Il tempo sottratto e la falsa consolazione dell’opacità, di Luciano Nota

Riprendendo quanto scrivevo in Al Principe di Pier Paolo Pasolini, la questione del tempo sottratto non può essere ridotta a una semplice diagnosi della contemporaneità, né tanto meno a una teoria implicita della resistenza. Ogni tentativo di trasformare la perdita in possibilità rischia infatti di rovesciare la critica in consolazione. Nel mio precedente discorso, descrivevo un mondo in cui la vita non si offre più come orizzonte ma come assedio di stimoli equivalenti, e in cui la solitudine è stata progressivamente espulsa come spazio improduttivo. Questa descrizione resta valida. Ma oggi occorre aggiungere qualcosa che la complica e, in parte, la contraddice. La tentazione di individuare nel “tempo sottratto” una forma di sopravvivenza del pensiero è forte, ma forse ingenua. Essa presuppone che esista ancora una differenza stabile tra ciò che viene catturato dal sistema e ciò che ne resta fuori. Ma questa distinzione, se mai è stata reale, oggi appare profondamente compromessa. Non esiste più un fuori. E non esiste, forse, neppure un dentro compatto. Esistono solo gradi differenti di saturazione.

In questo scenario, parlare di “opacità” come se fosse una qualità salvifica del vissuto significa rischiare di estetizzare ciò che è, più semplicemente, una perdita di articolazione del tempo. L’opaco non è ciò che resiste alla luce: è ciò che non riesce più a organizzare la propria esposizione. Allo stesso modo, la solitudine non può essere romanticizzata come spazio residuo del pensiero. Essa è spesso soltanto la forma residua della connessione mancata, non una condizione attiva ma un effetto collaterale della discontinuità sistemica. Il punto decisivo, allora, non è celebrare queste fratture come possibilità, ma riconoscerle per ciò che sono: sintomi di un regime temporale che non produce più esterni, ma solo variazioni interne alla propria continuità. Anzi, è proprio in questa assenza di un “fuori” che il mercato compie la sua operazione più sofisticata: l’estetizzazione dell’opacità e il culto della disconnessione vengono oggi capitalizzati e rivenduti come merci di lusso per classi affaticate (i ritiri spirituali, i protocolli di disintossicazione digitale). Quella che accogliamo come un’oasi di resistenza non è che l’ennesima nicchia di consumo: una finta ombra concessa dal sistema per ricalibrare la nostra produttività. L’opacità reale non è un privilegio che si acquista; è il segno opaco di un logoramento subìto.

Il rischio della nostra riflessione critica è infatti quello di trasformare ogni incrinatura in promessa. Ma ogni incrinatura apre. Alcune semplicemente segnano il grado di pressione del sistema sul tempo vissuto. Ciò che avevamo chiamato “tempo sottratto” non deve dunque essere confuso con un tempo liberato. È, più spesso, un tempo degradato, non disponibile, non recuperabile, che non si lascia reinvestire in alcuna forma di esperienza piena. È necessario dirlo con chiarezza: non tutto ciò che sfugge è emancipazione. Non tutto ciò che non viene catturato è libertà. Non tutto ciò che si interrompe è apertura. Forse il compito della critica, oggi, non è più quello di cercare spiragli, ma di descrivere con maggiore precisione la natura della chiusura. Non di salvare residui di senso, ma di riconoscere la forma nuova della sua rarefazione. Se una lezione resta, è questa: il pensiero non è ciò che si sottrae al tempo del caos, ma ciò che ne registra, senza consolazione, la trasformazione irreversibile. E forse è proprio in questa rinuncia alla consolazione che la scrittura può ancora trovare una sua necessità. Una necessità che smette di essere terapeutica o profetica per farsi puramente testimoniale, quasi archeologica. Rinunciare alla consolazione significa accettare che la parola non devierà il corso della corrente, né curerà l’alienazione di chi legge. Scrivere, allora, non serve a salvarsi dal naufragio, ma a redigere la mappa millimetrica del sommergimento, lasciando traccia del punto esatto in cui il silenzio è stato definitivamente colonizzato. È l’atto di chi, mentre tutto crolla, si rifiuta di scambiare le macerie per un nuovo inizio.

Luciano Nota

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