Nel panorama culturale contemporaneo, si sta consumando un paradosso che merita un’analisi profonda, capace di andare oltre la cronaca politica per toccare i nervi scoperti della nostra coscienza civile. Il recente diniego dei fondi ministeriali al progetto cinematografico su Giulio Regeni, motivato da una presunta mancanza di “particolare rilievo culturale” e da un approccio ritenuto eccessivamente giornalistico, solleva una questione fondamentale: qual è il compito dell’arte di fronte alle ferite ancora aperte della nostra storia? La pretesa che un’opera debba attendere un indefinito “distacco temporale” per essere considerata cultura appare come un alibi intellettuale, un tentativo di declassare il cinema d’impegno a mera cronaca per svuotarlo della sua forza dirompente.
Questa rigidità istituzionale stride ferocemente se confrontata con la bulimia narrativa a cui siamo sottoposti quotidianamente dai mass media. Recentemente ho dedicato un approfondimento al caso Garlasco, una vicenda che, insieme a molte altre tragedie della cronaca nera italiana, veste i nostri schermi ininterrottamente da anni. Su Garlasco – ma ricordiamo via Poma o Avetrana – il racconto non conosce tregua né pudore: la cronaca viene trasformata in un noir quotidiano dove il privato diventa consumo collettivo. In quegli studi televisivi, nessuno invoca la necessità della “trasfigurazione poetica” o il rischio del resoconto cronachistico. Al contrario, la spettacolarizzazione del delitto domestico è accettata, digerita e incoraggiata, perché in fondo rassicurante: si muove all’interno di dinamiche individuali, passionali, tragicamente chiuse tra le mura di una villetta o di un quartiere.
Il caso di Giulio Regeni, invece, abita una dimensione radicalmente diversa e per questo appare “scomodo” per gli apparati della cultura ufficiale. Raccontare Giulio non significa indugiare nel macabro, ma illuminare i meccanismi oscuri del potere, le ambiguità delle relazioni internazionali e il sacrificio di un giovane ricercatore che ha pagato con la vita il proprio desiderio di comprensione del mondo. Se la TV dei plastici e dei dettagli pruriginosi su Garlasco è tollerata perché non scalfisce l’ordine costituito, il cinema che prova a farsi testimonianza civile su Regeni viene guardato con sospetto perché obbliga lo spettatore a farsi cittadino, a interrogarsi sulle responsabilità di uno Stato e sulle colpe del silenzio. Affermare che la sceneggiatura del film di Daniele Vicari sia “troppo giornalistica” è un atto di miopia intellettuale che nega alla letteratura e al cinema la loro funzione primaria: quella di essere “il grido che non smette di risuonare“. La storia della nostra cultura è densa di opere nate a ridosso dei fatti, nate dall’urgenza di non permettere alla polvere del tempo di coprire la verità. Da Pasolini a Sciascia, l’intellettuale non ha mai atteso il permesso del tempo per denunciare il male del presente. Esigere che il cinema si occupi solo di ciò che è già storicizzato significa condannarlo all’irrilevanza, trasformandolo in una decorazione innocua invece che in uno strumento di indagine sociale.
Il sospetto, atroce ma legittimo, è che si preferisca una cultura di “velluto”, capace di guardare solo all’indietro o a una bellezza astratta e priva di curve. Sostenere che la vicenda di un cittadino italiano torturato e ucciso per il suo lavoro intellettuale non abbia “rilievo culturale” è una contraddizione in termini, un insulto alla memoria stessa di Giulio, che della ricerca e dello scambio di idee aveva fatto la propria ragione di vita. In un paese che consuma processi mediatici ogni ora, il rifiuto di finanziare un’opera che cerca giustizia attraverso il linguaggio dell’immagine è il segnale di una democrazia culturale che ha paura di se stessa.
La distinzione tra la sovraesposizione mediatica di casi come Garlasco e l’ostruzionismo verso il racconto su Giulio Regeni non è una questione di estetica, ma di coraggio. Mentre la cronaca nera “da salotto” ci distrae con il brivido dell’orrore quotidiano, il cinema civile ci richiama al dovere della memoria. Ed è proprio quando il potere definisce “priva di interesse” una storia, che quella storia diventa per tutti noi un’opera necessaria e urgente da sostenere, per non permettere che al delitto della tortura si sommi quello, altrettanto violento, del silenzio istituzionale.
Luciano Nota




