“Sopra la terra nera”, Luciano Nota, Campanotto – 2010 –

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La vita è ardua per Luciano Nota. “Ho muri da spianare” – proclama già dall’incipit della sua raccolta. E poco dopo ribadisce: “Occhi ho lasciato/ ai carboni/ e mani alle croci”. Si sente in una condizione esistenziale assurda, come assurdo è un tamburo che non suona. E’ una riflessione o sensazione che ricorda Ungaretti: “Sono stanco di urlare senza voce”. Ma non si pensi che tale condizione nasca da una incapacità del singolo a rapportarsi col mondo esterno, quasi che sia una sua debolezza. Si vuol dire che non si tratta di una condizione soggettiva, quale potrebbe essere considerata dai seguenti versi: “Calma è la luna dietro il muro./ Dietro il muro calmo/ faccio all’amore con la luna”. In realtà, il male è oggettivo, perchè è nelle cose. Non per nulla c’è una presenza ossessiva del nero. Nera, del resto, è la terra già nel titolo della raccolta. Il nero è una “chiara” verità: “In fondo il nero/ in alto il nero/ in superficie il nero”. E’ un “nero tenace, forte, resistente”. La vita, in altre parole – si legge altrove, – è tutta nera. Se poi si vuol spiegare in che senso essa sia tale, si può leggere che è “un fluire interminabile/ di soli senza soli/ di forze impavide e sghembe”. La condizione umana, e non solo umana, così stando le cose, è “assolutamente” dolore, quale si coglie in un quadretto familiare normalmente indicato come luogo di quiete. ” Mi sono affacciato alla finestra/ per meglio intendere il dolore. /C’erano tutti:/ il padre, la madre, il figlio / e una vecchina labile, stanca/ che mondava una mela fradicia”. Con una frase che ricorda altra frase famosa ( “Non c’è pace tra gli ulivi”), il poeta proclama: “Neppure gli ulivi/ placano i nidi”. Non c’è in definitiva, un solo punto fermo, perchè anche la casa del paese, cioè della nascita e dell’infanzia, è andata materialmente perduta: “Rivedo – si legge in una lirica particolarmente intensa – quella casa/ le notti in cui si accalcano i cavalli/ la casa chiusa a chiave …Quando morì mia madre/ non ebbi tempo d’imbiancare la stanza”. Se così è, si vive sempre “in bilico sui ponti./ Noi/ poveri vivi/ a invidiare i morti”. Ma non per questo c’è rassegnazione o stoica rassegnazione. Proprio leggendo lo stoico Seneca, Nota ha scoperto che “tutti vogliono essere felici, anche se è difficile dire cos’è che renda felice la vita”. E’ vero, tuttavia, che la ricerca della felicità è innata nell’uomo. a darla potrebbe essere l’amore; ma anche Venere, purtroppo – scrisse Tibullo, – cerca blandizie, cioè ipocrisia, e si nutre di pianti e lamenti. Ciò non toglie che, infine, il poeta, abbia uno scatto di ribellione o di volontà suprema, da cui nasce un impegno di vita, anche sociale, cioè di apertura e slancio verso gli altri e le sofferenze degli altri. “Per carità, nero, smorza il tuo imbuto – si invoca in un altro passaggio lirico/ e non macchiarti di voracità”. Lui, Nota, nell’explicit chiede una “vista rivoltosa”, e, ritornando alla prima lirica, promette che ha “fiori tanti fiori da piantare”.

Giovanni Caserta

*
Ho muri da spianare
e fiori tanti fiori da piantare.

*

Se hai fretta
di salire le scale
mio amore vai pure.
Occhi ho lasciato
ai carboni
e mani alle croci.

*

Ho tentato a lungo
di essere re.
Ora posso scendere.

*

E’ chiaro:
in fondo il nero
in alto il nero
in superficie il nero.

*

Ed eccomi ancora qui
ancora più scuro
sopra la terra nera.

Blanditiis volt esse locum Venus ipsa: querelis supplicibus, miseris fletibus illa favet (Tibullo)

*

Riesco ad aprire la porta
solamente se qualcuno
s’improvvisa superbo
e il dolce ticchettio mi riporta
alle piume di un incendio.
E così è per le finestre
i poggioli, le pareti.
Troppo lungo è lo spago
che mi separa dal bacio.

*

Devo tornare a ricompormi
in una cesta di silenzio
o in qualche scorza prodigiosa.
Anni vissuti senza tregua
voltando gli òmeri al mattino
in un fluire interminabile
di soli senza soli
di forze impavide e sghembe.
Avrei già gioito
se avessi bussato alle cortecce
sarei forse già propaggine.
Ma ora che son qui
acceso in ombra fra gli ulivi
con l’eco dentro il mondo
canto versi ai pettirossi.

*

Potrei morire e rifiorire
svuotarmi di lime perfette
di corpi, di resti distorti.
Morire attaccato ad un fiume
con le braccia più nere del vento.
Rinascere poi su un pezzo di gelso
in un mare o su un colosso più duro.
Ma è proprio ciò che mi spaventa
questo colosso che non conosco
questo corpo supremo fatto di firmamento
di fazzoletti d’orto
senza tempo.

*

Sapessi che peso
sentirti come peso leggero
sentirti dentro
come abile prugna
inzuppata più volte
sulle urne del corpo.
Sapessi che peso
il fragile sorriso
l’assenza di parole
quegli occhi scoscesi sui vetri.
Sapessi che male
saperti sognare
scrosciante.

*

Rivedo quella casa
le notti in cui si accalcano i cavalli
la casa chiusa a chiave.
Gli enormi bicchieri
poggiati sugli scanni
alcuni ocra alcuni neri.
Quando morì mia madre
non ebbi tempo d’imbiancare la stanza.
Qualcuno mi additò come fumo
altri come sabbia
o peggio ancora come frasca di strada.
Io attendo che costoro
sposati alle lusinghe
mi serbino quel muro
sporco e defilato
per continuare a disegnare
nelle sere di plenilunio
i miei anfratti e le mie rane.

Vivere, Gallio frater, omnes beate volunt, sed ad pervidendum quid sit quod beatam vitam efficiat caligant ( Seneca)

*

Apparire per me
è stato un atto vero.
Ancor più veritiero
il mio essere oscuro.

*

Lo dico a te
e a chi mi colloca
in una prigione di stenti.
Io un giorno sarò rondine
per psicosi perfetta.

*

Mi risano
bevendo stille di creato
sputate dal Signore.

*

Oh, non vedermi recluso
unicamente nel buio
l’uomo senza il tu
e senza Dio.
Magari m’accecassi ora
mi dessi una vista rivoltosa.

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