
Caro Francesco De Gregori,
lascia che ti dica che la tua ultima intervista, quella in cui hai presentato il progetto Nevergreen e hai liquidato con un’alzata di spalle l’impegno politico degli artisti sul palco, ha lasciato un sapore amaro. Un sapore di freddo, di polvere e di distanza. Hai preso di mira Bruce Springsteen, chiedendoti retoricamente se ci sia davvero bisogno che uno come lui dica di essere contro Trump, convinto come sei che il pubblico sia abbastanza adulto da non aver bisogno di cantanti-guru per capire da che parte stare. A prima vista, la tua sembra una lezione di rispetto per l’intelligenza della gente. Ma a guardarla bene, dietro questa facciata di laicità dell’arte, si nasconde qualcosa di molto più simile a uno sdegnoso arroccamento.
Nessuno ti chiede di fare comizi di partito, Francesco. La tua generazione ha già pagato il dazio di quella pretesa assurda: sappiamo tutti cosa è successo al Palalido nel 1976, sappiamo del “processo” violento che subisti da chi pretendeva che la musica fosse un megafono ideologico. La tua reazione di allora – rivendicare la libertà della poesia – fu sacrosanta. Ma oggi, nel 2026, mentre il mondo fuori brucia, si polarizza e si frantuma sotto il peso di tragedie umanitarie e sociali immani, il tuo silenzio non somiglia più a una fiera difesa dell’autonomia artistica. Somiglia a un privilegio. L’artista, quello vero, ha il dovere di sporcarsi le scarpe nel fango della realtà. Non può chiudersi nella sua torre d’avorio e contemplare la purezza dei propri accordi passati. Quando Springsteen urla dal palco, quando un artista usa la sua cassa di risonanza per denunciare un’ingiustizia, non sta “educando” un pubblico ignorante, né sta facendo il geometra della morale collettiva. Sta facendo qualcosa di infinitamente più nobile e antico: sta prestando la sua voce a chi non ce l’ha. Sta trasformando un concerto in un rito collettivo di resistenza ed empatia, creando una comunità che si riconosce nello stesso dolore e nella stessa speranza.
Sei sempre stato il cantautore dei testi geometrici e delle analogie sfuggenti. Ma persino i poeti ermetici, a cui spesso la tua scrittura ha guardato, a un certo punto della storia hanno capito che non potevano più stare sulla nuvola. Penso a Eugenio Montale, a Salvatore Quasimodo: intellettuali che negli anni Trenta si erano rifugiati nella purezza assoluta della parola per sfuggire al fango del fascismo, ma che dopo la guerra sono scesi tra gli uomini. Hanno capito che di fronte alle macerie della storia la poesia doveva impastarsi con la vita, con il dolore, con la cronaca. Sono scesi dalla nuvola per camminare nel fango insieme a tutti gli altri.
Pare che tu stia facendo il percorso inverso. Sei partito immerso nella storia dei tuoi coetanei – quella storia che dicevi essere “noi, questo piatto di grano” – e oggi ti ritrovi a guardare il mondo dall’alto del tuo castello, spiegandoci che è meglio tacere perché tanto l’algoritmo ha già vinto e la gente sa già cosa pensare. In questo atteggiamento si riconosce l’influenza del tuo eterno maestro: Bob Dylan. Da Dylan, bisogna dirlo, hai importato quasi tutto, dalle strutture folk-rock all’uso dell’armonica. Ma la sensazione è che tu ne abbia ereditato soprattutto la posa più discussa: quel cinismo sornione, quel guardare il mondo dall’alto in basso rifiutandosi di spiegarsi, convinto che l’artista sia superiore alla mischia. Solo che quello che in Dylan era un’urgenza misteriosa e di rottura, in te rischia oggi di apparire come un intellettualismo freddo, una formula utile a giustificare il silenzio.
Confessare che l’ispirazione manca da dieci anni è un atto di onestà che ti fa onore. Ma decidere che, insieme all’ispirazione per le canzoni, sia svanita anche la necessità di indignarsi e di schierarsi, questo è un lusso che il tempo presente non ci permette. Il fango là fuori è reale, e se la musica smette di toccarlo, rischia di diventare solo un bellissimo, algido pezzo da museo. Se smette di toccarlo per paura di compromettersi, perde la sua anima più grande.
Luciano Nota



