Poesie di Jakub Zonszajn, a cura di Paolo Statuti

zonszajn-bigJakub Zonszajn, poeta, prosatore, saggista e drammaturgo polacco di origine ebrea, nacque a Łuków il 10 gennaio 1914 e morì a Varsavia il 7 febbraio 1972. Scrisse prevalentemente in lingua yiddish. Ricevette un’educazione tradizionale nella sua città, prima di trasferirsi con la famiglia a Varsavia nel 1930, dove frequentò la celebre Unione dei Letterati e Giornalisti Ebrei (1916-1939), situata in via Tłomackie 13. Debuttò nel 1932 con un racconto pubblicato dalla rivista Unzer Ekspres. Durante la seconda guerra mondiale soggiornò nell’Unione Sovietica. Tornato in Polonia nel 1947 si stabilì a Wrocław, dove contribuì attivamente a ridare vita a ciò che restava della cultura ebraica in Polonia, assieme a un piccolo  gruppo di ebrei rimpatriati come lui. Nel 1950 tornò a Varsavia, dove fu segretario del mensile letterario Jidisze Szriftn (Scritti ebraici) e dove riscoprì la sua vena poetica: le raccolte Incroci , ParoleMelodia uscirono rispettivamente nel 1957 e 1959. Le sue poesie sono state tradotte in polacco, tra gli altri, dai poeti Jerzy Ficowski e Arnold Sucki. Quest’ultimo nella sua introduzione alla  raccolta di poesie di Zonszajn, pubblicata nel 1963 dalla nota casa editrice Czytelnik, afferma che gli autori, come soprattutto Zonszajn, devono essere considerati poeti polacchi, malgrado abbiano  scritto in lingua yiddish. Il poeta Słucki nella stessa introduzione scrive inoltre: «Jakub Zonszajn è il poeta dei sentimenti umani più intimi e delicati. La sua è una lirica della luce, del sussurro, del silenzio realizzato alla perfezione. In questa lirica smorzata irrompono la tragicità e il pathos, e improvvisamente torna il silenzio. Con questo si spiega il frequente ricorso di Zonszajn alla miniatura poetica, sorprendente per la sua aforistica concisione. A ciò è legato il suo “minimalismo” poetico, colorito a volte di ironia e scetticismo, come ad esempio nella poesia L’ultima parola». Nella poesia di Jakub Zonszajn, che ha le sue radici nel folclore e nella psicologia ebraica, l’elemento nazionale si abbina a meraviglia a un ampio orizzonte filosofico e alla comprensione di valori e verità universali.

Paolo Statuti

 

Notte insonne

L’occhio arrossato
la mano bianca e debole –
già da tempo avrei dovuto assopirmi.
Ma il sonno
spaventato a morte
si è nascosto in qualche angolo
vilmente.

Perché una luce misteriosa
percorre la notte.

L’ultima parola

Non affaticarti le ore della notte
non riuscirai a contare
Ogni ora nel tormento è un’eternità
e la gioia – supera i confini del tempo

Più quieto dell’erba nel campo
lasciami tacere

Perché dovrei parlare? –
l’ultima parola
anche parlando non la dirò mai

 

Motivo autunnale

Non leggerà neanche un sapiente
nel grigio cielo d’autunno
ciò che scriveva il sole
coi colori dell’estate

Sediamo qui in due e in silenzio
nel vaso si estingue il fiore
Sul tavolo nudo
un triste verso
l’ultima traccia di giorni di sole

Le gocce battono alla finestra
la tortuosa scrittura della pioggia sul vetro
Sul tetto i colombi bagnati
come ratti

 

L’albero sotto la mia finestra

L’albero
sotto la mia finestra
di notte non dorme,
a lungo caparbio sussurra qualcosa.

Spesso
disperato
si spoglia delle foglie.

Ma l’alba
lo riveste di nuovo.

 

La nota

Il verso più doloroso
è quello non scritto
Non lo scriverò mai

La mia ombra mi si opporrebbe
l’orologio smetterebbe di battere
che custodiva fedele le mie ore

Soltanto te chiunque tu sia stata
non smetterò mai
di cullare nella memoria

Come nel tardo autunno
una mosca moribonda alla finestra
ronzo per te
ronzo
la più tenera nota

 

Chiunque

Chiunque, ovunque
io sia stato – Vi dirò:

Sole, nuvola
e nero cimitero,
giardino in fiore
ed eterno viaggio del fiume.

Chiunque, ovunque…

Amore non comune,
odio che arde alla fonte,
pagine di libri non letti del tutto –
principe
che si mutò in un mendicante…

Chiunque, ovunque –
ero io stesso.

Lo so,
vado – – –

* * *

Anni, anni miei,
cammelli multigobbe,
carichi di ansie,
come carovane
guazzano
nella mia memoria.

Soltanto il cuore
in un caldo bagno di sangue
corre in avanti –

Nella rossa nebbia serale
l’ultimo cammello è fermo
e grida.

 

A Izrael Sztern (1)

O Izrael, Izrael –
quante poesie hai scritto,
quante poesie hai taciuto.

O Izrael –
il tuo orfanello in qualche luogo muore,
fugge l’ultima volta:
il suo sorriso si spegne
nella valle profonda,
il suo pianto è cessato –
il tuo orfanello,
l’orfano, a te sopravvissuto.

Le tue stradine,
le tue case in esse
non recitano più le preghiere
al sole del mattino.
E al tramonto
non chiedono più
misericordia.

Sotto le ceneri
del vecchio cappotto senza bottoni
chiuso da una spilla di sicurezza
giace carbonizzato ammutito
il tuo cuore,
la tua ultima preghiera
e i versi
di Rainer Maria Rilke.

 

Accoglimi, o grande giorno…

Accoglimi
o grande giorno
che verrai.
Sotto le tue ali
si contrae e si sgretola la terra
resa ancora vacillante da oscuri diletti.

Scoterai dal lungo sonno
la gente
gli alberi
gli uccelli.
Tremeranno di spavento
e grideranno.
Al fiume
chiuso tra rive troppo anguste
ordinerai di scorrere più veloce.
E i miei occhi costringerai a tenere aperti…
Allora

Proteggi con una corazza il mio cuore
dammi il coraggio
affinché non subito
ma a gocce
io ti doni
il mio sangue.

 

Caino

Il tuo ultimo grido
pende
su ogni mia strada

E così
di alba in alba
non celarsi, né fuggire chissà dove…

La notte non mi lascia prender sonno,
nel sangue attraverso il mio cuore
passa il carro mortale…

Il mio delitto ho affidato al mare,
ho ucciso il canto,
che finisca nell’oblio.

Ma sempre di nuovo m’inginocchia
la terra:
grida sotto i miei passi…

Jakub Zonszajn ( traduzione di Paolo Statuti)

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