Marilia Bonincontro Sul ciglio dell’ombra (1976-2005) letta da Giorgio Linguaglossa

sulciglio Marilia Bonincontro Sul ciglio dell’ombra (1976-2005) NoUbs 2013 pp. 260 € 15
Forse c’è un eccesso di fedeltà di Marilia Bonincontro a se stessa, alla propria voce, sempre eguale (a distanza di quaranta anni il suo timbro vocale, la sua spartana lessicalità, il verso breve parametrato sul respiro breve e come ansimante è rimasto lo stesso). Forse è questo ciò che fa di una voce una voce autentica. La fedeltà di restare ancorata alle proprie radici, alle proprie tematiche, alla propria insostituibile voce. Lo scavo interiore diventa così scavo lessicale e aderenza dello stile alla «cosa» da dire. Non c’è ironia nella poesia della Bonincontro, non c’è neanche auto ironia. Non c’è né distanza né prossimità tra l’autrice e la sua poesia. Non c’è nulla da ironizzare, ne manca la materia, anzi, potrebbe risultare anche operazione maldestra e venata di sottile albagia. Non è neanche poesia «umile», perché non c’è nulla per cui valga la pena mostrare l’altra guancia.
Leggo sul risvolto di copertina che l’autrice vive a Chieti ed ha svolto la professione di docente di Lettere. Una voce asciutta, essenziale, che non usa perifrasi o fraseggi seduttivi, che va dritta al dunque. Faccio qui una scelta personale delle poesie della Bonincontro secondo il mio gusto e le mie predilezioni. Buona lettura.

Marina Cvetaeva

Piccoli passi nella nebbia –
per decifrare il tuo volto.
Inciampo in un verso – come Marcel
sul selciato di Venezia
e scopro che il tuo corpo d’impiccata
oscilla nel vestibolo dell’isba sulla Kama
con la disperata bellezza d’una ballata.
Elaguba è un pascolo d’ombre.
Sei lontana milioni d’anni-luce.
O vicinissima, Marina.
31 ott. 2002

Paradiso? No, grazie!
Troppa luce, brucerebbe
il film della memoria –
mio solo Aldilà.

*
Come s’inganna il mondo
che mai ti vide al mio fianco.

*
Gli angeli – con ali
verdi o bianche –
la loro parte recitano
tra cielo e terra –
come si conviene.
E dio non è da meno –
Cambia costumi
e calca il palcoscenico
Più vera è l’ape-
baccante delle rose –
che su uno stelo
dondola beata.

*
Figlio – che nel vento
d’aprile m’accompagni –
del tuo niente vestito
con mani di ginestre
e calzari di stelle.
Figlio di tutte le lune –
di tutte le gemme
dei pescheti – di tutte
le notti – e le albe.
Figlio – che cammini
sulla sabbia – distanza
infinita – mia eco –
mio sguardo – mio nulla.
Figlio – che non hai volto
di ragazzo o fanciulla.
neutro – il nome
del nulla e l’Angelo
che veglia sulla soglia.

*
C’era il Silenzio –
poi venne la parola.
Noi – inchiodati
a croci di parole.

*
Queste parole oblique –
che dicono amore –
che dicono dio –
angeli abortiti.
Questo dio che è nulla –
questo nulla che siamo –
questo nulla allo specchio.

*
Questo abisso – di lune
spente – che m’artiglia.
Questa piaga – silente –
dello sguardo. Tutti –
chiamati al Nulla.
Qualcuno – ad occhi aperti.

*
Tu vieni – tu vai –
al passo della Notte –
se mai – in alto –
s’apra – di schianto –
una palpebra di cielo.

*
Là – ti nomino – nel campo
dove si sommano le Ombre.
Il tuo nome è Sottrazione.

*
Ti misuro – col metro
della distanza. Meno lontana
splende Cassiopea.

*
Ti schiodo – indicibile
parola – da un muro
di silenzio. E questa
è la mia preda – intonaco
sfarinato tra le dita.

*
I suoi grappoli scioglie
la ginestra. E Rigel
e Beltegeuse – e la cintura
del guerriero. Oltre lo scudo –
m’accieca Aldebaran.

*
Nulla più nulla.
Dove mi porti –
dio di questo nulla –
di questo abisso
spalancato in alto…

*
Ora s’affretta l’Angelo
alla soglia. Resta
l’Assenza. Il novilunio
piega la sua benda.
L’anima torna
al suo sudario d’ombra.

*
Mandami foto
di oceani astrali
Carri dell’Orsa –
con lo scatto dell’Angelo
muto – del gabbiere
dagli occhi di mare.
Non hai più bisogno
di macchine –
per scrivere con la luce.

*
I dadi – lanciammo –
sul tavolo verde
dei giorni. Un due –
una somma -una coppia.
Ignoto il perché
del due o del quattro.
Sinopia fu l’Altro.
L’uno non è dato.

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