Dante Maffia legge ” Infinita fine” di Cesare Viviani

cesare-viviani-foto-di-paolo-steffan

 

Perché non innaffiare le tombe
sperando
in una più rapida dissoluzione?

*

E’ il legno
che protegge dal freddo,
noi ci siamo limitati a collocarlo.

*

Anche l’ultimo passo,
quello incontro alla morte,
fu un penoso incespicare.

*

Non si sbaglia chi dice
che il sentiero che calpestiamo
è fatto più di corpi umani
che di argilla.

*

Se dare peso all’esistenza
di un potere della mente,
oppure sentire che si tratta solo
di operazioni imparate nel tempo,
senza le quali
non c’è mente,
non c’è niente.

978880621129MEDLa capacità di Cesare Viviani di mutare pelle a ogni stagione è davvero sorprendente. Ogni suo libro è infatti una sorpresa, sia per quanto riguarda le tematiche e sia, soprattutto, per quanto riguarda gli esiti linguistici. Pochi poeti possiedono questa facoltà di rinnovamento, questo saper abbandonare una parte di sé e innestare la parte rimanente a innovazioni e suggestioni che arrivano da fuori campo a suggellare la nuova dimensione e il nuovo afflato. Infinita fine porta nelle pagine un tono nuovo che sembra dimesso ed è invece accorto per rendere presente perenne le azioni umane, i pensieri, le emozioni. Viviani è riuscito a lasciarsi dietro le scorie e gli antefatti puntando direttamente a una sintesi che ha sapore di aforisma. Non l’aforisma giocoso o quello cabarettistico, per intenderci, alla Valentino Zeichen, ma un aforisma che è distillato di sapienza senza tuttavia azzerare le note liriche. Ovviamente, poiché non c’è spreco di descrizioni, di variazioni e di diversificazioni i versi assumono una cadenza forte e direi perentoria illuminando il percorso di una vita che comincia a fare i conti attraverso un bilancio non edulcorato e nemmeno falso, ma aperto come una confessione. Le constatazioni di Viviani comunque non sono frutto di amarezza e non sono sconsolate perché “Le divinità ci accompagnano generose/ dalla mattina alla sera, / parlano con noi, consigliano, / e rendono sopportabile il silenzio, / l’abbandono, la fine”. Dunque se una lezione c’è, in questo libro, è quella di prendere atto del nostro essere vivi, di guardare in faccia gli eventi e non farsi sorprendere da niente, perché si può “provare piacere a vedere / una partita in televisione, / la semplicità accompagna / alla conclusione”.

Questo approdo di Viviani la dice lunga sul suo combattimento interiore, sulla valanga di percezioni di cui è stata invasa la sua anima. Si avverte, da pagina a pagina, che il poeta è passato non indenne da mille controversie, che si è dibattuto in contrasti e in convulsioni di varia natura dentro un tirocinio oscillante tra teologia e filosofia, tra mitologia del quotidiano e rinuncia all’essenza delle visioni. Sarebbe interessante affrontare ogni composizione per accertarsi di una temperatura che credo spesso abbia fatto scoppiare il termometro delle assunzioni di responsabilità. Il libro sembra non conoscere sosta, va avanti su una ininterrotta scala di accensioni e cerca di scardinare i significati che si nascondono dietro i segnali più praticati del vivere. E’ da qui che nascono gli scatti sapienziali, e che fanno affermare che “Il vero corpo mistico è la terra”. Mai la poesia di Viviani aveva sfiorato così da vicino quel sentimento provato con pienezza negli ultimi giorni da Ivan Ilic. Come salvarsi dal mostro dell’assenza? Viviani risponde variando il tono e la consistenza del dettato ma sottolineando che la vicenda umana la si può vivere in pienezza e con consapevole abbandono soltanto se si saprà entrare nel mistero attraverso gli occhi e il fiato della natura. In questo modo niente sembrerà ingiusto e terribilmente doloroso, anche se mai accettabile.

Dante Maffìa

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