Esistere, per Lorenzo Calogero, non è mai un atto scontato, ma una negoziazione continua con il silenzio. Il poeta di Melicuccà, vissuto ai margini dei circuiti letterari e riscoperto solo postumo come una delle voci più pure del nostro Novecento, ha trasformato la sua solitudine in un laboratorio metafisico. Attraverso la lettura di cinque sue liriche – Domani, L’opera, L’immagine fuggitiva, Vedo e sogno e la sezione XVII – emerge il ritratto di un uomo che ha cercato di fermare il mondo sulla carta prima che questo svanisse del tutto. Il punto di partenza della poetica calogeriana è una profonda sensazione di sradicamento.
In Domani, il poeta si definisce una “effigie murale“, un’immagine fissata su una parete che osserva il tempo “scolorare“. Non c’è dinamismo nel suo io lirico, ma una stasi dolente: è “buttato in questa desolata plaga del mondo” e ammette, con una nudità che disarma, di non sapere cosa fare. Tuttavia, in questa paralisi brilla una scintilla di resistenza. La voce che gli parla non gli offre una via d’uscita, ma lo invita a un rito di auto-consumo: “abbevera il sale della tua bocca“. Il sale è il simbolo del dolore che brucia ma conserva; è il nutrimento di chi ha deciso di non fuggire dalla propria desolazione. L’andare “solo per infiniti firmamenti ad aspettare” non è dunque una sconfitta, ma l’accettazione di una missione: restare sulla soglia dell’infinito, anche quando il cielo sembra un “infinito seno” irraggiungibile.
Se l’esistenza umana è fragile e destinata a sbiadire, Calogero trova un’ancora di salvezza nella creazione artistica. Nella poesia intitolata L’opera, il tono cambia: dal dubbio si passa a una certezza quasi marmorea. L’opera “non cade mai, non si frantuma, rimane eterna“. Mentre il corpo del poeta subisce i “colpi del tempo“, il testo poetico resta “fermo, sodo”, come una fronte nuda sotto il sole. C’è un’immagine bellissima e quasi pedagogica in questa lirica: le “scintille” che cadono dall’opera e vanno a “indorare la bruna chioma dei fanciulli“. Qui la poesia smette di essere un soliloquio per diventare un dono generazionale. E’ il mezzo con cui il poeta sveglia il mondo dal “letargo” e infonde quel “primo entusiasmo” che la vita adulta tende a spegnere. L’arte, dunque, è l’unico territorio in cui il tempo non è distruzione, ma luce.
Nelle liriche centrali, come L’immagine fuggitiva e Vedo e sogno, Calogero si sposta su un terreno più visionario. La sua scrittura si fa materica e cromatica: il tempo diventa “pesante oro“, lo spazio si tinge di “blu umido” e di una “glauca mezzanotte“. Non siamo di fronte a descrizioni paesaggistiche, ma una vera e propria anatomia del sogno. In Vedo e sogno, la realtà è “rarefatta” e “stilla” pigramente. Il poeta osserva un usignolo che “cade nel vuoto“, ma questa caduta non genera angoscia: al contrario, imprime una “gioia da una celeste sostanza”. Calogero sembra dirci che la bellezza si rivela proprio nel momento della sua massima fragilità, nell’istante in cui l’immagine sta per fuggire. La sera stessa non è più un dato atmosferico, ma si trasfigura in “una linea come un’idea“, portando il mondo fisico verso una dimensione puramente spirituale.
Il percorso culmina nella lirica XVII, dove l’astrazione si scontra nuovamente con la realtà del corpo e del lavoro. Compare la figura del “contadino” che numera le terre e la “febbre“, un richiamo alle radici calabre e alla fatica del vivere. Eppure, anche qui, la visione trasfigura il dato reale: il volto dell’autunno siede su un trono e la vita assume una “sagoma alata“. Questa “strana origine del mondo” di cui parla Calogero è il mistero finale: come possa un’esistenza fatta di “intoppi“, di solitudine e di “virtù ridotta” trasformarsi in un racconto universale. Calogero non risolve l’enigma, ma lo abita. La sua poesia rimane un invito a non temere il vuoto, a guardare fisso il sole che indora la nostra nuda fronte e a continuare a camminare, anche da soli, tra gli infiniti firmamenti della parola.
Luciano Nota
DOMANI
La mia statura,
effigie murale
vedo io e quando scolora
l’infinito seno del cielo sulla luna
nell’aria bianca,
e quando di vapori stanca
sembra questa terra.
Da mattina a sera,
da sera a mattina
voracemente chiamo.
Buttato in questa desolata
plaga del mondo
non so cosa fare.
– Ritorna domani,
mi dice una voce,
abbevera il sale della tua bocca. –
E così vado solo
per infiniti firmamenti
ad aspettare.
L’OPERA
L’opera
non cade mai,
non si frantuma,
rimane eterna.
Gioiosa o mesta
entusiasta e molteplice,
rimanendo immutata
ai colpi del tempo,
è testimone
di un tempo immortale.
La sua nuda fronte
rimane ferma, soda
sotto i raggi del sole che l’indora
fra i pollici fissi dell’universo.
Da essa a volte cadono scintille
che indorano la bruna chioma
dei fanciulli che vanno a scuola
sorvegliandoli dal letargo
nel primo entusiasmo.
L’IMMAGINE FUGGITIVA
L’immagine fuggitiva,
se ancora vai, più non ritorna,
non ritornano lente le ore
del giorno che trasfigura sempre
legno duro, pesante oro
come la sete, quando Espero
scivola lungamente dallo spazio
sopra i sentieri. Spesso sfavilla blu umida
scura una luna come talvolta disperatamente
glauca mezzanotte traspare
ed è cupa ne la declinante bellezza
della sera una linea come un’idea.
VEDO E SOGNO
Vedo e sogno. Una contrada
è rarefatta, pigra stille versa.
Proclive poteva essere o comprendere
ciò che nell’aria si contrasta
o si ama, una semplice superficie tersa,
una voce che appaia nuda nel sonno,
la mia nella mano contratta.
Verde intatta poteva essere pura,
l’alba con pena. Da un ciottolo
un viottolo freddo piega l’ala
muta nel volo in un brivido
chiuso che cade nel vuoto
informe, e di sé imprime una gioia
da una celeste sostanza
ad un usignolo.
XVII
Sapevo, e per virtù ridotta
non giunse mai nessuno.
Ora era calmo l’ordine, l’ardire
sopra uno sghembo tondo
che tagliò il viso d’autunno
sopra un trono.
Non hai mai visto
nulla di simile nella tua vita
oltre un contadino che, oltre le sue terre,
numerò la febbre e il pube tuo
sulle tue dita, come un tuo racconto.
Nulla era vero o questo fu vero
e fu come un intoppo.
Hai la sagoma alata densa della vita
o questa fu la strana, forse,
la strana origine del mondo.
Lorenzo Calogero




