“Contro la ragione cinica, Cassano e l’umiltà del male” intervista a Franco Cassano a cura di Maurizio Ferraris in “La Repubblica” del 2 giugno 2011

male
Mentre i progressisti puntano le loro carte sulla necessità della emancipazione dell’uomo, i
conservatori hanno sempre insistito sul fatto che l’uomo è una creatura strutturalmente debole, che matura tardi e che non esce mai definitivamente dall’infanzia. Per i conservatori, dunque, l’umanità ha bisogno, molto più che di determinare liberamente il proprio destino, di essere guidata dall’autorità e legata da una “dolce catena”, prodiga di indulgenza e di complicità. Questi sentimenti non sono disinteressati, perché trasformano il potere in un padre che comanda, protegge e perdona, ma che al momento buono può chiedere a sua volta di essere perdonato.
Tra i meriti dell’ultimo libro di Franco Cassano, L’umiltà del male (Laterza), c’è il riconoscere quanto questo principio abbia trovato attuazione nel mondo del populismo mediatico, e nell’invitare il pensiero progressista a fare i conti con questa circostanza. Lo fa attraverso una analisi che muove da una lettura della Leggenda del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij e trova i suoi punti di forza nel confronto con la nozione di “zona grigia” elaborata da Primo Levi e con il dialogo tra Adorno e Gehlen sul ruolo delle istituzioni nel modellare la natura umana. Il tutto per mettere a fuoco il problema: la via dell’emancipazione e del rigorismo razionale e morale – che costituisce tradizionalmente il vessillo un po’ astratto delle sinistre spesso troppo fiere della loro superiorità – è forse una porta troppo stretta, che rischia di fare il gioco dei conservatori, che sanno sfruttare per i loro fini la propensione dell’uomo alla sottomissione, alla festa e all’illusione.

Professor Cassano, il suo libro ha suscitato, a giusto titolo, un ampio dibattito, in particolare sul Foglio, che ci ha letto soprattutto una critica del perfettismo morale di stampo illuminista.

«La critica del perfettismo non conduce né a posizioni reazionarie né all’esaltazione del libertinismo. Chi lo afferma stravolge ad altri fini la mia critica. Né d’altra parte è possibile ridurre la fiducia dell’Illuminismo nell’uomo ad una rimozione dei suoi difetti e delle sue debolezze. Basti pensare a Kant, che diceva che “da un legno storto, come quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto”, ma non per questo lasciava cadere l’impegno per approssimarsi alla perfezione. La mia critica al perfettismo mira soprattutto a evitare l’isolamento dei migliori, di quelli che il Grande Inquisitore chiama i “dodicimila santi”, a spingerli a non lasciare al male la confidenza con le debolezze dell’uomo, cioè a non regalare ad esso la maggioranza. Tra la perfezione e la passività esistono infinite sfumature della condizione umana. Io invito ad avere curiosità per queste mille sfumature, perché è dalla loro conoscenza che dipende l’esito della lotta».

Il suo discorso contiene una analisi obiettiva e proposta strategica. Incomincio riassumendone l’analisi. Coloro che esortano al bene si impegnano su una via difficile, che è data a pochi, ai dodicimila eletti di cui parla la leggenda del Grande inquisitore. I quali poi possono diventare orgogliosi e sprezzanti nei confronti di coloro che non rientrano nel novero degli eletti, cioè della maggioranza. La via del male, invece, è tollerante e aperta. Conosce le debolezze umane, le perdona, e assume come motto il principio “Non giudicare se non vuoi essere giudicato”.

«In realtà il male non è sempre così tollerante. L’Inquisitore della Leggenda ha appena fatto bruciare sul rogo cento eretici e può far incarcerare chi vuole. La sua “umiltà” è molto simmetrica e custodisce una spietata disuguaglianza. Per lui gli uomini sono fanciulli incapaci di essere liberi, che cedono volentieri il peso della loro libertà a qualcuno che decida per loro. Tenendosi basso, umile nel senso etimologico della parola, l’Inquisitore comanda e governa. E non solo l’Inquisitore del Cinquecento, ma anche quello di oggi. Penso al grande peso assunto oggi dalla cultura di massa.
Su quest’ultima Adorno dice, sia pure in modo unilaterale, una cosa importante: essa non viene prodotta spontaneamente da chi la consuma, ma da un’industria culturale, che mira a profitto e potere. Solo che chi vuole vendere un prodotto, deve conoscere bene il consumatore. Non vuole giudicarlo, ma conquistarlo, anzi sedurlo, portarlo a sé. La logica è sempre la stessa, mantenerlo fanciullo per decidere al posto suo. L’umiltà del male è un’umiltà molto interessata».

Veniamo ora alla sua proposta strategica. «Il mio criterio-guida è molto netto: fa bene chi allarga la fraternità tra gli uomini e mira a renderli liberi, fa male chi procede nella direzione contraria, chi mira a mantenerli fanciulli per renderli dipendenti da sé. E il terreno di questa contesa è la fragilità degli uomini, che non è un difetto di alcuni di essi, ma la nostra condizione comune. Certamente rispetto al cinismo dell’uomo di potere la supponenza dei giusti è un peccato molto minore, ma può portarli ad isolarsi dagli altri uomini, e così ad oscillare, come spesso è accaduto, tra il moralismo impotente e una potenza che si trasforma in terrore. A questa oscillazione rovinosa ci si sottrae solo riscoprendo la fragilità dell’uomo, parlando ad essa, provando a ridurla. La cavalleria morale mi interessa, ma io vorrei salvare anche la fanteria. A che servono i santi se non a salvare i fanti?».

Spesso il male non si limita a declassare il bene come un ideale irraggiungibile, ma propone il discorso del “che male c’è?” nel commettere certe azioni che il senso comune considera, a torto o a ragione, un male. A questo punto, specie se a fare il discorso del “che male c’è?” è un potente, un aspirante superuomo, ha luogo (o si auspica che abbia luogo) una trasvalutazione, e il male diventa il bene, o quantomeno un ideale legittimamente desiderabile.
«Recentemente ho letto un libro di un giovane studioso francese che, partendo dalla Favola delle api di Mandeville, teorizzava la corruzione come il meno repressivo dei legami sociali, un tipo di relazione da estendere perché fondata sul consenso e non sull’obbedienza a dei principi. Ma se tutto è negoziabile dagli individui, dal corpo di una ragazza all’onestà di un funzionario, l’unico valore che sopravvive è quello di scambio. La trasvalutazione di tutti i valori evocata da Nietzsche ha trovato la sua più coerente realizzazione in quell’individualismo di massa che nasce dall’estensione del mercato ad ogni sfera delle relazioni sociali. Il superuomo su scala ridotta di cui lei parla è il beniamino di molte campagne pubblicitarie. È il mercato che oggi salva o sommerge. Esso fa sì che anche i tanti perdenti continuino a pensarsi come individui, a credere che l’unica via sia quella di salvarsi da soli. L’umiltà permette al male di diventare molto popolare, di riempire l’orizzonte. Ma per quanto popolare, esso rimane sempre il male. Per farlo capire e per denunciarlo sono necessari la voce e l’esempio di uomini verticali. Ma la denuncia può non bastare: bisogna provare a smontare il rapporto che il male ha costruito con la maggioranza degli uomini. Si devono criticare le risposte, ma non censurare le domande».

In Italia il Grande Inquisitore ha un vantaggio rispetto ad altre nazioni, e cioè che alle debolezze che caratterizzano tutti gli uomini in tutto il mondo si aggiunge la fragilità delle istituzioni.

«Sono del tutto d’accordo. La legalità è un bene comune fondamentale di una società e la sua difesa rigorosa è uno strumento necessario per sbarrare la strada a tutti i prevaricatori, senza distinzioni di rango. Però mi consenta un’osservazione: necessario non vuol dire anche sufficiente. Io voglio che siano rispettate le leggi esistenti, ma voglio pensare anche a quelle da fare. Se mi passa la metafora calcistica direi che il dramma dell’attuale situazione politica italiana sta nel fatto che essa ci schiaccia sulla fase difensiva della legalità e non ci spinge mai a curare quella offensiva. Quando, spero presto, ci troveremo di fronte a scenari politici nuovi, dovremo ritornare al futuro e dire, ad esempio, con quali provvedimenti intendiamo affrontare in modo rapido ed efficace il problema della disoccupazione giovanile. Su questi argomenti dovremo avere idee forti, largamente condivise e praticabili. Se così non fosse, si aggraverebbero tutti i problemi e quindi anche la tenuta della legalità».

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