LA POESIA DI FARFA (1881-1964)

farfaFARFA (Vittorio Osvaldo Tommasini) (Trieste 1879 -San Remo 1964)
Farfa fu lo pseudonimo usato da Vittorio Tommasini. Nato a Trieste nel 1879, morì a San Remo nel 1964.
Fu pittore, aderì al Secondo Futurismo. Quale poeta pubblicò testi poetici in cui sperimentava la disgregazione sintattico-linguistica: Noi, miliardario della fantasia (1933), Il poema del candore negro (1934), Marconia (1937).Postumi apparvero i versi della raccolta Farfa poeta record nazionale futurista (1970).
È stato un protagonista del futurismo (attivo a Trieste, Torino, Savona – abitava in Via Istria – e Sanremo, in un misero bilocale), come cartellonista, ceramista, fotografo e poeta. Autore di coloratissime cartopitture e di libri dal carattere bizzarro e dadaista. Dalla fine degli anni cinquanta fu riscoperto dai surrealisti (Arturo Schwarz, Enrico Baj) e da altri protagonisti dell’avanguardia (Asger Jorn). È stato inserito da Edoardo Sanguineti nella sua Poesia italiana del Novecento e da Glauco Viazzi ne I poeti del futurismo 1909-1944. La peculiarità della poesia di Farfa risiede nella compiuta antropomorfizzazione del suo universo di oggetti: un esilarante prestito di identità umane agli oggetti (il «treno», le «rondini», i «vagoni merci», il «trolley», i «tenders», le «locomotive», «il pettine del vento», la «tettoia arcuata come bocca di gitana», «la bocca del tunnel», «i tubi» narrati nell’omonima poesia in un lunghissimo elenco antropizzato e de-funzionalizzato). Un universo antropico dunque, che ha esiti di esilarante e spassosa leggerezza. Poiché tutto somiglia a tutto, ergo nulla è come si vuole che sia, nulla è come lo sguardo addomesticato della normalità vuole dirci che gli oggetti siano. Una poesia anti-normale che si ciba della normalità delle cose per ribaltarle in un’altra «normalità» della visione antropizzata. Gli oggetti non sono deformati quanto reimpiegati secondo una modalità d’uso non stereotipata, non conforme al modello logico della ragione del profitto e della funzionalizzazione all’uso; sono semmai gli aggettivi a subire una curvatura, una deformazione ma appena percettibile («crepabronzo», «incalliginita»), tanto da renderli funzionali al progetto della visione de-essenzializzante e de-realizzante di Farfa. C’è come una miopia generalizzata e sistematizzata nell’universo degli oggetti di Farfa, come se gli oggetti non fossero al loro posto, al posto che ci si aspetta che essi siano; si verifica così uno scambio, uno shifter tra essi e l’identità umana del soggetto il quale presta loro un animismo umanizzato, antropizzato. Più che figura appartenente al futurismo potremmo parlare per Farfa di una poesia parente stretta del surrealismo imparentata con la scomposizione degli oggetti in specie del futurismo pittorico che riuscì a tradurre in composizioni di immagini dove non sai se l’astrusità sconfina o confina con la normatività dello sguardo addomesticato della visione. Potremmo definirlo un cartellonista della poesia tra futurismo, surrealismo, dadaismo e patafisica, se non fosse una formula alquanto riduttiva per la tradizione italiana così seriosa e assennata che non ha mai accettato di essere messa alla berlina e di essere spodestata dalla linea della presunta centralità della poesia funzionale al binario lirica anti-lirica.
Sappiamo infatti che Farfa soffriva di una gravissima forma di miopia ma si rifiutò per tutta la vita di indossare gli occhiali, per cui la sua visione delle cose era soffusa e rarefatta, vedeva solo i contorni degli oggetti e delle persone. Investito da un’ automobile, non vista sopraggiungere probabilmente a causa della miopia, Farfa morì a Sanremo il 20 luglio 1964. Lasciò migliaia di poesie inedite, da lui medesimo infagottate alla rinfusa in sacchi di juta per il carbone. Nessuno è in grado di dire dove siano andati a finire quei sacchi. (Giorgio Linguaglossa)
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da Noi miliardario della fantasia

Se in me

potesse entrare di straforo
la chioma sua
di certo si trasmuterebbe
la tinta del mio sangue in quella
d’oro

Le rondini

in deliziose cappe di raso nero
dattilografano il risveglio
dettato dall’aurora

Grande delizia

osservate quel treno sbuffante
salire i gradini traversini
raggiunger la bocca del tunnel
che se lo succhia come lequorizia

Dalla superba

chioma dell’acacia
ravviata dal pettine del vento
graziosamente sfuggivano
riccioli di passeri cantori

Stazione

vidi la tettoia arcuata
quale bocca di gitana
allontanare un sigaro fumante
di treno in partenza
riaccostando alle labbra
il diretto in arrivo

finché sputò lontano
l’ultimo mozzicone
di un vagone merci

Gigi

non sono sereno stasera
portami un kocktail di sette coloori
come usano a parigi
che mi faccia diventare arcobaleno

download (2)Ehi dico

madre abbadessa
circonflessa innanzi al finestrino
usa al mattutino
sbrigatevi pel biglietto del diretto
perché
questa non è
una stazione della via crucis
ma quella di porta susa

Che buffe

le due locomotive
agganciate a retro come cani
io ridevo da morire
vedendole sbuffare
innanzi e indietro
arcistufe di strofinarsi
i tenders

Mentre suggevo

latte di luce
da poppe turgide di globi elettrici
un ceffo teppista di tram geloso
col braccio del trolley le staccò nette
immergendomi nell’oscurità
indi giulivo s’allontanò fuggendo
ridendo a crepabronzo di campana

ma se t’acchiappo pezzo di mascalzone
razza di guappo fior di villanzone

Venete

cittadine
padova mentre vicenza
durante la guerra
eravate viola e blu
e i passeggeri del tram
parevano figure spettrali
cadaveri vivi
chiacchieranti in dialetto sonoro

farfa-spagna-685x1024Farfa: Poesia autografa firmata

Farfa (Vittorio Osvaldo Tommasini): Poesia autografa firmata 2 volte, scritta a matita, dal titolo Spagna. 2 pagine: 14,5 x 9,5 cm.
(…) Risolute puberi fanciulle / velo rosso sul volto / fegato fremente in faccia / revolver interrogativo in pugno / pupille mitragliatrici / odio a ripetizione / i el corazon serrado a las passiones // Vulcanico sangue e chiome nere ….

MARINETTI CAFFEINA

d’Europa
proveniva da Castellamonte
sopra un’antiquata caffettiera
e tutto il treno parve allora
una bandiera
incalliginita a lutto sull’asta del camino
grottescamente piantata di traverso
sulla fronte corrugata
del sorpresissimo universo
1933

TUBERIE

tubi d’acqua d’aria di gas
di scolo di scarico di scappamento
di gres di terracotta di cemento
di vetro di gomma d’ebanite
tubi di tutta la merceologia
tubi del closet del sentimento
tubi della stufa e della noia
tubi tunnel avidi di ferrovia
tubi del tormento e della gioia
tubi di tutti i metalli
tubi dei guanti gialli
tubi idranti dei pompieri
lancianti cubi d’acqua fresca
per calmare il calore delle fiamme
tubi delle stilografiche
colanti il pensiero
nero come l’umore
rosso come l’amore
tubi di pressione sanguigna
tubi digerenti
pei valzer lenti della digestione
tubi di budella
per la tarantella
delle smorfie viscerali
tubi aggrovigliati di seni
tubi genitali e verginali
tubi di camini d’officine
di piroscafi di locomotive
con seme di fumo
dimostranti la nullità
della voluttà
tubi delle panche dei giardini
profumati dai gelsomini
tubi per tutti gli usi
tubi per tutti gli abusi
tubi di latteria curvati
a mano che ghermisce
cui l’acqua espulsa
prolunga le dita
tubi di canne di grondaie di bocchini
tubi bergmann
tubi togni tubi mannesmann
tubi di tutte le macchine
tubi di tutti i motori
tubi dei gambi dei fiori
tubi dei fucili e dei cannoni
pel cambio rapido delle generazioni
tubi ossi buchi dei polli
che furono pasciuti e satolli
tubi dei nasi infreddoliti
tubi dei cuori inteneriti
tubi dei cannocchiali
che nelle notti belle
si riempiono di stelle
tubi d’organi e d’argani
tubi d’istrumenti musicali
picchianti col fiato
sui timpani degli orecchi
motivi stravecchi
tubi turati e sturati
tubi nominati e innominati
tubi d’ogni specie e d’ogni tipo
tubi d’ogni spessore e dimensione
tubi ritti e a gomito acuto
tubi in sempiterna operazione
di masturbazione
del proprio contenuto
tubi di presa
di discesa
di salita
tutti in fregola universale
ogni tubo un cordone ombellicale
che lega che salda alla vita
tubi scroscianti e silenti
io sono il vostro cantore
sono un incantatore di serpenti

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5 commenti
  1. Non è chiaro se l’anno di nascita di Farfa sia il 1879 oppure il 1881, visto che entrambe le date sono riportate nell’articolo.
    A proposito, lo pseudonimo Farfa è forse l’abbreviazione di Farfarello, diavolo/folletto di varia letteratura (Dante, Leopardi, ecc) o deriva dall’omonimo toponimo (scusate la rima)? In ogni caso si tratta di un poeta originale e accattivante. Assolutamente singolare. Grazie per averlo proprosto.

  2. è stato un refuso, grazie comunque per averlo segnalato. La riproposizione di un artista poliedrico e poeta assolutamente singolare come Farfa credo sia utile oggi che la scrittura di massa dilaga in ogni dove. Dello pseudonimo non ho idea, è anche probabile che derivi dal Farfarello di tanta letteratura.

  3. fa sempre piacere che persone come Balestriere e altri scoprino un poeta e per giunta un tardi futurista: Farfa deriva da Raffa! Cosa vuol dire Raffa: andatevelo a cercare;
    d’altronde c’è stato un altro poeta futurista nato a San MIchele Salentino: sccoprite voi tutti chi è?

  4. A questo punto sono stufo: cominciamo a buttar giù quelli prima di Montale e quelli dopo (Montale o altro noto fa lo stesso) da dove? Dalla poltrona più che trono che occupano: sembrano – lo sono ! – i boia(rdi) della poesia italiana: burocrati privi di denti! Da dove? Cominciando dai loro versi insipidi. Già Carmelo lo fece con Montale negli anni ’60! Bisogna seguirlo! Sto scrivendo un manifesto ANTEPOST contro questi poeti: chi mi segue va bene, altrimenti peste li colga!
    A. S.

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