Antonia Pozzi, la poetessa crepuscolare, di Maria Grazia Trivigno

Antonia PozziCrepuscolare poetessa dimenticata e fotografa. Il dramma umano di Antonia Pozzi ebbe come sfondo Milano, dove nacque a inizio secolo da genitori borghesi, frequentò il Liceo Manzoni ed ebbe una storia d’amore con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. La relazione fu ostacolata dalla famiglia, che negò perfino il suo suicidio, avvenuto una sera del dicembre ’38, all’età di ventisei anni, atto estremo con cui cancellò l‘indistrutto sorriso dei suoi anni. Intrapresi gli studi universitari in filologia, frequentò il coetaneo Vittorio Sereni. Di quell’animo passionale si respira il tormento nei componimenti; l’immagine diviene inspiegabilmente presagio (all’alba pallidi vedemmo le rondini/ sui fili fradici immote/spiare cenni arcani di partenza); l’armonia delle sonorità compensa un’armonia assente nella vita che le è toccata in sorte. E in tutto, la Poesia è invocata, diviene riscatto e liberazione, dono e salvezza. Di frequente una levità degli elementi naturali racconta e racchiude il piombo dello spirito, della nudità cerula dell’anima: come di ramo in ramo/leggero/un cadere d’uccelli/cui le ali non reggono più. Similmente, del sentimentalismo più sfuggente è stupendo simbolo l’intrico di rami e foglie, il costante avvicendarsi ma non incontrarsi di sole e luna, vento caldo del giorno e brezza fresca della notte. E quell’anima, donata, s’allevia doppiamente, nel suo lenire la propria pena e sollevarsi insieme. Vorrei che la mia anima ti fosse/leggera.

Maria Grazia Trivigno

All’alba pallidi vedemmo le rondini
sui fili fradici immote
spiare cenni arcani di partenza.

Capodanno 

Se le parole sapessero di neve
stasera, che canti –
e le stelle
che non potrò mai dire…

Volti immoti s’intrecciano tra i rami
nel mio turchino nero:
osano ancora,
morti ai lumi di case lontane,
l’indistrutto sorriso dei miei anni.

Inverno lungo

Per un raggio di sole non è
lo sgelo.
Ancora l’intrico pallido
delle ombre
è l’unico ornamento della terra
sotto gli alberi nudi.
In Norvegia – ora – sul ghiaccio
danzano i bimbi, vestiti
di panno rosso;
con le lame dei pattini disegnano
fiori d’argento
su quella che fu
acqua oscura –
Oh, agghiacciarsi ancor più,
esser per gli occhi
che dalle rive guardano
solo una lastra lucente, dura –
mentre dissolvono le nebbie, ai limiti
delle foreste – i miraggi
dell’aurora –

Tu la notte io il giorno

Tu la notte io il giorno
così distanti e immutevoli
nel tempo
così vicini come due alberi
posti uno di fronte all`altro
a creare lo stesso giardino
ma senza possibilità di
toccarsi
se non con i pensieri
Tu la notte io il giorno
tu con le tue stelle e la luna
silenziosa
io con le mie nuvole ed il
sole abbagliante
tu che conosci la brezza
della sera
ed io che rincorro il vento
caldo
fino a quando giunge il
tramonto
I rami divengono mani
tiepide
che si intrecciano
appassionate
le foglie sono sospiri
nascosti
le stelle diventano occhi di
brace
e le nuvole un lenzuolo che
scopre la nudità
La luna e il sole sono due
amanti rapidi e fugaci
e non siamo più io e te
siamo noi fusi insieme
nella completezza della luce
fioca
ondeggiante come la marea
in eterna corsa…
So cosa significa amore
quando il giorno muore

Notturno

Curva tu suoni
ed il tuo canto è un albero d’argento
nel silenzio oscuro.
Limpido nasce dal tuo labbro – il profilo
delle vette – nel buio – .
Muoiono le tue note
come gocce assorbite dalla terra.
Le nebbie sopra gli abissi
percorse dal vento
sollevano il suono spento
nel cielo.

La vita

Alle soglie d’autunno
in un tramonto
muto

scopri l’onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d’uccelli
cui le ali non reggono più.

Lieve offerta

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

Confidare

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zagara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

Sfiducia

Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggere
per lasciare un’impronta –

tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
– altre cose intendendo –
e questo è il modo
della più disperata

Preghiera alla poesia

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Il cielo in me

Io non devo scordare
che il cielo
fu in me.

Tu
eri il cielo in me,
che non parlavi
mai del mio volto, ma solo
quand’io parlavo di Dio
mi toccavi la fronte
con lievi dita e dicevi:
– Sei più bella così, quando pensi
le cose buone –

Tu
eri il cielo in me,
che non mi amavi per la mia persona
ma per quel seme
di bene
che dormiva in me.

E se l’angoscia delle cose a un lungo
pianto mi costringeva,
tu con forti dita
mi asciugavi le lacrime e dicevi:
– Come potrai domani esser la mamma
del nostro bimbo, se ora piangi così? –

Tu
eri il cielo in me,
che non mi amavi
per la mia vita
ma per l’altra vita
che poteva destarsi
in me.
Tu
eri il cielo in me
il gran sole che muta
in foglie trasparenti le zolle

e chi volle colpirti
vide uscirsi di mano
uccelli
anzi che pietre
– uccelli –
e le lor piume scrivevano nel cielo
vivo il tuo nome
come nei miracoli
antichi.

Io non devo scordare
che il cielo
fu in me.

E quando per le strade – avanti
che sia sera –
m’aggiro
ancora voglio
essere una finestra che cammina,
aperta, col suo lembo
di azzurro che la colma.
Ancora voglio
che s’oda a stormo battere il mio cuore
in alto
come un nido di campane.
E che le cose oscure della terra
non abbiano potere
altro – su me,
che quello di martelli lievi
a scendere
sulla nudità cerula dell’anima
solo
il tuo nome.

Antonia Pozzi

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4 commenti
  1. Potremmo definire un crepuscolarismo interiorizzato lo stile di Antonia Pozzi, corretto dalla lettura dei poeti dell’espressionismo tedesco. È una ipotesi. La Pozzi vive la poesia in modo totale, intenso: «vivo della poesia come le vene vivono del sangue». Nella sua poesia troviamo in embrione il tema tipico della poesia modernista europea degli anni Trenta, il tema dell’autenticità dell’esistenza. Riservata in vita, lo fu altrettanto nella sua poesia. Sicuramente il gusto per l’eufonia delle parole le derivò dalla lezione ermetica (le mie parole «sono asciutte e dure come i sassi» o «vestite di veli bianchi strappati»). Sono parole ridotte al «minimo di peso», come disse Montale, ma in lei, come detto, c’è anche il gusto tutto espressionista del «montaggio» di immagini plumbee e inquietanti:

    «le corolle dei dolci fiori
    insabbiate.
    Forse nella notte
    qualche ponte verrà
    sommerso.
    Solitudine e pianto –
    solitudine e pianto
    dei larici»

    *
    «All’alba pallidi vedemmo le rondini
    sui fili fradici immote
    spiare cenni arcani di partenza»

    *
    «Petali viola
    mi raccoglievi in grembo
    a sera:
    quando batté il cancello
    e fu oscura
    la via del ritorno»

    Gli anni Trenta. La crisi di falsa crescenza dell’Italia fascista, la si ritrova nella sua poesia tradotta in una atmosfera trasfigurata, depurata. È quanto emerge in modo inequivocabile dalle stesse parole di Antonia Pozzi: «la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare».

  2. Ci si chiede quale sia il compito della poesia. Antonia Pozzi risponde perfettamente alla domanda, almeno per chi scrive.
    «la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare».
    GBG

  3. “Lieve offerta” “Tu la notte io il giorno” …basta leggere due poesie, due soli versi di Antonia Pozzi, per capire l’intensità della forza vitale che l’animava e di che cervello duttile e capace fosse dotata. La poesia fluisce in lei, da lei, naturalmente, semplicemente, e risulta l’unico linguaggio possibile …per vivere. Nessun artificio, nessuna traccia di costruzione o di minimo ricupero di sapere altrui, nulla di superfluo. Lei, intelligenza sottile e puro sentimento, accoglie il vocabolo, grezzo, lo trascende, lo cesella, e lo libera, per sempre, nell’universo magico dell’Assoluto. …triste, fortunata Antonia Pozzi, così splendidamente viva, grazie !

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