“AGAPE – poesia di montagna e altro”, di Roberto Taioli – Edizioni Ulivo, lettura di Luciano Nota

Con la silloge Agape – poesie di montagne e altro, edita da Edizioni Ulivo, Roberto Taioli ci conduce in un itinerario poetico d’eccezione. L’opera si rivela un pellegrinaggio dell’essere, in cui l’ascesa fisica tra le vette rispecchia un’elevazione interiore. La verticalità del paesaggio alpino diventa così metafora di una ricerca spirituale profonda e totalizzante. Fin dalla copertina, che ritrae la suggestiva chiesetta di Cuneaz, il lettore è avvertito: non si tratta di una semplice celebrazione della natura, ma di un’esplorazione del “sacro” che abita il silenzio delle vette. Il titolo stesso, Agape, richiama quell’amore disinteressato e metafisico che permea ogni verso, trasformando il paesaggio in una “sostanza che ci sostiene” nel mezzo di meriggi dispersi e pulviscoli di neve.

Taioli costruisce un dialogo ininterrotto con l’assenza, rendendo la montagna un luogo di confine tra il mondo dei vivi e quello di chi è “salito oltre le nubi”. Nella toccante “Lettera a mio padre”, il genitore non è perduto, ma è rintracciato in una “casetta bianca appoggiata al monte“, protetto da alberi e fiume in un incanto che il freddo dell’inverno ha reso eterno. Questa ricerca delle radici si estende fino alla figura del nonno, il “padre di mio padre“, un volto senza tempo catturato in una foto del primo Novecento, la cui esistenza continua a pesare dolcemente sul presente come un “cader d’ali volante ad inizio di giorno“.

La montagna, in questa raccolta, agisce anche come specchio del tempo e della propria finitudine. In componimenti come “Non so se ci vedremo ancora“, le cime danno il “responso” all’uomo, dicendogli “l’età che siamo” e misurando il sentiero percorso lungo curve secche, a volte in compagnia, a volte in una solitudine radicale. Una poesia che non teme il confronto con il limite: il tempo “scaduto” di un calendario scarabocchiato di dolori e fatiche diventa l’occasione per osservare la “nitidezza” del vuoto, un prato che stenta a verdeggiare ma che già accoglie i segni del futuro.

L’apice di questa tensione mistica si raggiunge in “Variazioni sul corpo“, dove l’ascesa fisica verso il culmine del vento diventa un ritorno all’utero materno e all’infinito. Citando il Salmo 83,6 (“Ascensiones in corde suo disposuit“), Taioli descrive un corpo che si fa uno con la montagna, perdendo magnitudine per farsi “bimbo in mezzo all’infinito“, in un tentativo di “trasumanar” che si scontra con il “destino di carne“. Anche quando la scena si sposta verso la città, come in “Vigilia” o nella danza dei morti tra i tram e le rotaie, resta quel “silenzio strano” e l’odore muto di castagne che riportano l’anima alla “neve calda di una volta“, rimasta lassù per sempre. “Agape” è un’opera di rara densità spirituale, una bussola per chiunque cerchi nella parola poetica un riparo “imbacuccato in una stoffa d’amore” contro il correre inesorabile delle stagioni.

Luciano Nota

Agape

Sia sostanza che ci sostiene
nel meriggio disperso
ove il pulviscolo di neve
annega la vista.
Oh quali ombre a sera
poi che discendi al lucernario
all’olio che brucia senza consumarsi
nudo a spegnersi e che si riprende
d’un colpo al fiato della parola.
Ecce homo
tu additi l’apparso fatto carne per noi
e ci sazi ad occhi chiusi
senza alzarti dallo scranno,
desti all’uranio il cielo ormai opaco
della valle che qui più larga
s’abbraccia a noi in un solo corpo
di fame

Lettera a mio padre

È tanto tempo ormai che sei salito
oltre le nubi tra la neve che ti piaceva tanto.
Troppo presto per me per tutti quelli che ti amavano.
Sei stato un albero della vita anche quando era angusta
e nelle strettoie trovavi il lato dello slargo.
Ti trovo ancora sempre.
Nella casetta bianca appoggiata al monte
del bosco di Villy ove si arriva facendo spazio con le mani
tanto folta e lieve l’erba che il sole di agosto non la brucia.
Alberi e fiume proteggono l’incanto.
Ti spedisco la lettera lì, padre,
sicuro che non ti sei mosso dal masso
levigato dal freddo dell’inverno

Vigilia

Sfumano
non aderiscono più i ricordi alla bocca
la pancia della mente li trattiene chiusi
come perle di scrigno.
Dalle finestre velate dalle tende
le chiome degli alberi sembrano
creste di montagna.
Ma è città dormiente la vigilia
che canta un silenzio strano.
La neve calda di una volta
è rimasta lassù per me
per sempre

Roberto Taioli

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