“Più felice sono quanto più lontana”, Emily Brontë, di Giuliana Benedetto

Emily Bronte1
Al nome di Emily Brontë viene associato immediatamente Cime tempestose, ma la celeberrima scrittrice inglese ci ha lasciato anche numerose poesie, pubblicate grazie all’insistenza della sorella Charlotte, dato che lei avrebbe voluto tenerle nascoste.

Sono liriche sorprendenti non solo per l’ampio “sfoggio” di inventiva (in particolare nel cosiddetto “ciclo di Gondal”, storia di intrighi e amori infelici creata a partire da un diario tenuto sin dalla più tenera età e costruita quasi come un romanzo in versi), per le atmosfere (personaggi accattivanti e ben delineati nonostante il loro essere sfuggenti oltre che una natura che diviene elemento vitale, reale energia), ma soprattutto perché tra le righe dei poemi non legati alla saga di Gondal possiamo scoprire un po’ dell’interiorità della Brontë, donna ritrosa e insondabile. Rimane comunque un certo alone di mistero, qualcosa di indecifrabile, ma lampante è il ruolo che la creazione letteraria ha nella sua vita. Quello che lei definisce “il Dio delle visioni” è fondamentale non solo perché le permette di straniarsi dalla sua quotidianità, da un ambiente ristretto e poco aperto al quale, però, è visceralmente legata, ma anche di dar vita a nuovi mondi e nuove storie, di trovare nella sua prodigiosa inventiva uno spazio concreto in cui esprimersi in totale libertà e rifugiarsi.

Non è certo un caso che un suo componimento reciti:

 
“Più felice sono quanto più lontana
Porto l’anima mia dalla sua casa di creta
In una notte di vento quando la luna è chiara
E gli occhi vagano tra mondi di luce”
 

E ancora nella dolente e intensissima “Stelle” scrive:

“Stelle, sogni, notte gentile,
oh, notte, stelle, ritornate!
Nascondetemi alla luce ostile
che non scalda, ma brucia
 

asciuga sangue di uomini in pena,
beve lacrime, non rugiada!
Oh, dormire durante il suo regno accecante
Per risvegliarmi solo con voi!
 

In questi versi notiamo tra l’altro un’originale prospettiva: l’ispirazione porta alla luce i suoi frutti, paradossalmente, nell’oscurità, nella solitudine, lontano dal chiarore e dal clamore diurno, anzi come leggiamo in un altro componimento le tenebre sono rappresentate da un mondo esterno privo di speranza. E proprio “All’immaginazione”, che propongo qui di seguito, è un canto appassionato, limpido ed esplicito al potere dell’atto creativo.

“Quando stanca degli affanni del giorno,
del terreno trascorrere di pena in pena,
perduta, prossima a disperare,
torna dolce a chiamarmi la tua voce;
non sono più sola, fedele amica,
se tu ancora puoi parlarmi così!
Non ho speranza nel mondo di fuori;
due volte mi è caro il mondo che è in me;
deve astuzia, odio e dubbio,
e freddi sospetti non hanno dimora;
il tuo mondo in cui tu e io e la libertà,
godiamo di sovranità indiscussa.
Che importa se mi circondano
Tenebre, pericolo e colpa;
nel rifugio del nostro cuore
serbiamo limpido un cielo di luce,
caldo dei mille e mille raggi
di soli che non conoscono l’inverno.
La ragione, è vero, spesso lamenta
La triste realtà della natura,
e al cuore dolente ripete che vani
saranno sempre i suoi sogni più cari;
e la verità può calpestare rudemente
i fiori nuovi della fantasia.
Ma tu, sempre presente accanto a me,
mi riconduci l’errabonda visione,
e alla spenta stagione infondi nuova gloria,
e dalla morte trai vita più dolce,
e sussurri, con voce divina,
di mondi reali, splendenti come il tuo.
Non do fede alla tua gioia fantasma,
pure, nella quiete dell’ora notturna,
il cuore colmo di gratitudine nuova,
accolgo te, forza benigna;
conforto certo delle umane cure,
più dolce della speranza, se la speranza dispera!”
 

Giuliana Benedetto

La traduzione di “Più felice sono quanto più lontana” e “Stelle” è tratta da “Stelle e altre poesie”, a cura di Piera Mattei (Via del vento, 2006). La traduzione di “All’immaginazione” è tratta da “Anne, Charlotte ed Emily Brontë: poesie”, traduzione di Anna Luisa Zazo (Mondadori, 2004).

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3 commenti
  1. “Stelle, sogni, notte gentile,
    oh, notte, stelle, ritornate!
    Nascondetemi alla luce ostile
    che non scalda, ma brucia

    asciuga sangue di uomini in pena,
    beve lacrime, non rugiada!
    Oh, dormire durante il suo regno accecante
    Per risvegliarmi solo con voi!”
    *
    Il fascino della notte accomuna grandi poeti seppure di natura molto diversa.
    Sto pensando alle “Poesie alla notte” (“Gedichte an die Nacht”) di Rainer Maria Rilke.
    GBG

  2. “(…) pure, nella quiete dell’ora notturna,
    il cuore colmo di gratitudine nuova,
    accolgo te, forza benigna;
    conforto certo delle umane cure,
    più dolce della speranza, se la speranza dispera!”

    La grazia e la forza di Emily Brontë, e quindi della sua scrittura, apprezzo in questo passo che strappa al tedio, come si diceva nell’ottocento, il giogo che governa. Grazie Luciano.

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