Se torna il sole, se discende la sera,
se la notte ha un sapore di notti future,
se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
io non sono più felice, nè di goderne nè di soffrirne:
non sento più, davanti a me, tutta la vita…
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,
che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.
Al Principe, componimento estratto da La religione del mio tempo (1961), è uno dei vertici della lucida disperazione pasoliniana. In questi versi la riflessione sul tramonto della giovinezza si salda indissolubilmente a una spietata critica sociopolitica, illuminando il dramma dell’intellettuale privato del suo bene più prezioso: lo spazio sacro della contemplazione. L’avvio della lirica è dominato da una struttura ipotetica (“Se torna il sole, se discende la sera…”) che evoca la ciclicità immutabile della natura e della memoria. Eppure, questa epifania del quotidiano non innesca alcuna catarsi. Al contrario, Pasolini registra un’improvvisa anestesia del sentimento: l’impossibilità sia del godimento che del dolore. La perdita della giovinezza non è qui intesa come mero decadimento fisico, ma come la fine di una prospettiva. Scrivere “non sento più, davanti a me, tutta la vita” significa constatare il passaggio da un tempo potenziale – l’infinito futuro della gioventù – a un tempo tragicamente lineare, ipotecato dalla presenza della morte.
Il fulcro teorico della poesia risiede nei versi centrali, che si configurano come un vero e proprio manifesto di poetica:
“Per essere poeti, bisogna avere molto tempo: / ore e ore di solitudine sono il solo modo / perché si formi qualcosa…“
Pasolini rivendica il diritto all’otium creativo, inteso non come pigrizia, ma come ascesi e disciplina. La solitudine è l’alambicco in cui forze antitetiche e apparentemente distruttive – la forza e l’abbandono, il vizio e la libertà – trovano una sintesi formale. L’atto poetico è dunque un corpo a corpo con il disordine del reale; l’arte ha il compito politico ed esistenziale di “dare stile al caos”. Senza la dilatazione temporale della solitudine, il pensiero abdica e l’artista si riduce a mero ingranaggio della macchina produttiva.
La chiusa della poesia sposta l’asse dall’esistenziale al politico con una simmetria di devastante precisione. La colpa del silenzio del poeta non è da imputare soltanto alla biografia o alla biologia (la giovinezza che sfiorisce), ma ha un mandante preciso: “questo nostro mondo umano“. Pasolini individua con spietata preveggenza la violenza strutturale della nascente società dei consumi, capace di compiere un duplice delitto complementare: Ai poveri toglie il pane: la spoliazione materiale delle classi subalterne, private dei beni di sussistenza. Ai poeti la pace: la spoliazione spirituale della classe intellettuale, privata del silenzio, del tempo e dell’indipendenza necessari per esercitare il pensiero critico.
In Al Principe, Pasolini non canta la fine della poesia, ma la sua impossibile sopravvivenza in un mondo che ha mercificato il tempo. È una spaventosa profezia sul nostro presente: un’epoca che, avendo colonizzato la solitudine e abolito la pace, rischia di lasciarci per sempre indifesi davanti al caos.
In un’epoca come la nostra, che ha sistematicamente saturato ogni intercapedine del pensiero e dove la connessione perenne agisce come una forma di distrazione di massa blanda ma incessante, noi non siamo semplicemente distratti; siamo costituzionalmente incapaci di cogliere il “sapore di notti future“. La vita ha smesso di stendersi davanti a noi come un orizzonte aperto da abitare e contemplare; ci assedia come un cumulo di stimoli istantanei, privandoci del diritto elementare di goderne o di soffrirne profondamente. Siamo sospesi in un limbo indotto dalla totale assenza di vuoto, dove persino il dolore e la gioia vengono sbiaditi dal troppo rumore di fondo. Nell’orizzonte contemporaneo, dominato com’è dall’imperativo della performance, della reperibilità perpetua e della produzione ininterrotta di contenuti intercambiabili, la richiesta di tempo si trasforma in un atto di evasione pura. La solitudine non è più un diritto o una scelta, ma è diventato il vizio più proibito, qualcosa da fuggire o riempire a tutti i costi. Se il caos del presente si manifesta come una corrente ininterrotta di stimoli di superficie, l’impossibilità di accedere a quel vuoto interiore decreta, ovvia conseguenza, la fine del pensiero critico e dell’arte monumentale. Non c’é più lo spazio mentale necessario per far sedimentare la parola; la forma deve farsi per forza liquida, transitoria, immediatamente fruibile e altrettanto rapidamente dimenticabile.
Eppure, proprio in questa apparente resa alla transitorietà, l’arte contemporanea più radicale tenta un sabotaggio clandestino. Non potendo più godere del lusso dell’isolamento monumentale, alcune espressioni artistiche scelgono di abitare le stesse intercapedini sature del sistema, trasformando il consumo in cortocircuito. È un’arte che non si sottrae al flusso, ma ne rallenta il ritmo dall’interno; che usa il frammento, la performance effimera o il vuoto improvviso per costringere lo spettatore a un arresto cardiaco temporale. Se il mercato fagocita la stabilità della forma, l’atto creativo resiste facendosi “virus”, interferenza imprevista nell’ingranaggio della produttività perenne.
La privazione della pace, oggi, si è capovolta e, in un certo senso, democratizzata nel modo più perverso: non risparmia nessuno, depredando l’intera collettività della propria ecologia mentale e della propria pace interiore. Il mercato, per sua natura, non tollera lo spazio vuoto, l’inattività, la sosta meditativa. Tutto deve muoversi, tutto deve produrre valore o consumo. Togliendo la pace alla parola, privando i poeti e gli uomini del silenzio, il sistema si è assicurato l’eliminazione alla radice di ogni dissenso reale, poiché non si può criticare ciò che non si ha il tempo di pensare.
Rivendicare il diritto alla solitudine, difendere la mente dalla colonizzazione quotidiana dello stimolo, esigere la pace per poter decodificare il disastro circostante: questa è l’eredità più scomoda e preziosa che Pasolini ci ha lasciato. Perché senza quel tempo vuoto e senza quella pace faticosa, non rimarrà che un caos informe e privo di stile, e un mondo umano senza più nessuno capace di trovarvi un senso o di raccontarne la bellezza.
Luciano Nota




