La poesia di Luis de Góngora (EdiLet, 2015). Note introduttive di Marco Onofrio

220PX-~2Con l’Antologia di Sonetti e Poemi di Luis de Góngora (2015, pp. 196, testo a fronte, Euro 16), tradotti da Luigi Fiorentino, EdiLet sopperisce a un vuoto bibliografico generatosi, negli ultimi anni, intorno all’opera del poeta spagnolo, le cui edizioni italiane sono ormai pressoché introvabili. Completamente dispersa nei meandri dell’oblio era, ad esempio, l’edizione originaria (Ceschina, 1970) del volume che adesso si ripropone, prefato per l’occasione da Raffaello Utzeri e corredato di note critiche a cura dello stesso Fiorentino. Sulla figura e l’opera di Luigi Fiorentino, poeta, traduttore e ispanista (insegnò letteratura spagnola e ibero-americana presso le Università di Siena, Arezzo e Trieste) questo blog ha pubblicato un post il 19 novembre 2013. Fiorentino diede alle stampe, per Mursia, una memorabile traduzione del “Cid”; ma la traduzione di Gongora, benché più esigua del “Cid”, quanto a mole di versi, risulta notevolmente ardua per l’estrema oscurità della sua scrittura.

Góngora (1561-1627) è un poeta barocco. E lo è nella misura in cui riflette un’età di crisi. Una crisi epocale, che è anzitutto di natura economica: la scoperta delle Americhe trasforma il Mediterraneo in una sorta di lago periferico. Il centro vivo dei traffici si sposta a Occidente. La Spagna colonizzatrice vive non a caso il suo “Siglo de Oro”; ma l’Europa in genere decade: miseria, fame, epidemie, rivolte, guerre di religione. C’è anche una crisi dei valori indotta dalle novità scientifiche, tecniche, filosofiche, teologiche, etc. Si pongono i presupposti della società di massa e pertanto si elaborano, con opportuni “giri di vite” assolutistici, le strategie politiche di controllo e repressione di ogni istanza sociale reputata minacciosa per lo status quo (cioè il sistema acquisito dei privilegi ecclesiastici e nobiliari). Si respira un senso di pericolo, instabilità, ansia e tenebrosa inquietudine. Le città pullulano di pìcari, ladri, lazzaroni, bari, prostitute, mercenari. Michelangelo Merisi da Caravaggio sguazza in questi ambienti pericolosi, dove pesca abilmente le figure realistiche della sua arte.

Il mondo – grazie alle scoperte geografiche e scientifiche – si estende a dismisura, e l’uomo prova nuovo sgomento dinanzi al “silenzio eterno degli spazi infiniti” (come scrive B. Pascal) mentre la terra (già centro del cosmo tolemaico) viene relegata ai margini del vuoto. La realtà deborda dalle cornici razionalistiche e si mostra complessa, nell’infinità del macroscopico e del microscopico. La realtà politica si oppone in modo viepiù autoritario e repressivo, reazionario, alla rottura incontrollabile degli schemi ordinatori maturati, fino all’apogeo rinascimentale, attraverso la visione antropocentrica introdotta dall’Umanesimo. Saltano i fragili equilibri. La crisi rende fluido il mondo: è una sorta di sinonimia cosmica dove tutto può equivalere a tutto. Non ci sono più visioni univoche, cardini assoluti, strutture gerarchiche di rappresentazione: la realtà è ormai esplosa in un gioco caleidoscopico di specchi, riflessi cangianti, visioni metamorfiche in evoluzione. Metamorfosi e spettacolo esibito: “Circe e il pavone”, secondo la nota chiave critica di Jean Rousset. Dinanzi all’equivalente in-differenziato, al poeta viene affidato il compito di: 1) saggiare e anzi estendere all’infinito questa corrispondenza metaforica e metamorfica universale, come a mostrare il vuoto fattosi scoperto in ogni dove; b) specializzarsi nei giochi della fantasia, sorprendendo il lettore con effetti apparentemente estemporanei che celano un uso sapiente e “ingegnoso” degli strumenti retorici. «È del poeta il fin la meraviglia… chi non sa far stupir vada alla striglia» raccomanda G. B. Marino. Ecco il “concettismo”, con cui la mente barocca si lancia nel delirio delle corrispondenze. È uno sforzo acrobatico della fantasia: il poeta intesse una rete pressoché interminabile di connessioni, spesso innaturali, stravaganti, artificiose. L’acutezza sta proprio nella capacità di creare relazioni tra le cose più impensate. Comparazioni, allegorie, metafore, enigmi, indovinelli, giochi di parole, doppi sensi… Il poeta crea deliberatamente difficoltà al lettore: un ostacolo non insormontabile, però, che gli consenta – una volta superato – di compiacersi della propria intelligenza.

Gongora di Marco OnofrioOrbene il concettismo, con Góngora si accentua e diventa “culteranesimo” e, per sua stessa influenza, “gongorismo”: l’ostacolo che Gongora pone al lettore è spesso insormontabile, o almeno non facilmente superabile. È una oscurità illustre, ottenuta con allusioni erudite, ed esoterica, accessibile soltanto ai dotti. Gongora è addirittura orgoglioso di non farsi capire. Cerca il prestigio minoritario. È un poeta incontentabile e difficile: aspira a «fare poco non per molti», elaborando composizioni di alto livello retorico, in equilibrio dinamico fra tensioni opposte e simultanee, irte di concetti e cultismi, di elusioni e allusioni che le rendono enigmi da decifrare, benché godibilissime sul piano musicale. Più che moltiplicare il numero delle metafore, lasciandole sparse e isolate, preferisce sfruttare e consumare tutte le possibilità metaforiche che offre un tema o una immagine poetica. E invano si cerca nei versi un’idea dell’uomo che li ha composti, se non per la sensualità e la sontuosa ricchezza ornamentale (si sa che Gongora faceva la fame pur di vivere nel lusso).

Con Góngora l’estetica barocca sperimenta le potenzialità multisensoriali e simboliche della parola, aprendosi alla “modernità” senza rompere i rapporti con la tradizione classica, petrarchesca e classicistica rinascimentale. La novità dell’autore delle “Soledades” è stata apprezzata pienamente nel ‘900, quando il sentire poetico aveva le giuste affinità per entrarvi in consonanza. Non a caso la cosiddetta “generazione del ’27” (Lorca, Guillén, Salinas, Alberti, Alonso, Darìo, etc.) lo prende a modello, riscoprendolo e traducendolo proprio a partire dal terzo centenario della morte. I suoi sonetti coprono molteplici tonalità, in base alle quali si dividono in amorosi, eroici, sacri, morali, funebri, satirici, burleschi e giocosi. Celebre è il sonetto 228, tradotto fra gli altri da Giuseppe Ungaretti nel 1947, che può essere assunto ad autentico “emblema” dell’estetica barocca per il senso della caducità, il “memento mori”, l’invito al “carpe diem”, e soprattutto il “nada”, cioè il vuoto ultimo (polvere, ombra, fumo) con cui si scontra e si confronta il pensiero metafisico del poeta.

Marco Onofrio

228 (1582)

Mientras por competir con tu cabello,
oro bruñido el Sol relumbra en vano,
mientras con menosprecio en medio el llano
mira tu blanca frente al lilio bello;
mientras a cada labio, por cogello,
siguen más ojos que al clavel temprano,
y mientras triunfa con desdén lozano
de el lucente cristal tu gentil cuello;
goza cuello, cabello, labio y frente,
antes que lo que fué en tu edad dorada
oro, lilio, clavel, cristal luciente
no sólo en plata o víola troncada
se vuelva, mas tú y ello juntamente
en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada.

228 (1582)

Mentre per emulare i tuoi capelli
oro brunito il sole splende invano,
mentre scontrosa guarda in mezzo al piano
la tua candida fronte i gigli belli,
mentre gli sguardi per carpirle inseguono
tue labbra più che il primo dei garofani,
e mentre il fine collo con disdegno
del lucente cristallo già trionfa,
collo, capelli, labbra e fronte godano
prima che il vanto dell’età dorata,
oro, giglio, garofano, cristallo,
si muti in viola recisa o in argento,
non solo, ma con esso tu in terra,
e in polvere, in fumo, in ombra, in nulla.

235 (1583)

Ilustre y hermosísima María,
mientras se dejan ver a cualquier hora
en tus mejillas la rosada Aurora,
Febo en tus ojos, y en tu frente el día,
y mientras con gentil descortesía
mueve el viento la hebra voladora
que la Arabia en sus venas atesora
y el rico Tajo en sus arenas cría:
antes que de la edad Febo eclipsado,
y el claro día vuelto en noche obscura,
huya la Aurora de el mortal nublado;
antes que lo que hoy es rubio tesoro
venza a la blanca nieve su blancura,
goza, goza el color, la luz, el oro.

235 (1583)

Illustre e leggiadrissima Maria,
finché si manifestano ad ogni ora
sulle tue guance la rosata Aurora,
negli occhi Febo e sulla fronte il giorno,
e finché con gentile scortesia
il vento muove l’ondeggiante chioma
che Arabia tesoreggia nelle vene
e crea il ricco Tago nelle arene,
prima che, dall’età Febo oscurato
e il chiaro giorno in tenebra mutato,
fugga l’Aurora dal mortale nuvolo,
e prima che la bionda gemma d’oggi
vinca alla bianca neve la bianchezza,
godi, godi il colore, il lume e l’oro.

244 (1585)

A CÓRDOBA

¡Oh excelso muro, oh torres coronadas
de honor, de majestad, de gallardía!
¡Oh gran río, gran rey de Andalucía,
de arenas nobles, ya que no doradas!
¡Oh fértil llano, oh sierras levantadas,
que privilegia el cielo y dora el día!
¡Oh sempre glorïosa patria mía,
tanto por plumas cuanto por espadas!
¡Si entre aquellas rüinas y despojos
que enriquece Genil y Dauro baña
tu memoria no fué alimento mío,
nunca merezcan mis ausentes ojos
ver tu muro, tus torres y tu río,
tu llano y sierra, oh patria, oh flor de España!
244 (1585)

A CORDOVA

Eccelse mura, torri coronate
d’onore, maestà e gagliardia;
o grande fiume, re d’Andalusia,
nobili arene pur se non dorate;
fertile piano, vette smisurate
che privilegia il cielo e dora il giorno;
o tu sempre gloriosa patria mia
e per gli ingegni come per le spade;
se tra queste rovine e queste spoglie
che arricchisce il Genil e il Dauro bagna
il tuo ricordo non mi fu di lume,
questi miei occhi che ti sono assenti
non più vedano e mura e torri e fiume
e piano e monte, o patria, fior di Spagna.
274 (1603)

Si Amor entre las plumas de su nido
prendió mi libertad, ¿qué hará ahora,
que en tus ojos, dulcísima señora,
armado vuela, ya que no vestido?
Entre las vïoletas fuí herido
de el áspid que hoy entre los lilios mora,
igual fuerza tenías siendo Aurora,
que ya como Sol tienes bien nacido.
Saludaré tu luz con voz doliente,
cual tierno ruiseñor en prisión dura
despide quejas, pero dulcemente.
Diré como de rayos vi tu frente
coronada, y que hace tu hermosura
cantar las aves, y llorar la gente.

274 (1603)

Se Amore tra le piume del suo nido
mi prese libertà, che farà ora
che negli occhi, dolcissima signora,
ti vola in armi e non reca vestito?
Da lui tra le violette fui ferito,
aspide che tra gigli oggi dimora.
Avevi tanta forza essendo Aurora
come l’hai ora che sei Sole ardito.
Saluterò tua luce, ma dolente
come usignuolo tenero che in carcere
effonde il suo dolore dolcemente.
Dirò della tua fronte radiante
e della tua bellezza che gli uccelli
fa cantare e piangere la gente.

374 (1623)

DE LA BREVEDAD ENGAÑOSA DE LA VIDA

Menos solicitó veloz saeta
destinada señal, que mordió aguda;
agonal carro por la arena muda
no coronó con más silencio meta,
que presurosa corre, que secreta,
a su fin nuestra edad. A quien lo duda,
fiera que sea de razón desnuda,
cada Sol repetido es un cometa.
¿Confiésalo Cartago, y tú lo ignoras?
Peligro corres, Licio, si porfías
en seguir sombras y abrazar engaños.
Mal te perdonarán a ti las horas;
las horas que limando están los días,
los días que royendo están los años.

374 (1623)

SULLA BREVITÀ INGANNEVOLE DELLA VITA

Al deciso bersaglio la saetta
richiese meno e lo colpì acuta,
carro agonale per l’arena muta
non coronó con più silenzio mèta,
che ansiosa alla sua fine, e più segreta,
corra la nostra età. A chi ne dubita,
come una fiera di ragione nuda,
ogni sole che sorge è una cometa.
Cartagine lo dice, tu lo ignori?
Periglio corri, Licio, se t’incocci
ombre inseguire ed abbracciare inganni.
Male perdoneranno a te le ore:
le ore che limando vanno i giorni,
i giorni che rodendo vanno gli anni.

Traduzione di Luigi Fiorentino

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