Viaggi nell’arte: la recinzione presbiteriale di San Leone a Capena, letta da Maria Alicia Trivigno

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Un monumento altomedievale: tra gerarchia e trionfo

Chi si avventura nel Medioevo non può fare a meno di imbattersi in quel meraviglioso scenario dominato da due forze strettamente legate tra loro, Cristianesimo e arte, la cui unione diventa sempre più indispensabile ai fini di una reciproca autoaffermazione. L’uno è necessario all’altro. E, soprattutto il primo si serve della seconda come veicolo di messaggi che altrimenti sarebbero difficili da comunicare.

Tertulliano, nel De exhortatione castitatis,  introduce una comunità cristiana dei primi secoli come un corpo notevolmente strutturato, il quale si muove all’interno di precise gerarchie, tanto sociali quanto funzionali.

“Differentiam inter ordinem et plebem constituit ecclesiae auctoritas et honor per ordinis consessum sanctificatus a Deo […]”.

Gerarchie che, come sentenzia il celebre storico latino, presuppongono una netta distinzione tra il clero (l’ordo) e i laici (la plebs).  Una divisione tra cielo e terra, dunque, tra rappresentanti del mistero divino e comuni mortali.

“Ognuno al suo posto” in sintesi.

Come tradurre in materia un tale principio? Come comunicarlo?

La risposta è individuabile all’interno degli edifici cristiani che, dal IV secolo e lungo tutto il corso del Medioevo, ospiteranno strutture, in alcuni casi vere e proprie architetture monumentali, atte a separare l’area del presbiterio (luogo focale della liturgia e simbolo dell’autorità ecclesiastica) dalla navata (spazio destinato al semplice fedele). Le recinzioni presbiteriali.

L’esemplare di Capena, datato alla metà IX secolo, costituisce, ad oggi, l’unica testimonianza altomedievale, pressoché inalterata, di recinzione presbiteriale ancora in situ, e pertanto estremamente importante come fonte storica, ideologica e artistica del proprio tempo. Un monumento in cui l’architettura si fa portavoce di una funzione e di precisi messaggi, e la scultura diventa il documento di quell’arte plastica, tipica dell’epoca, dove la linea d’intaglio, particolarmente stilizzata, genera astratte e eleganti composizioni.                                                                    

Un’ opera d’arte a servizio della liturgia; trasposizione materiale di quel principio di divisione gerarchica sottolineato espressamente dal primo apologeta della cristianità.

Tuttavia la recinzione di Capena, con la sua struttura, richiama anche altro. Non soltanto divisione e gerarchia.  

L’arco che, in corrispondenza dell’ingresso centrale, spezza l’andamento dell’architrave è un espediente formale attraverso cui il monumento di San Leone comunica un concetto importante e diventa, al contempo, essenza stessa di quel concetto: celebrazione,  trionfo.

L’arco come espressione di gloria rimanda immancabilmente alla Roma imperiale dove monumentali archi di trionfo onoravano l’imperatore esaltandone  dignità e  divinità. Similmente alle architettura trionfali romane  –  proprio perché ogni epoca e ogni cultura trascina a sé echi e linguaggi della precedente, assorbendoli e interpretandoli –  la recinzione di Capena con un’arcata maestosa celebra l’ingresso al presbiterio, inquadrando prospettivamente l’altare, luogo, quest’ultimo, dove il Cristo-Imperatore compie il suo mistero.

 

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9 commenti
    • Cara Giorgina, grazie per il tuo commento e per l’in bocca al lupo. Questo è un periodo molto difficile per chi si impegna nei beni culturali, risorse poco valorizzate dalle nostre istituzioni. Ci vuole tanta fiducia e tanta speranza.

      • Cara Alicia, purtroppo lo so perché mia figlia sarebbe archeologa e ha iniziato con qualche piccola cosa, anche qualche scavo, ma tutto è finito per mancanza di fondi I reperti archeologi dei Celti e dei Romani sono stati raccolti con cura, lavati, catalogati e… messi in un magazzino!
        Di nuovo in bocca al lupo
        Giorgina

  1. Gentile Giorgina, grazie per i tuoi commenti. Erato con questo primo articolo inizia un viaggio nel mondo dell’arte curato da Maria Alicia Trivigno, critico giovane che ci guiderà nella bellezza dell’arte italiana e internazionale. In bocca al lupo a Maria Alicia.

  2. Grazie, Luciano, per le tue parole. In bocca al lupo a Maria Alicia per la sua carriera. Io amo moltissimo l’arte e, benché nel mio corso di laurea in lettere classiche fossero fondamentali l’archeologia, l’arte greco-romana e l’archeologia paleocristiana, io ho integrato il mio corso con due esami di storia dell’arte. Giorgina

  3. Ti ringrazio molto per la graditissima richiesta, ma di quale “arte”? Io scrivo prevalentemente poesie (mi guardo bene dal dire che sono un poeta/poetessa). Non invado i campi altrui anche perché non sono un critico. Una cosa è commentare, altra è pubblicare un saggio critico in un sito come questo. Comunque ne ho scritti.
    Giorgina

  4. La DISTINZIONE OPERATA DA TERTULLIANO «tra il clero (l’ordo) e i laici (la plebs). Una divisione tra cielo e terra, dunque, tra rappresentanti del mistero divino e comuni mortali», è una assunzione sul piano filosofico e teologico di quella sotto stante divisione del lavoro che sta alla base della conservazione dell’ordine esistente: il clero con il suo linguaggio sovraordinato e i laici con il loro linguaggio sottordinato. L’architettura non fa altro che mostrare ed eternare al pubblico l’eternità e la giustezza di quella distinzione gerarchica e funzionale. Ma l’architettura (essendo una attività artistica) utilizza dei linguaggi, di conseguenza prende dal mondo pagano i segni e i linguaggi che possono essere riutilizzati per attualizzare il dominio di un ceto sull’altro, del potere della casta sacerdotale su quello della casta dei laici.
    In fin dei conti il Potere non può far altro che utilizzare dei linguaggi trascorsi per adattarli alla nuova configurazione dei rapporti di forza ideologici e di casta. Così avviene per tuti i linguaggi. Così avviene anche per i linguaggi artistici, anch’essi servono (sono utilizzati) per stabilire delle gerarchie di potere attraverso la distinzione tra linguaggi sacri (superiori) e linguaggi laici (inferiori).
    Il «Bello», di cui si parla spesso a sproposito, non è altro che l’espressione linguistica (in sede filosofica e artistica) di certi rapporti di forza che un ceto o casta intellettuale vuole imporre ad un sotto ceto o sotto casta intellettuale.
    Mi sembra tutto molto chiaro, no?
    Discettando del Bello o del Canone non si fa altro che ideologia, ovvero, si produce un discorso per imporre una determinata accettazione di certi rapporti di forza tra ceti dominanti e ceti sottordinati.

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