Paolo Ruffilli, tre poesie dell’amore dolorante

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Le nuvole arrivano dal mare e
si infilano strisciando tra le case,
inondando la città come torrenti.
E, non appena il lampo squarcia
il fumo, dal buio pesto balza su
la vasta massa della cattedrale.
La prendo tra le braccia, baciando
quelle labbra che bruciano com’è
in fiamme tutta quanta lei. Che, al
suo bruciare, fa invece da pompiere
di fronte all’evidenza di perdere con me
qualunque padronanza di se stessa.
E, nel respingere le mani che vogliono
tenerla, “Vedrai che passerà” mi dice,
“come passano anche le ore amare e
le tristezze e le ferite del dolore”.

*
L’ultima sera insieme, al lago:
la luna che gioca con la luce
scavando immagini nel buio.
La sua figura delicata, che appena
mi appoggia sopra il fianco.
E quel profumo che, a tratti,
mi riesce di ingoiarle dal respiro.
Cerco di tenerla e lei mi scappa via.
Guizzando mi è scivolata fuori dalle
braccia con il suo corpo di sirena.
Le onde lambiscono la riva silenziosa.
E, a incorniciare il suo rifiuto,
appena il suono del fruscio
come fosse, a sciabordare,
un’acqua di velluto.

*
Improvvisa arriva l’alba
con nuvole color petrolio
nel cielo verde panna.
Soffia il vento sul giardino,
fischia tra i rami e tra i cespugli.
Scuote il tetto, a ondate, batte
sdegnoso alle finestre. E io mi alzo
su dal letto per farlo entrare,
dentro, a sollevare polvere e
a scompigliare carte
nella stanza della mia ferita.
Che il tempestoso aprile
faccia lui da testimone
al cieco sottosopra della vita.

Paolo Ruffilli è nato nel 1949. Ha pubblicato di poesia: La quercia delle gazze (Forum, 1972), Quattro quarti di luna (Forum, 1974), Notizie dalle Esperidi (Forum, 1976), Piccola colazione (Garzanti, 1987; American Poetry Prize), Diario di Normandia (Amadeus, 1990; Premio Montale e Premio Camaiore), Camera oscura (Garzanti, 1992; Premio Dessì), Nuvole (con foto di F. Roiter; Vianello Libri, 1995), La gioia e il lutto (Marsilio, 2001; Prix Européen, Premio Giovanni Pascoli), Le stanze del cielo (Marsilio, 2008; Premio Rhegium Julii), Affari di cuore (Einaudi, 2011), Natura morta (Nino Aragno Editore, 2012, Poetry-Philosophy Award). Di narrativa: Preparativi per la partenza (Marsilio, 2003; Premio delle Donne); Un’altra vita (Fazi, 2010); L’isola e il sogno (Fazi, 2011). Di saggistica: Vita di Ippolito Nievo (Camunia, 1991), Vita amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (Camunia, 1993); oltre a numerose curatele di classici italiani e inglesi, per Garzanti, Mondadori, Rizzoli. Ha tradotto: K. Gibran, Il Profeta (San Paolo, 1989), R. Tagore, Gitanjali (San Paolo, 1993), La Musa Celeste: un secolo di poesia inglese da Shakespeare a Milton (San Paolo, 1999), La Regola Celeste – Il libro del Tao (Rizzoli, 2004), Osip Emil’evič Mandel’štam, I lupi e il rumore del tempo (Biblioteca dei Leoni, 2013), Costantino Kavafis, Il sole del pomeriggio (Biblioteca dei Leoni, 2014).

10 commenti
  1. Pregevoli, come sempre, le poesie di Paolo Ruffilli. Di queste ho apprezzato molto gli squarci paesaggistici, “incipit” o explicit” del discorso amoroso. Tali squarci, extrapolati dal contesto, sono veri e propri “frammenti lirici” che mi piace riprodurre:

    “Le nuvole arrivano dal mare e
    si infilano strisciando tra le case,
    inondando la città come torrenti.”
    *
    “la luna che gioca con la luce
    scavando immagini nel buio”
    *
    “Le onde lambiscono la riva silenziosa.
    (…)
    appena il suono del fruscio
    come fosse, a sciabordare,
    un’acqua di velluto.”
    *
    “Improvvisa arriva l’alba
    con nuvole color petrolio
    nel cielo verde panna.
    Soffia il vento sul giardino,
    fischia tra i rami e tra i cespugli.
    Scuote il tetto, a ondate, batte
    sdegnoso alle finestre.”
    *
    Nostalgia dei Lirici greci in me?

    Giorgina BG

  2. Grande il coraggio di Paolo di mettere mano a un genere che nei tempi più recenti è stato lasciato ai cantautori. La poesia d’amore ha così tanti rischi di genericità, di banalità, di retorica o di enfasi che la maggior parte dei poeti contemporanei ha lasciato ad altri.
    Ci vuole l’autorevolezza e l’energia poetica di Ruffilli perchè ci si possa riappropriare da poeti di un tema così affascinante e carico di pathos e di emozione. Il livello estremamente alto della parola poetica di Ruffilli ci fa capire dalla prima riga che nessuna banalità sarà nemmeno lontanamente sfiorata e nessuna indulgenza sarà riservata per le possibili cadute di tono.
    Gli incipit di carattere ambientale sono sempre di grande incisività e fascino e sono il correlativo oggettivo rispetto alla tensione emotiva del sentimento espresso.
    Grande la cura formale e sempre presente il concetto che la poesia è l’arte del togliere, come da sempre Paolo ha sostenuto; da questo concetto deriva l’efficacia della concisione e dell’icasticità del linguaggio.
    Dall’insieme derivano emozioni forti e immediate, emozioni del cuore ed emozioni estetiche. Grazie Paolo. Rodolfo

  3. Il Ruffilli di questi inediti mi appare insolitamente diverso, almeno per come sono abituato a conoscerlo: qui, ferme restando l’attenzione alla sostanza creativa e la consueta serietà rappresentativa, il verso si distende, il dettato poetico si apre a maggior dolcezza espressiva. Con esiti -mi sembra- felici.

  4. L’amore è una forza capace di trascinarci fuori da noi stessi, dal nostro egocentrismo e dal nostro egoismo, liberandoci nello sforzo tutt’altro che facile di congiungerci a un’altra parte. Attraverso quella forma di “cannibalismo” reciproco che è l’amore dei corpi, si approda magari inaspettatamente all’amore tra persone. L’esperienza della vita attraverso l’amore riesce a compiere il salto dal “prendere per sé” al “dare di sé”, sia pure in mezzo alle contraddizioni inevitabile dell’ex-sistere, cioè del balzare fuori di sé.

    Scrivendo d’amore, il confine tra immaginazione e vissuto si perde. L’una si confonde nell’altro, quasi la realtà abbia due volti coincidenti ed opposti al tempo stesso, che si completano ed annullano in uno. Come diceva Roland Barthes, la naturalezza è il massimo degli artifici. Perché, nella scrittura, quello che chiamiamo “naturalezza” passa attraverso la più sottile delle operazioni possibili. O, come diceva Fernando Pessoa: il poeta è un “fingitore” e finge così bene da rendere più autentici i sentimenti come l’amore o il dolore. Io sono un fingitore, appunto: non sono uno scrittore autobiografico. Certo, faccio riferimento alla mia esperienza di vita, ma mi rovescio sempre nelle vite degli altri. Anche in questo caso, raccontando il percorso ambiguo, contrastato, drammatico, ma salvifico dell’amore.

    L’amore, anche nella migliore corrispondenza possibile, è sempre pieno di ferite. Come nella pratica mistica, le “ferite”, anche quelle fisiche e addirittura autoprodotte (con la forza della mente come le stimmate o con gli strumenti di autopunizione quali la corda o il cilicio) sono sempre occasioni di grazia e di crescita, in un salto che ti spinge a non giacere su te stesso nell’apatia o nella depressione, ma ad aspirare appunto a un’altra vita, intensa, forte, autenticamente viva.

    In questi anni di sentimenti e di emozioni da rotocalco e perciò scialbi efinti,mi sono occupato proprio dell’amore, sia in poesia che in narrativa. Da questo punto di vìsta, nella mia scelta c’è anche un moto di reazione a un’altra reazione. Mi spiego. L’Italia è il paese del melodramma, per lunghissimo tempo l’unica nostra forma di cultura nazionale. Probabilmente proprio come reazione all’eccesso dei sentimenti che proponeva, i poeti italiani moderni si sono tenuti lontani dal sentimento per eccellenza che è l’amore, lasciandolo ai cantautori. C’è naturalmente qualche eccezione significativa, come ad esempio Umberto Saba. Ma i pochi che ne scrivono, lo fanno da una posizione così rarefatta e intellettualistica da risultare inattendibili: come lo stesso Montale, che si rivolge a “donne dello schermo” conficcate dentro una fumosa memoria avulsa dalla fisiologia dell’amore e da quel salto nel vuoto che l’amore pretende. I poeti considerano questo tema di serie “B”: da giovane ho avuto anch’io questa tentazione snobistica. Ma, per fortuna, mi sono accorto per tempo che non si poteva rinunciare a dare espressione poetica alle emozioni dell’amore in tutta la loro globalità.

  5. …un poetare diverso dal solito. L’amore visto (vissuto immaginario, forse) da un’angolazione diversa…quasi adolescenziale per certi aspetti….
    Ti amo ma non posso. Quasi una resistenza…non saprei dire meglio..

    molto belle..

    complimenti
    .marta

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