I profeti del nostro sfacelo: Leopardi, Pasolini e la mappa di resistenza per un futuro incerto, di Luciano Nota

Una strana, permanente vertigine coglie chiunque si ostini ancora oggi a praticare l’atto apparentemente anacronistico della lettura profonda. È la sensazione che alcune pagine del passato non siano state scritte per i contemporanei dell’autore, né per i polverosi scaffali delle antologie scolastiche, ma che abbiano compiuto un balzo temporale per venire a spiare proprio noi. Oggi ci troviamo bloccati in un limbo dorato e feroce. Siamo la società più iperconnessa della storia dell’umanità, eppure riscopriamo ogni giorno una solitudine atomica, quasi dantesca; siamo bombardati da promesse di futuri radiosi gestiti da intelligenze artificiali e automazioni prodigiose, mentre fuori dalla finestra lo spettro del collasso climatico, della precarietà economica e della frammentazione sociale ci sussurra che il futuro, forse, lo abbiamo già consumato prima ancora di viverlo.

Se un blog letterario ha ancora un senso profondo oggi, è quello di smettere di essere un salotto di nostalgici e trasformarsi in un avamposto di ricerca: un luogo dove cercare fari nella nebbia. E per orientarci nello “sfacelo” di questo presente incerto, dobbiamo paradossalmente compiere un passo indietro. Dobbiamo metterci in ascolto di due poeti visionari che hanno saputo diagnosticare il nostro male d’andamento prima ancora che avesse un nome: Giacomo Leopardi e Pier Paolo Pasolini. L’uno il filosofo radicale dell’esistenza, l’altro il sismografo della società. Due sguardi apparentemente distanti nel tempo e nello stile, ma uniti da una dote che il potere da sempre fatica a perdonare: una lucidità spietata, che fa male, ma che proprio per questo guarisce.

Per decenni la memoria scolastica ci ha tramandato un Leopardi ridotto a macchietta bidimensionale: il gobbo triste, il solitario di Recanati, il “pessimista cosmico” che odiava l’universo solo perché la biologia e la sorte erano state ingiuste con lui. Niente di più falso e intellettualmente pigro. Leopardi è stato il più grande pensatore d’avanguardia del diciannovesimo secolo, l’unico capace di smascherare l’inganno strutturale su cui abbiamo fondato l’intera civiltà moderna. Mentre l’Ottocento brindava all’avvento delle macchine a vapore, all’industrializzazione selvaggia e alle prime grandi esposizioni universali, celebrando con fede cieca le “magnifiche sorti e progressive“, Leopardi alzava la mano e pronunciava un gigantesco “No“. Nella sua opera totale – che spazia dalla titanica poesia della Ginestra alle prose taglienti e ironiche delle Operette morali, fino a quel serbatoio infinito di intuizioni che è lo Zibaldone – il poeta ci ricorda una verità che oggi risuona drammatica: il progresso tecnologico e scientifico non coincide automaticamente con il progresso della felicità umana.

Oggi, nell’era dell’iper-ottimizzazione, degli algoritmi predittivi e delle esistenze sminuzzate in dati monetizzabili, ci riscopriamo terribilmente leopardiani. Viviamo immersi in quella che lui definiva noia. Per Leopardi la noia non è il semplice “non sapere cosa fare” della domenica pomeriggio; è qualcosa di molto più nobile e tremendo. È il vuoto profondo che l’anima prova quando si rende conto che nessun oggetto, nessuna gratificazione istantanea, nessun “like” o quadratino luminoso può colmare il desiderio intrinsecamente infinito di felicità che ci portiamo dentro. Lo scrolling infinito sui nostri smartphone, quel gesto compulsivo con cui cerchiamo lo stimolo successivo senza mai trovarne uno che ci sazi, è la sensazione empirica della noia leopardiana. Siamo affamati di infinito in un mondo che ci offre solo merci reperibili.

E poi c’è la questione della Natura. Leopardi demistifica l’idillio romantico: la Natura non è una madre benevola che si cura dei suoi figli, ma una “matrigna” indifferente. Nel celeberrimo Dialogo della Natura e di un Islandese, la Natura chiarisce che il suo ciclo di creazione e distruzione prescinde totalmente dal dolore o dal piacere dell’uomo. Se l’umanità dovesse estinguersi, il mondo continuerebbe a girare senza accorgersene. In tempi di eco-ansia generalizzata, in cui tocchiamo con mano gli effetti di un pianeta che risponde alle nostre violenze con catastrofi climatiche incuranti dei nostri mercati azionari, lo sguardo di Leopardi cessa di essere etichettato come “pessimismo” e si rivela per ciò che è sempre stato: puro, glaciale realismo filosofico.

Se Leopardi ha tracciato i confini filosofici della nostra gabbia esistenziale, Pier Paolo Pasolini è colui che ha descritto dettagliatamente come l’avremmo arredata. Più che un poeta nel senso classico del termine, Pasolini è stato un intellettuale corsaro, un sismografo umano capace di avvertire le scosse sotterranee della società con decenni di anticipo. Se leggiamo oggi i suoi Scritti Corsari o le poesie cariche di disperato amore di Trasumanar e organizzar, si prova un brivido quasi paranormale. La sua intuizione più spaventosa, formulata nei primi anni Settanta, riguarda la cosiddetta mutazione antropologica. Pasolini si accorse, prima e meglio dei sociologi di professione, che il vecchio fascismo storico – quello delle camicie nere, delle adunate e della violenza manifesta – stava lasciando il posto a una forma di potere molto più efficiente, subdola e per questo impossibile da combattere: il consumismo edonista. Mentre l’intellettuale dell’epoca temeva il colpo di Stato militare, Pasolini vide che la vera sottomissione stava avvenendo attraverso la televisione e la pubblicità. Il nuovo potere non chiedeva più ai cittadini di essere obbedienti o credenti; chiedeva loro di essere consumatori. Il consumismo ha profanato il sacro, ha reso tutto merce, ha distrutto le culture particolari per creare un unico tipo di uomo: il consumatore edonista, che si illude di essere libero solo perché può scegliere cosa comprare.

Da questa intuizione deriva la celebre e struggente metafora della “scomparsa delle lucciole“. In un articolo memorabile del 1975, Pasolini usa il dato ecologico dell’estinzione delle lucciole a causa dell’inquinamento per descrivere un dramma culturale: la distruzione delle culture locali, dei dialetti, delle tradizioni operaie e contadine, della bellezza spontanea delle cose non catalogate dal capitale. Oggi quella profezia si è compiuta sotto i nostri occhi. L’algoritmo globale ha livellato i desideri dell’umanità. Un ragazzo che cammina per le strade di Milano, uno che si muove nei quartieri alti di Seul e uno che vive nella provincia americana guardano gli stessi video verticali, desiderano gli stessi identici brand, parlano la stessa lingua infarcita di slogan digitali e provano le stesse frustrazioni. Abbiamo barattato l’autenticità e la complessità delle nostre differenze in cambio del comfort materiale, confondendo la libertà di espressione con la libertà di esibizione.

Mettere a confronto Leopardi e Pasolini significa scegliere tra due modi radicali, quasi opposti ma complementari, di stare in piedi di fronte allo sfacelo del presente. Non si tratta di decidere chi avesse ragione, ma di capire come le loro visioni si intersechino per mappare il nostro smarrimento. La differenza fondamentale tra i due risiede innanzitutto nella lente d’ingrandimento che utilizzano e nel bersaglio principale della loro critica. Leopardi muove da una prospettiva squisitamente filosofica, esistenziale e cosmica. Il suo sguardo supera le contingenze storiche per abbracciare la condizione umana in quanto tale. Il poeta di Recanati diagnostica una sofferenza congenita, un’ansia da prestazione della civiltà che cerca disperatamente di riempire con le merci e con il mito del progresso un desiderio di felicità che è, per definizione, infinito e quindi inappagabile. Il raggio d’azione di Pasolini non è l’universo, ma la storia recente, la carne viva delle trasformazioni sociali, denuncia il crimine concreto di una società che ha attuato una omologazione culturale senza precedenti. Il suo nemico ha un nome preciso: il consumismo totalitario, un potere invisibile che seduce le masse e trasforma i cittadini in perfetti e interscambiabili ingranaggi di consumo, privati della loro unicità e delle loro radici.

Eppure, pur partendo da presupposti così diversi, arrivano entrambi a svelare la stessa verità: l’uomo contemporaneo è un essere svuotato, che ha barattato la propria profondità emotiva e spirituale in cambio di un comfort anestetizzante. Entrambi rifiutano le risposte facili e le ideologie consolatorie del loro tempo, lasciandoci nudi di fronte alle nostre responsabilità, ma uniti nella consapevolezza che lo sfacelo del futuro si combatte solo restando lucidi e disperatamente autentici. La tentazione, giunti a questo punto dell’analisi, è quella di arrendersi a un cinismo paralizzante o a una forma di depressione intellettuale. Se tutto è già stato previsto, se lo sfacelo del presente è l’esito inevitabile di dinamiche macroscopiche iniziate secoli fa, che senso ha continuare a lottare, a scrivere, a sperare? La risposta risiede nell’atto stesso della loro scrittura. Né Leopardi né Pasolini hanno scritto per distruggerci, ma per svegliarci. Il loro pessimismo non è mai stato un invito alla resa, ma una forma superiore di amore per l’uomo, un tentativo disperato di strapparlo all’ebetismo delle illusioni facili. La ginestra sa perfettamente che la lava del vulcano (la Natura, il destino, la crisi) può passare da un momento all’altro e cancellarla per sempre. Eppure, non si piega preventivamente, non invoca falsi dei e non smette di profumare il deserto circostante. La risposta leopardiana allo sfacelo del futuro incerto non è l’egoismo individualista del “si salvi chi può”, ma la social catena: la consapevolezza che, essendo tutti sulla stessa fragile barca, l’unica scelta razionale e dignitosa è quella di stringersi la mano, allearsi, limitare il dolore dell’altro e combattere insieme l’infelicità. La solidarietà non come velleità moralistica, ma come strategia di sopravvivenza biologica ed esistenziale. Pasolini, dal canto suo, ci lancia una sfida quasi eretica: quella di andare a cercare il “sacro” laddove il mercato non è ancora riuscito ad arrivare. Per Pasolini il sacro è la capacità di provare stupore disinteressato. È il mistero di un volto che non vuole vendere nulla, è la gratuità di un gesto d’amore, è la resistenza della bellezza inutile, quella che non produce profitto e che proprio per questo salva l’anima. Pasolini ci chiede di essere disubbidienti rispetto all’imperativo del consumo, di rivendicare il diritto di essere “diversi”, imperfetti, non omologati.

In questo presente che corre via lasciandosi dietro macerie culturali e incertezze geopolitiche, aprire lo Zibaldone o rispolverare gli Scritti Corsari non è un’operazione di nostalgia accademica per fuggire dalla realtà. È , al contrario, un atto di legittima difesa. Leopardi e Pasolini sono gli anticorpi intellettuali di cui abbiamo bisogno per non farci anestetizzare dal flusso costante delle notifiche e dall’ansia del domani. Ci insegnano che si può guardare l’abisso dritti negli occhi senza caderci dentro; che si può riconoscere lo sfacelo senza perdere la propria dignità di essere umani. Il futuro è incerto, la terra trema sotto i piedi, ma finché avremo la forza di guardare il deserto e, come la ginestra, continuare a spargere il profumo del pensiero critico e della solidarietà, la partita non potrà dirsi del tutto perduta.

Luciano Nota

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