La poesia di Giorgio Caproni letta da Marco Onofrio

Caproni GiorgioÈ “strana” e spiazzante, la poesia di Giorgio Caproni. Forse non gli ha giovato saper suonare il violino; sta di fatto che i suoi versi paiono talora indeboliti da una “musica” un po’ scoperta, che non coagula, non si fa sostanza, che resta in qualche modo sospesa e staccata dalle profondità semantiche in atto, e che esibisce vistosamente i suoi apparati retorici, come in un gioco ilarotragico, giungendo alla ridondante fatalità del “cantato”. Ci sono passaggi che evocano i ricami del violinista col suo archetto. Lui stesso si definisce «maestro di contorsioni». Eppure – attenzione – è proprio in questa apparente “fatalità” che accade lo scarto capace di aprire l’abisso sotto i piedi, manifestando (quando meno te lo aspetti) la profondità.

Se fossi un barman della poesia e dovessi indicare la miscela degli ingredienti che portano al “cocktail Caproni”, chiamerei in causa anzitutto un retrogusto di remota ascendenza musicale metastasiana, versata sulla base quotidiana e umile di Saba, mescolata a sua volta con coloranti campaniani, successivamente aromatizzati con liquori a invecchiamento tardo-montaliano. Da Saba, Caproni sugge in essenza il “pedale basso” della “prosa”; da Campana, le improvvise accensioni sonore e cromatiche; da Montale, lo scetticismo negativo e il cogito dubitante. Il nullismo feroce dell’ultimo Caproni, quello delle variazioni filosofiche sul tema del “suicidio di Dio”, è preparato da una lunga fase di scavo positivo e propositivo nei significati dell’esistenza. Nel “Passaggio d’Enea”, ad esempio, il poeta prende abbrivio dal monumento ad Enea di Piazza Bandiera a Genova, opera di Francesco Baratto (1726), che appunto rappresenta l’eroe virgiliano con il vecchio Anchise sulle spalle e il piccolo Ascanio per mano. Questo monumento, miracolosamente sopravvissuto alla guerra, viene eletto da Caproni a specchio dell’uomo contemporaneo, sospeso tra passato (Anchise) e futuro (Ascanio), e ad emblema del “doppio esule”: dalla Grecia e da Roma, l’Enea “genovese”, così come da Livorno e da Genova, il Caproni “romano”. Caproni si stupisce di trovare un monumento ad Enea a Genova e non, poniamo, a Roma, dove vive, con brevi interruzioni, dal 1938.
giorgio caproni«Io ho girato molte città d’Italia, ma Enea non l’ho conosciuto altrove. Perlomeno non ho incontrato l’unico Enea possibile, l’unico Enea veramente vivo nella sua solitudine e nella sua umanità. L’unico Enea insomma che meritava davvero un monumento in mezzo a una piazza, simbolo unico di tutta l’umanità moderna, in questo tempo in cui l’uomo è veramente solo sopra la terra con sulle spalle il peso d’una tradizione ch’egli tenta di sostenere mentre questa non lo sostiene più, e con per mano una speranza ancor troppo piccola e vacillante per potercisi appoggiare e che tuttavia egli deve portare a salvamento».

L’«unico Enea» è quello che, alla fine del secondo libro dell’“Eneide”, cerca scampo per sé e per i suoi (il padre e il figlio; la moglie Creusa invece è perduta) cercando un varco di speranza nella più cupa disperazione, senza certezza alcuna nel futuro, in fuga verso la costa da cui si imbarcherà per andare lontano da Troia, ormai distrutta. Il “passaggio di Enea” è questo movimento di varco entro le rovine, verso un futuro incerto e forse ingannevole, tutto da immaginare. La civiltà occidentale non ha saputo scongiurare – ma, anzi, ha in gran parte provocato – gli orrori della carneficina: tra le ceneri di questo incendio è arduo, ma ancora possibile, intravedere vie di risalita dall’abisso.

Tuttavia il “passaggio di Enea” si presta, al di là di quella storica, ad una lettura di stampo filosofico e metafisico, per cui Caproni riuscirebbe a catturare, con una metafora attinta alle sorgenti della grande tradizione letteraria, il movimento stesso dell’esistenza nella contiguità del tempo, frammentata – dal prisma mentale della “rappresentazione” – nella durata baluginante e periclitante dell’attimo che fugge. Ogni attimo è gravido di tutto il passato che trascina con sé, e, insieme, di tutto il destino futuro nel quale si immerge, con la fiammata della sua combustione, come un cuneo aguzzo e doloroso. Ogni attimo è come la tessera di un domino: senza il suo “farsi ponte” si bloccherebbe il passaggio del movimento di caduta, la dinamica del suo “effetto”. È proprio la caduta dei singoli istanti che permette la continuità interminabile del tempo, la cresta d’onda dell’eterno presente. Enea, appunto, è anche il simbolo di questo presente aperto alla costruzione del mondo (istituti civili compresi) col mantenersi strettamente legato ai due poli complementari che gli consentono di restare in piedi e di andare avanti, ovvero: il passato che grava sulle sue spalle (Anchise) e il futuro che tiene per mano (Ascanio). Scrive Caproni nella prima parte della microsezione eponima, intitolata Didascalia:

Fu in una casa rossa:
la Casa Cantoniera.
Mi ci trovai una sera
di tenebra, e pareva scossa
la mente da un transitare
continuo, come il mare.

La “sera di tenebra” è la condizione barcollante di cecità e di dispersione in cui annaspa l’uomo contemporaneo. Ma la mente scossa “da un transitare / continuo” si apre anche alla lettura filosofica dell’uomo “sub specie aeternitatis” immerso nei termini spazio-temporali dell’esistenza, crocefissa al limite eppure spinta, dal nastro trasportatore delle energie nel divenire del tempo (il “transitare / continuo”), verso la dimensione sconfinata di un oltre (“il mare”) che ci scuote con il suo richiamo suggestivo.

Sentivo foglie secche,
nel buio, scricchiolare.
Attraversando le stecche
delle persiane, del mare
avevano la luminescenza
scheletri di luci rare.

Le foglie che scricchiolano indicano un movimento di passi o di mezzi. Le foglie sono secche: è l’autunno della vita, la condizione del dolore, del declino e del raccoglimento delle forze. È il tempo del “non più” e del “non ancora”. La vita esangue di linfa ha accartocciato le foglie, ma questo – così come il buio – non può impedire il corso del cammino. La tenebra della casa è trafitta – attraverso le stecche delle persiane entro cui il poeta guarda fuori – da “scheletri di luci” (ricondotte cioè alla propria essenza metafisica) che sono oltretutto “rare”, come preziose eccezioni, nella vastità del buio che tutto avvolge. E hanno la “luminescenza” del mare, cioè il riflesso e il fascino dell’oltre che le chiama, al di là del loro limite.

Erano lampi erranti
d’ammotorati viandanti.
Frusciavano in me l’idea
che fosse il passaggio d’Enea.

Passano, queste luci, in guisa di meteore celesti, “lampi erranti”. Le epifanie del Mito vengono aggiornate alla prosa della modernità: sono i fanali dei veicoli in transito lungo la strada. La condizione umana è iscritta nella terra incerta dove avviene, continuamente, il “passaggio di Enea”. Noi possiamo spiare, con gli occhi del poeta, la “vicenda infaticabile” (come la chiamava Campana) attraverso i varchi del buio, cioè le feritoie di una “Casa Cantoniera” dove attendono, raccolti nel buio, gli strumenti di scavo e di manutenzione per gli eterni “lavori in corso” che noi siamo e abbiamo, vivendo. (Marco Onofrio)

Piccola antologia di Giorgio Caproni

Donna che apre riviere

Sei donna di marine,
donna che apre riviere.
L’aria delle mattine
bianche è la tua aria
di sale – e sono vele
al vento, sono bandiere
spiegate a bordo l’ampie
vesti tue così chiare.

Stornello

Mia Genova difesa e proprietaria.
Ardesia mia. Arenaria.

Le case così salde nei colori
a fresco in piena aria,
è dalle case tue che invano impara,
sospese nella brezza
salina, una fermezza
la mia vita precaria.

Genova mia di sasso. Iride. Aria.

Quando passava

Livorno, quando lei passava,
d’arie e di barche odorava.
Che voglia di lavorare
nasceva, al suo ancheggiare!

Sull’uscio dello Sbolci,
un giovane dagli occhi rossi
restava col bicchiere
in mano, smesso di bere.

Furto

Hanno rubato Dio.

Il cielo è vuoto.

Il ladro non è ancora stato
(non lo sarà mai) arrestato.

Lo stravolto

«Piaccia o non piaccia!»
disse. «Ma se Dio fa tanto,»
disse, «di non esistere, io,
quant’è vero Iddio, a Dio
io Gli spacco la faccia.»

Deus absconditus

Un semplice dato:
Dio non s’è nascosto.
Dio s’è suicidato.

Lei

La bestia leoneggiante.
gecheggiante.

La bestia
che mentre la mente dirupa
frantumata, volante
o strisciante sguscia
e in sé s’intana.

La bestia
dragheggiante.

La bestia
amebeggiante…

È lei.
soltanto e inequivocabilmente
lei, la Bestia
(l’ònoma) che niente arresta.

Alla patria

Laida e meschina Italietta.
Aspetta quello che ti aspetta.
Laida e furbastra Italietta.

Nell’aula

La Legge è uguale per tutti.

(Farabutti!)

Versicoli quasi ecologici

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: «Come
potrebbe tornare a esser bella,
scomparso l’uomo, la terra».

Fatalità della rima

La terra.
La guerra.

La sorte.
La morte.

*

Non c’è il Tutto.
Non c’è il Nulla. C’è
soltanto il non c’è.

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2 commenti
  1. l’amore finisce dove finisce l’erba….. l’amore finisce dove finisce l’aurora. finisce il bacio, l’incanto ed il desiderio…. l’amore finisce sulle secche foglie ed inizia il mare della vita….

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