Rocco Scotellaro poeta “biblico” e “liturgico”, di Giovanni Caserta

arton5216Offriamo ai nostri lettori questo testo critico del professor Caserta per la novità del tema, mai affrontato dalla critica scotellariana o soltanto sfiorato. Buona lettura!

*

La consapevolezza della povertà propria e della gente tricaricese è il primo elemento fondamentale nella formazione umana di Rocco Scotellaro. Nacque allora quella che egli, in seguito, chiamerà “la religione dei poveri”, e che mai in lui verrà meno, neanche all’epoca dell’”Uva puttanella”, quando caddero tutte le maiuscole. “Nel dubbio – scrisse – e nella fede in tutte le religioni che s’insinuavano anche in me, era l’unica religione dei poveri”.Si vuol dire che, prima ancora che il Partito Socialista  venisse ad offrire un sostegno e un alimento a questo vago sentimento umanitario, fu la religione cristiana a dargli uno sbocco e a definirlo. Nel Vangelo, e nella Sacra Scrittura in genere, infatti, Rocco Scotellaro  trovò il testo ove si diceva bene dei poveri e dei reietti. Qui si colloca l’importanza veramente  straordinaria che ebbe  l’esperienza nei conventi di Sicignano degli Alburni prima e di Cava dei Tirreni dopo. Rocco Scotellaro vi era stato mandato per le stesse ragioni  per cui tanti altri ragazzi, figli di povera gente, affluivano dai paesi nei seminari. Funzione più meritevole, forse, questi non svolsero mai all’interno del sottosviluppo meridionale. “E poi, dopo qualche anno, te ne esci – gli disse il padre. – Arrivi al quinto ginnasio almeno, resisti  fino a tanto. Ma se hai  la volontà, prendi la messa, ma meglio fino al quinto”.

Nei conventi francescani, Rocco Scotellaro prese contatto con la cultura, ma anche e soprattutto con il Vangelo e con l’umiltà dei frati, che mangiavano pane “di colori diversi, a tozzi non mai uguali, era il pane della questua”. Durante il pasto, per ringraziare il cielo, “a turno … si leggeva il Vangelo fino al tocco del bicchiere  del prefetto che rompeva il silenzio”.

Di tutto l’anno liturgico, Scotellaro meglio sentiva e soffriva l’atmosfera, tragica ed esaltante allo stesso tempo, della settimana Santa. Un Venerdì Santo toccò a lui cantare la “Lamentatio Jeremiae Prophetae”. Lo colpivano certe immagini di dolore e di pianto collettivo, che gli portavano alla mente  momenti della vita del suo paese. “Viae Sion lugent… omnes portae eius destructate; sacerdotes eius gementes: virgines squalidae, et ipsa oppressa amaritudine… Parvuli eius ducti sunt in captivitatem ante faciem tribulantis (“Le vie di Gerusalemme piangono… tutte le sue porte sono distrutte… le vergini in lutto, e la città tutta oppressa dal dolore… I suoi bambini condotti in cattività sotto gli occhi dell’oppressore”)

Parlando di questa esperienza  a distanza di anni, Rocco Scotellaro ne considera e ne mette in rilievo tutti i difetti di ipocrisia e pettegolezzi, di miseria e viltà; tuttavia, non può non considerarne l’importanza essenziale che essa ebbe per lui. “I frati – conclude – non furono un’esperienza negativa, lo capivo  appena uscito, chiaramente se  ero capace  di sostenere il contegno davanti agli altri petulanti, prepotenti, se tra la folla ogni uomo, con la faccia e il suo peccato, o con la sua bellezza, io dovevo rispettarlo come un fratello”.

La consuetudine con la Bibbia, e con il Vangelo in particolare, continuò negli anni successivi, anche dopo la scoperta del socialismo: del socialismo e non del marxismo. “Io non ho una cultura comunista, non ci credono – confesserà a Tommaso Pedio in un momento di amarezza, in cui non sa decidere le sue scelte all’interno del Partito Socialista. – E’ grave, ma non la potevo avere. Quel poco che so, l’ho appreso da te, quando gli antifascisti di oggi servivano e si sforzavano più bravi degli altri nel piegare la schiena”.

La lettura dei testi sacri, invece, rimarrà in lui un’esigenza sempre sentita e profonda, perché lo stesso socialismo, per lui, era poesia o religione sociale. Chi lo conobbe ricorda come, nei giorni della Settimana Santa, nelle case dei contadini egli leggesse e cantasse i salmi; ma anche a voler ignorare queste testimonianze, tramandate di bocca in bocca, e perciò discutibili, c’è la confessione dello stesso Scotellaro a farcene fede. Nell’”Uva puttanella”, a proposito del suicidio di Pasquale il fuochista, egli che, come sindaco, aveva negato a Pasquale una firma  per la pensione, perché non ne aveva diritto, e lo aveva multato perché non munito di regolare licenza  per svolgere l’attività di pirotecnico, rimane sconvolto dal dolore  e dagli scrupoli. Non così il prete, il quale a Pasquale aveva negato il ricovero nell’ospizio dei poveri, solo perché non aveva  nulla da dare in cambio. Il risentimento di Scotellaro è proprio contro il prete e la Chiesa cha fanno mercato, rinnegando i principi evangelici cui vogliono fra credere di ispirarsi. “Fui contento – scrive – che Pasquale non andasse in chiesa e corresse senza campanelli e acqua santa e giaculatorie, al suo riposo”. Andò quindi a rileggersi il “libro di quegli anni, la Bibbia, ai paragrafi 10-13, cap. 24 del “Deuteronomio”, là dove è predicato l’amore del prossimo fino alla rinunzia dei propri interessi. Purtroppo  – commenta – “su tutto era caduta la polvere, fino sulla copertina della Bibbia”.

Il primo tradimento del Vangelo è venuto da quando la Chiesa si è lasciata prendere nel giro degli interessi materiali, alleandosi con la classe di coloro che comandano. La Chiesa, cioè, è stata ed è dei padroni. Le parole di condanna di Scotellaro, tuttavia, non sono dettate da anticlericalismo feroce, ma, piuttosto, da amarezza  e da un ferito senso di giustizia. Sembrerebbero più le parole di uno che è nella Chiesa che non di uno che ne è fuori. C’è, in effetti, il rigorismo morale dell’evangelico, il quale va rilevando le contraddizioni e l’inconciliabilità fra interessi temporali e interessi spirituali; c’è ancora il francescanesimo assimilato nei due anni e mezzo di permanenza in convento. “Il sempre nuovo annuncio del Vangelo – scrive,  – ogni giorno e ogni domenica, ripete la legge degli uomini e ognuno dice a se stesso: ‘Io sono la via, la verità e la vita’ e subito corre a comandare alla moglie, ai figli, al fratello più piccolo, al più debole di sé”.  E’ implicita, in queste parole, la condanna della religione, intesa come insieme di pratiche e precetti. La domenica, la messa, i rosari, anzi, possono addirittura servire come alibi per la coscienza poco tranquilla. La domenica  è una bella istituzione, secondo Rocco Scotellaro, solo perché in quel giorno “i funzionari, i signori, le nobiltà escono idi casa per stare a mezzogiorno e mezza alla porta di una chiesa. Ci credono, non ci credono… il fatto è che sono quieti, inattivi, non scrivono le carte, non si attaccano ai telefoni…”. Come giorno di vacanza, insomma, assolve ad una funzione etica, in quando, essendo sospensione dell’attività pubblica, è anche sospensione delle persecuzioni perpetrate a danno dei deboli. Anche la sera della domenica, tuttavia, arrivano in carcere gli occupatori delle terre. E Scotellaro commenta, desolato: “Che domenica e domenica e religione e funzionari quieti”.

La cosa che più può apparire strana, e strana non è, è che i poveri stessi sono credenti almeno quanto i funzionari e i signori; ma la loro parte è sempre stata quella di portare il Crocefisso di ferro durante le processioni. “Battuti dalla legge dei forti, avessero avuto almeno la religione dei deboli!”.

*****

Quello che bisognerebbe qui vedere è come questo fondo o sentimento religioso abbia agito sulla poesia di Scotellaro, e attraverso quali immagini esso si sia espresso. E’, questa, un’indagine che potrebbe andare per le lunghe; e sarebbe ricerca assai suggestiva, perché mai tentata da altri. Ci proponiamo di farlo in altra sede, in modo più ampio e documentato: qui ci limiteremo a tracciare alcune linee, che servano di guida ad una lettura diversa del poeta di Tricarico.

Notevole è, innanzitutto, la frequenza con cui ricorrono la Passione e la morte di Cristo, quasi mai chiamato col nome di Gesù. Il cristianesimo, cioè, sembra essere contrassegnato dalla consapevolezza che la vita è dolore, sofferenza, e martirio; sicché esso si qualifica come la religione degli oppressi. Nella vigna paterna è proprio un “povero” Cristo ad attirare lo sguardo dolente del poeta: era “un ferro nero [che] pendeva  da uno spago, il corpo di Cristo addossato al tronco senza braccia, senza le ali della croce”.C’è quasi una identificazione fra la sorte dei pezzenti e quella di Cristo. In fondo è vero che “è il più fesso che porta la croce”.

L’immagine di Cristo morto o sofferente è frequente nelle liriche di “E’ fatto giorno”. Ricordiamo “Per Pasqua alla promessa sposa”, in cui il poeta chiede alla sua Isabella di non lasciarlo solo proprio nel giorno più triste dell’anno, “quando l’aria d s’intinge di burrasca / e i gheppi son cacciati nella mischia / e cantano la morte del Signore / solo gli angioli deturpati…”. Ancora la Passione e Cristo tornano in “Eli Eli”, dove assai suggestiva, nella sua confidenzialità, è l’espressione “giovane Dio”. Anch’io – dice il poeta – “ho saputo la rovina del pianto / il canto del giovane Dio / e come la sera incalza anch’io: Padre, Padre / perché tu m’hai abbandonato!”.

Una lirica, non compresa in “E’ fatto giorno” 1954, porta il titolo di “Pasqua ’47”. Qui, però, non il momento della Passione è colto, ma quello della Resurrezione. Anche qui, in ogni caso, c’è l’identificazione di Cristo con i “poveri cristi”, contadini e ciabattini. Nel giorno della Resurrezione sembrano, per un momento, risorgere anche i pezzenti; e sembra riscoprirsi l’autentico significato del cristianesimo, che – come si diceva – consiste nell’uguaglianza e fratellanza fra tutti gli uomini: “Oh quest’oggi gli uomini redenti /… ecco sanno baciarsi nelle strade / e di lontano riconoscersi fratelli”.

Si tratta, tuttavia, di un solo momento. Né è vera uguaglianza, ma, piuttosto, pietà e concessione del ricco nei confronti del povero, la cui povertà viene maggiormente mortificata. “ E sento – conclude il poeta – il dolore della miseria / dei servi ammessi ai tavoli / nelle case dei padroni, oggi”.

La Chiesa, come potenza al servizio dei forti contro i deboli, la mancata  attuazione della carità evangelica, l’ipocrisia di chi crede che tutto il cristianesimo si risolva nella cerimonia religiosa (e perciò si sente tranquillo anche quando sputa  sul suo simile) sono colte dal poeta  con sottigliezza e rammarico, con acume ed efficacia. C’era scetticismo e sarcasmo nel padre di Rocco Scotellaro, allorché, ridotto al lastrico per essersi ribellato alla classe al potere, si mise in disparte e “con riso fragile e senza rossore / rispondeva da un gradino / ‘Sia sempre lodato’ a un monsignore”; e c’è ancora sarcasmo in “I pezzenti”, in cui il poeta, con fare disincantato, osserva: “E’ bello fare i pezzenti a Natale / perché i ricchi allora sono buoni; / è bello il presepio a Natale / che tiene l’agnello / in mezzo ai leoni”.

Le contraddizioni della domenica, già notate nell’”Uva puttanella”, si ritrovano nella lirica che, appunto, porta il titolo di “Domenica”, in cui Chiesa e partiti sono accomunati nella ipocrisia delle prediche e dei comizi. In quel giorno, la città si riunisce nelle chiese e nei teatri a battere le mani. Ma è una ebbrezza collettiva, in cui si dimentica la vera vita: quella delle ragazze che assistono le madri malate, perché altrimenti cadrebbero dal letto; quella degli amanti poveri che trovano rifugio in un portone; quella delle puttane, che anche a Natale e a Pasqua lavano i membri. La simpatia dolorosa del poeta – è inutile dirlo – è per “tutti gli uomini e le donne, i giovani e i vecchi / che non se la sentono di battere le mani”.

Emblematicamente, le incoerenze degli uomini di religione e delle loro istituzioni vengono rappresentate da certe usanze feudali, per cui anche nei luoghi sacri, al cospetto del Signore, entrano le divisioni di classe: da una parte i potenti, dall’altra i deboli. “Ancora – dice il poeta – ci chiamiamo / fratelli nelle Chiese / ma voi avete la vostra cappella / gentilizia da dove ci guardate”. Eppure la legge del Signore si incarna proprio nelle aspirazioni degli umili e ogni offesa fatta a loro è una persecuzione ed un oltraggio alla morale e alla religione, alla politica e alla storia.

I contadini, dunque, appaiono come le ingiuste vittime di una triste e millenaria congiura, che fa pensare ad altri vasti fenomeni religiosi e sociali, quale la diaspora ebraica. E’ la stessa maledizione: “i miseri, i buoni / son dannati ai traslochi?” – si domanda il poeta. E subito, una grandiosa biblica immagine come nel lamento di Geremia: “Le donne ebree gridano sui massi / del tempio rovinato. / Quanti non hanno chi pregare!”. Di passaggio, ricorderemo che la diaspora degli ebrei poteva far pensare alla maledizione dei saraceni, anch’essi perseguitati e disprezzati, come infedeli, in tutto il mondo cattolico. Basti pensare ai “marranos” e ai “moriscos” cacciati dalla terra di Spagna. Non ci stupiremo, perciò, se, parlando dei contadini del suo paese, a Scotellaro verrà di chiamarli “i duri miei padri saraceni”.

Quello di “padri”, in particolare, è termine assai ricorrente nelle liriche di “E’ fatto giorno”, perché carico di larghe suggestioni e risonanze bibliche e liturgiche. Esso fa pensare al popolo errante nel deserto, ai Padri della Chiesa, all’umile salmista, ai profeti inascoltati, in ogni caso alla verità e alla vita quotidianamente mortificate. Di qui l’invocazione tragica e accorata del poeta: “Non molestate i padri della terra!”. Del resto, tormentati dalle fatiche e dalle ingiustizie, i contadini escono riscattati  da ogni impurità. Il cielo – disse Cristo – è di coloro che soffrono. Una lirica, perciò, s’intitola “I santi contadini di Matera”.Altrove, si parlerà di “santi / padri contadini”.

Con i loro problemi, con le loro tragedie, con il loro broncio (“Nei padri il broncio dura così a lungo”), essi costituiscono il cruccio e il tormento del poeta, che, in un momento di stanchezza e di disperazione, li supplica. “O padri quanti voi siete / fatemi ancora giocare: / non sgridatemi, non coglietemi / la torcia accesa / delle feste consumate”.In “Salmo alla casa e agli emigranti”, del 1952, ritorna l’espressione “padri della terra”, che, già usata alcuni anni prima, ricompare in un contesto che potremmo definire tipicamente biblico: quello dell’errare e del mendicare: “Ve ne andate anche voi, padri della terra, e lasciate / il filo della porta più nero del nero fumo”.

Ma, al di là di questi termini o espressioni usati in una accezione tipica e precisamente definibili e giustificabili, va soprattutto sottolineato che l’assimilazione dello spirito liturgico e biblico fu così profonda e sentita, così sofferta e amata, che certe immagini tornarono naturali in Scotellaro, perché erano uno spontaneo mezzo espressivo. Come altri dicono  “nacqui sotto una buona stella”, con la stessa naturalezza egli scrive “Novena per giugno”, per indicare la sofferenza, il tormento e le speranze dei mietitori che, di notte ancora, vanno muti verso i campi. Sono i mietitori, gli eroi di questo mondo, in cui il lavoro non è lavoro, ma, piuttosto, fatica. E non è invero senza tragico significato che, ancora oggi, negli scioperi di paese, i manifestanti gridano, in dialetto, che “vogliono la fatica”.

Gli abigeatari stessi sono “spiriti pellegrini della notte”, mentre “i ferri dei muli sulle selci / suonano mattutino”. “M’avete ridotto un taberncolo” – dice  Scotellaro ai suoi paesani, che l’hanno scelto a capitano nelle loro lotte sociali.Ancora i mietitori, nella notte, fanno una “processione” lungo il declivio che porta ai campi di grano; e in “processione “ sembrano gli occupatori delle terre, mentre cercano ognuno una quota: “Sono i quotisti affamati / nella processione notturna, / ricercano con gli occhi tutto il piano”.

Spesso nell’aria si sentono le campane del convento; e, per indicare un certo tempo dell’anno, il poeta dice: ”E’ cigliato nello stipo il grano / del Sepolcro per Gesù bendato”.Di sé stesso, in “Sud è il mio amore” (lirica non compresa  in “E’fatto giorno” 1954), scrive: “Sud sono anch’io che canto le litanie!’”; e nell’ora dello sconforto più grande, quando il cuore più nulla spera, canta dolentemente: “E i morti non si fanno vedere / e Cristo lontano da noi”.

Potremmo continuare con qualche altra citazione; ma soprattutto dovremmo sottolineare come, in alcune delle più belle liriche, c’è tutta l’intonazione  che è biblica e liturgica. Sentite  alcuni momenti di “Noi che facciamo?”: “Ci hanno gridato la croce addosso  i padroni / … Noi che facciamo? All’alba  stiamo zitti / nelle piazze per essere comprati /… Noi che facciamo? / Noi pur cantiamo la canzone / della vostra redenzione”. . Oppure in “La prima di agosto”, si ricordi  la solenne scena del contadino che dà da bere  nelle mani alla giumenta: “O vero amore di compagni di lavoro / ho visto un uomo dare a bere  / le sue mani a una giumenta e bestemmiare”. Il discorso, però, si farebbe troppo lungo per l’obiettivo che ci si è proposto con queste note. Quel che val la pena di ricordare è che il socialismo fu, per Scotellaro, come ritrovare, nel mondo della politica, una profonda e remota istanza etica. In lui non esisteva la dottrina del socialismo, ma piuttosto il sentimento, cioè la poesia e la religione del socialismo. E’ per ciò che, a conclusione di questo discorso sulla “religiosità” di Scotellaro, vogliamo porre una poesia sociale, che è fra le più belle da lui lasciateci:

A passi volenterosi
siamo giunti io e te
come truppa di riserva,
compagno della Camera di Bernalda,
e possiamo solo emettere un grido.
Sperduti siamo in questo mezzogiorno
nella lunga mulattiera
cordonata da agavi sempreverdi.
E ancora dietro le agavi i padroni
puntano i fucili sulle bocche
dei foresi silenziosi come bestie.

Ove il tema sociale è così rarefatto, che si è risolto in un sospiro: in una preghiera. Né è difficile intuire che il palpito dei due cuori “compagni”, che battono all’unisono, è lo stesso di due cuori  “fratelli”, combattenti e martiri  per altri “fratelli”, in una lotta di redenzione che riguarda l’intera umanità e, a guardar bene, gli stessi padroni. E’ vero, infatti, che, rivolgendosi a questi, il poeta dice: “Noi pur cantiamo la canzone / della vostra redenzione. / Per dove ci portate / lì c’è l’abisso, lì c’è il ciglione. / Noi siamo le povere / pecore savie dei nostri padroni”.

Giovanni Caserta

 

Sempre nuova è l’alba

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
Che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna,
l’oasi verde della triste speranza,
lindo conserva un guanciale di pietra.

Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova.

 

Lucania

M’accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d’un’inquieta capretta.
Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d’argento
e là, nell’ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano

(1940)

 

Noi che facciamo?

Ci hanno gridata la croce addosso i padroni
per tutto che accade e anche per le frane
che vanno scivolando sulle argille.
Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti
Nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all’addiaccio con le pecore.
Neppure dovremo ammassarci a cantare,
neppure leggerci i fogli stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni lontani
quando i borghi si dettero in fiamme
dal castello intristito.
Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.
Noi che facciamo?
Ancora ci chiamiamo
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono l’addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone
Della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lì c’è l’abisso, lì c’è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.

E’ fatto giorno

E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,
ritorna la faccia di mia madre al focolare.

 

Salmo alla casa e agli emigranti

Inchinati alla terra, alla piccola porta mangiata della casa,
noi siamo i figli e la porta è carica di altri sudori,
e la terra, la nostra porzione, puzza e odora.
Mi uccidono, mi arrestano, morirò di fame, affogato
perché vento e polvere, sotto il filo della porta, ardono la gola;
nessuna altra donna mi amerà, scoppierà la guerra,
cadrà la casa, morirà mamma e perderò gli amici.
Il paese mio si va spopolando, imbarcano senza canzoni
con i nuovi corredi di camicie e mutande i miei paesani.
[…]
Ve ne andate anche voi, padri della terra, e lasciate
il filo teso  della porta più nero del nero fumo.
Quale spiraglio ai figli che avete fatto
quando la sera si ritireranno?

(1952)

Rocco Scotellaro

 

 

 

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2 commenti
  1. Dalla matrice religiosa nascono queste liriche, i cui temi a grandi linee sono quelli dell’eterno e mai risolto problema della giustizia terrena, dei diritti nel mondo del lavoro e dell’emarginazione. La tragica coscienza della fede cattolica è un canto di dolore e costernazione disperata che va oltre il grido più biblico che medievale (il “miserere”): un suono sospirato e sanguigno che copre di lutto la sofferenza de “i vinti” di verghiana memoria, cioè i mezzadri del Sud. Nella lirica di Scotellaro, a differenza del narratore Silone che nella prosa affrontò questi temi, esiste però l’accostamento diretto del martirio di Cristo senza piagnistei e retoriche all’immedesimazione con l’umana sofferenza, un riscatto inesistente che né la politica né la religione dogmaticamente intesa sanno dare, in quanto il Figlio di Dio è uno di loro, che soffre e muore con loro e per loro, e consuma fino alla fine il suo venerdì santo giornaliero come un vero sindacalista apartitico disposto a farsi linciare dai padroni pur di redimere gli operai e le loro famiglie.

  2. La poesia “Sempre nuova è l’alba” è stata definita da Carlo Levi, nella prefazione del 1954 alla raccolta “È fatto giorno”, la “Marsigliese del movimento contadino”.
    Il verso “Beviamoci insieme una tazza colma di vino!” sembra che, con quel brindisi, inciti i contadini a unirsì per rivendicare i propri diritti di esseri umani.

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