arte. E non è certo la ragione o la tendenza ad un oggettivismo senza trasporto emozionale ad esserne la spinta. L’arte è qualcosa di più; è sempre qualcosa di più; non si deve appiattire nella semplice rappresentazione del gatto che si mangia il topo. Va oltre, oltre la siepe, oltre l’oggetto, oltre la parola. E’ allusione, metafora, invenzione, iperbole, E’ attraverso di lei che l’uomo si rigenera spiritualmente, e con una catarsi immaginifica si proietta in un futuro di mitopoiesi rigenerativa.
    Nazario Pardini

  6. Il problema del primo e del secondo Platone è un problema complesso, sta di fatto l’indubbia traiettoria del pensiero di Platone verso un progressivo conservatorismo che lo portò alla famosa condanna dell’arte e alla messa al bando dell’arte dalla polis. La posizione del tardo Platone si spiega con la progressiva crisi della città stato, una grave crisi politica dalla quale Platone tenta di uscire rigettando il ruolo politico e sociale svolto dall’arte per il bene della conservazione della città stato. Il tardo Platone rigetta la concezione del poeta ispirato dalle Muse, guarda a questa teoria giovanile con sospetto e con sfiducia.
    Indubbiamente, lo sguardo di Platone è molto acuto. Per il bene della città stato non esita a condannare tutta l’arte in blocco in quanto nociva alla comunità.
    Il problema intravisto dal tardo Platone era (ed è) un problema reale che attraversa i secoli per giungere ai giorni nostri e si può riassumere così: può l’arte contribuire a fare dei cittadini migliori? La risposta del tardo Platone è netta: no, l’arte non serve a creare dei cittadini migliori, anzi li rende meno abili alla guerra e al conflitto, li rende meno sensibili alle seduzioni della politica e della propaganda, li rende scettici e ribelli (potenzialmente).
    Il problema giunge fino ai nostri giorni: l’arte non può nulla a fronte della barbarie dei lager dei nazisti e dei gulag dei bolscevichi, non può nulla contro lo sfruttamento dell’uomo nei confronti di altri uomini. Qualcuno ha detto che l’arte è inutile. Qualcun altro ha detto che quando sentiva parlare di cultura prendeva la rivoltella. Oggi, molto semplicemente, la società di massa sembra aver risolto questo problema: ha creato un’arte dell’intrattenimento e della stupidità di massa. Solo che non si tratta dell’arte vera ma di una sua contraffazione, del kitsch.

    • Gentile Giorgina Busca Gernetti,
      le assicuro che non era nelle mie intenzioni, dandole della Professoressa, di poterla in qualche modo bloccare. Non sapevo che Lei lo fosse, ma l’ho fatto per pura e semplice deferenza, tenendo conto della competenza e dell’autorevolezza con cui è intervenuta nella discussione. Del resto anche lei mi ha dato del Professore (pur non essendolo e non meritandolo), ma so che non l’ha fatto nel tentativo di mettermi la museruola.

      • Gentile Franco Campegiani,
        io non metto la museruola nemmeno al nostro boxer Orlando (in realtà è di mia figlia), che molti temono a torto. Figuriamoci se la voglio mettere a uno dei vari frequentatori di questo blog che si distingue per serietà e competenza dei bloggers. Ho letto nella sua biografia che lei ha avuto una Laurea H.C. in filosofia. Chi meglio di lei può scrivere delle due fasi evidenti nel pensiero di Platone sulla poesia. Ma ormai lo ha già fatto Giorgio Linguaglossa. La deferenza, di cui la ringrazio, non sempre è opportuna anche perché spesso è vicina all’ironia. Comunque andiamo avanti e lasciamo da parte le inutili scaramucce. Cordiali saluti
        Giorgina Busca Gernetti.

  7. Trovo ineccepibile il quadro tracciato da Linguaglossa in merito al ripensamento platonico nei confronti dell’arte e della poesia. Vorrei soltanto aggiungere che un “ripensamento” non equivale tout court ad un “rinnegamento” delle primitive intuizioni. L’arte infatti, nel tardo Platone, potrebbe essere diventata nociva per la società solo in quanto, nella prassi, a suo modo di vedere, avrebbe tradito il proprio ruolo ed il proprio statuto originario. Spero mi sia concessa questa perplessità, data la complessità dell’argomento, come lo stesso Linguaglossa sostiene. Trovo normale che il tardo Platone abbia avuto uno sguardo disincantato sul mondo, così come trovo normale che il giovane Platone abbia invece avuto una mente più incline all’incanto ideale. E’ così che accade da sempre. E’ accaduto a tutti, nel nostro piccolo. Anch’io io da giovane mi sentivo animato da grandi ideali, mentre ora che sfioro i settanta mi lascio facilmente catturare dall’ipocondria. Il fatto è che sono sempre lo stesso uomo. Non rinnego quegli incanti, ma ho compreso che incanti e disincanti fanno entrambi parte di me, dell’uomo che sono. Il giovane e il vecchio nascono l’uno dall’altro, esattamente come l’uovo e la gallina. Noi abbiamo bisogno di incanti e disincanti in equa misura. Se ci sbilanciamo da un lato, dobbiamo poi riequilibrarci dall’altro, e viceversa. Così oggi, che stiamo invecchiando inesorabilmente (tant’è che per i giovani c’è sempre meno spazio, mentre per gli anziani la vita si sta allungando oltre misura), dovremmo – ritengo – essere molto più attenti all’alba che al tramonto della vita. Dopo di me non verrà il diluvio e spero che il mio nipotino possa vivere in un mondo non dico migliore del mio, ma nuovo si, e ricco di fresche energie. Qualcuno – è vero – ha detto che la poesia è inutile, ma altri hanno detto che essa salverà il mondo. Chi ha ragione dei due? Entrambi, a parer mio. Forse salverà il mondo proprio in quanto inutile, e ciò accadrà quando un numero sufficiente di persone avrà capito che solo l’inutilità è in grado di salvare la vita. Durerà ovviamente un attimo questa convinzione. O forse un secolo, comunque quello che potrà durare. Poi si ricomincerà, come prima o peggio di prima… Così va il mondo. Tuttavia la scossa sarà sufficiente per dare un nuovo impulso alla vita. E’ nota dalla notte dei tempi l’inutilità della poesia. “Carmina non dant panem”, dicevano gli antichi, ma è fuori dubbio che alle origini di qualunque processo culturale noi troviamo il mito. Oggi siamo agli sgoccioli e cos’altro si può fare altro se non tornare alle origini quando si giunge alla fine? Non sono soltanto “originarie”, le origini, ma anche “originanti”, in grado di fornire inediti spunti per il futuro. E’ successo tante volte nella storia. Pensiamo, per fare un esempio, all’influsso del primitivismo sulle avanguardie artistiche del secolo passato. Abbiamo oggi urgente bisogno di miti. Di miti sorgivi, intendo, e non di mitologie stanche e ripetitive. Si dirà che anche i nazisti e i bolscevichi avevano i loro miti, ma evidentemente, alle volte, c’è bisogno di distruggere per poi poter costruire. Franco Campegiani

  8. caro Campegiani,
    ciò che dici è condivisibile. Ma permettimi di rilevare come ci siano stati e ci sono oggi dei poeti e dei critici (da Pasolini a Patrizia Cavalli… fino all’ultima generazione di auto poeti) che hanno poetato e speculato intorno al concetto di “utile” e di “inutile”. Altro concetto che mi imbarazza è quello della “salvezza” della poesia e che il “mondo debba essere salvato dalla poesia”. Orbene, il primo concetto, quello di “utile” è proprio dell’economia; il secondo è un concetto teologico proprio delle religioni monoteistiche; importare questi due concetti, in modo acritico, nella dimensione dell’estetico è, a mio avviso, un grossolano errore di maneggiamento delle parole e dei concetti.

    Dico una cosa semplicissima: non possiamo importare nel campo dell’estetico concetti e parole provenienti da altri ambiti (quello teologico e quello economico) senza pagarne il relativo dazio. Sgombriamo una volta per tutte il campo da concetti e da parole equivoche come utilità e salvezza, perché se no andiamo a finire a parlare di religione e di economia, e l’arte a mio modesto avviso non ha nulla a che spartire con la religione e con l’economia. Se io ricerco la salvezza della mia anima ho ampio ventaglio di scelta: ci sono le religioni monoteistiche in tutte le salse, basta saper scegliere. Se io devo scegliere un quadro, una scultura o un romanzo non li scelgo certo per il concetto di “utile” ma perché mi piacciono. Dire che la poesia non salverà il mondo è una ciarlataneria, un truismo, una sciocchezza, perché, quando mai la poesia ha salvato il mondo? Non è compito della poesia un tale gigantesco compito, per questo c’è Dio il quale, dall’alto della sua compossibilità può intervenire nel corso del mondo e modificarlo come e quanto più gli aggrada.

    Quindi, se io leggo una semplice poesia, non è alla salvezza della mia anima che guardo, guardo semmai al nutrimento della mia intelligenza e della mia sensibilità. Se devo leggere una poesia che dichiara apertis verbis che non vuole cambiare né salvare il mondo, ci sento puzza di bruciato, di mala fede, di furbizia, perché non c’è alcun bisogno di dichiarare una cosa così sciocca, e se qualcuno lo fa o è uno sciocco o è un furbacchione. Il che poi è la stessa cosa.
    Il tardo Platone aveva capito perfettamente che l’arte (e la poesia) era un qualcosa di manipolabile a piacimento da parte dei furbi e dei poteri forti, cioè disonesti, di qui, credo, la decisione drastica di esiliare i poeti dalla Polis. Un provvedimento drastico se si vuole ma legittimo, e perfino comprensibile.

    Oggi nell’Occidente democratico a democrazia dispiegata, la situazione si è evoluta: la poesia si è auto esiliata, si è messa nella nicchia del privato e della autoreferenzialità. È diventata inessenziale. Non incide sulla cultura. Non ha presa diretta sulla cultura del paese. E qui certo ci sono le responsabilità degli autori di poesie e di chi scrive le noterelle di lettura dei libri.

  9. … dimenticavo: come ha rilevato Paul Valéry in un articolo che abbiamo pubblicato su questo blog, la conseguenza è che : «L’arte ha preso posto nell’economia universale. È più ottusa e meno libera»

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