Costantino Kavafis, “Il sole del pomeriggio”, Biblioteca dei Leoni (LCE Edizioni) – 2014 – Traduzione di Tino Sangiglio e Paolo Ruffilli

kavafisLontano dalla grande poesia europea coeva, che conobbe ma non imitò, Costantino Kavafis si è ispirato al mondo ellenistico pagano che ad Alessandria, sua città natale e in quegli anni ombelico del mondo, celebrava gli ultimi fasti. E l’adesione all’ellenismo non era dettata solo da una contiguità culturale d’eredità e di sangue, ma dalla convinzione che lì fosse il vero snodo della modernità. Può darsi che abbia istintivamente usato l’ellenismo come filtro, per sublimare le potenti emozioni dalle quali muoveva (e sulle quali riposava) la sua poesia. Eccoli, consegnati a una sorta di razionalità fatale delle cose, i motivi ricorrenti: l’amore (vissuto tra sensualità violenta e accorata nostalgia), l’inafferrabilità della bellezza (specchio del desiderio che non si placa), la storia (vista come terreno di scontro tra l’uomo e la sorte).

La stessa lingua greca, poco conosciuta e parlata da un popolo esiguo, gli offriva quella segretezza ed esclusività che Kavafis desiderava per la propria poesia, a maggior ragione visti “i temi così audaci e scabrosi, per il suo tempo, e così diversi e inusuali”. E tutto, anche il più indicibile, poteva tornare ad essere nominato e a trovare la sua pronuncia nella lingua che non aveva mai davvero conosciuto ipocrisie e censure.

Da una suggestione fitta di penombre, di ori bizantini consumati dal tempo, di grumi di sangue estenuati negli amplessi, di corpi e di giacigli legati alla fugacità inevitabile, balza fino a noi la poesia di Kavafis. E la vita dei sensi trova i suoi dati più immediati già trasfigurati nella prospettiva della memoria.

Dalla Introduzione di Paolo Ruffilli

 

CANDELE

Stanno dinanzi a noi i giorni del futuro
come una fila di candele accese
– calde, vivide, dorate –.

Restano indietro i giorni del passato,
riga penosa di candele spente:
le più vicine fanno fumo ancora,
ma fredde, ormai disfatte e storte.

Non voglio, no, guardarle: mi pesa il loro aspetto,
pesa il ricordo del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

E non mi volto, per non vedere, scosso dai tremiti,
come si allunga la fila tenebrosa,
come crescono presto le candele spente.

 

SI INFORMAVA DELLA QUALITÀ

Dall’ufficio, in cui faceva l’impiegato
– un posto di poco conto e mal pagato –
(sulle otto lire al mese, con lo straordinario)
uscì appena terminato il suo squallido lavoro
che lo teneva al tavolo tutto il pomeriggio,
uscì alle sette e prese a camminare
senza fretta indugiando per la strada.
Era un tipo interessante e dava l’impressione
di essere nel pieno della sua maturità.

Si attardava per la strada muovendosi piano
per i miserandi vicoli che portavano fino a casa sua.

Passando davanti a un negozietto
dove si vendeva merce dozzinale,
cose di poco prezzo, roba da operai,
scorse lì dentro un viso, una figura
che lo spinse subito ad entrare
fingendo di voler vedere fazzoletti colorati.

Si informava della qualità dei fazzoletti,
sul loro costo, con voce soffocata,
quasi spenta per il desiderio che provava.
Simili altrettanto le risposte,
quasi sbadate, appena sussurrate,
con sottintesa altrui complicità.

E continuavano a discutere di merce,
ma solo per sfiorarsi con le mani
sopra i fazzoletti, e per toccarsi
coi visi e con le labbra, come fosse il caso,
nel fulmineo contatto dei due corpi.

Rapidi e furtivi, che non se ne accorgesse
il padrone seduto in fondo al magazzino.

PER QUANTO PUOI

Se non puoi avere la vita
che vorresti, cerca almeno,
nell’eccessivo commercio con la gente,
nei traffici frenetici e nelle troppe ciance.

E non sciuparla portandotela in giro
per esibirla invano, esposta
all’insensata sciocchezza quotidiana
della trafila di incontri e relazioni,
fino a ridurla estranea e fastidiosa.

ALL’INGRESSO DEL CAFFÈ

Qualche parola detta da qualcuno accanto a me
attirò la mia attenzione verso l’ingresso del caffè.
E vidi un corpo fascinoso come lo avesse fatto
di persona Eros alla sua prova estrema,
plasmando le parti in armonia di insieme
ed esaltando, scolpita, la persona:
modellandogli con l’emozione il volto
e lasciando col semplice tocco delle mani
un’arcana sensazione sugli occhi e sulle labbra, sulla fronte.

 

6 commenti
  1. Eros e storia si confondono in un’esperienza ultima del tempo umano, sia personale sia epocale. La grandezza di Kavafis sta proprio nella sua concezione della storia dove il soggetto resta moderno mentre l’antico diventa l’adesso: cambia il tempo del presente e non, come avviene per sospensione di sogno o memoria, quello dell’io. Il ricordo, se è presente, riconduce sempre qualcuno al presente perfetto ( sia grammaticale sia psicologico-sentimentale) o qualcosa del passato e non a portare l’io di chi scrive indietro nel tempo. Alla stessa maniera, ritornando all’antichità storica, Kavafis non compie un percorso a ritroso, ma dà al suo mondo interiore, l’aspetto di un mondo concluso e condiviso, dove l’eccezionalità del suo sentimento assume carattere pubblico e universale nel frangente stesso in cui si privatizza al massimo. Attraverso l’ellenismo recuperato di Kavafis, l’uomo apprende l’umana condizione con pietà e terrore, non in astratto ma in relazione sempre a un contesto e a un tempo dati, in una provincia particolare, in un paese particolare

  2. Attraverso l’immedesimarsi con il passato e la proiezione autobiografica nella storia (il riserbo che gli ermetici italiani trovavano nel silenzio per motivi meccanici, in un unicum con la parola e i legami semantici) Kavafis, per mezzo dell’archeologia dell’io, il “porto sepolto” dell’intimità soggettiva, rende l’Eros classico ma non tradizionale anche in virtù della sua omosessualità, compiendo un’infrazione abbagliante riguardo al codice del petrarchismo tran-secolare.
    In direzione antipetrarchista, intesa in senso lato, muove l’assenza del pronome “tu” che oltrepassa il narcisismo e che molto insegna all’amore moderno.
    Con ciò pare avvalorare il monito di Sylvia Plath di mutare nelle canzoni americane la parola “amore” con “desiderio” perché l’universale diventi più limpido e condivisibile.

  3. Le candele poste da Konstantinos Kavafis nella similitudine sul fluire inesorabile del tempo, nella prima delle poesie qui riportate, sono sì un elemento della figura retorica, ma al tempo stesso evocano la sua vita solitaria, quasi da segregato, nella penombra della sua stanza ad Alessandria con la finestra sempre serrata. L’unica fonte di luce le candele.
    Ma il fascino di questa lirica sta nel tema, espresso con l’efficace brevità e il nitore formale della poesia alessandrina: il rimpianto del passato ormai molto lungo, la fugacità del presente e l’incertezza del futuro dinanzi a lui, forse breve come le poche candele ancora accese, tuttavia «calde, vivide, dorate».
    Il tema dell’amore omosessuale ricorre molto spesso nelle liriche di Kavafis, soprattutto nella memoria nostalgica, perciò rievocato in piccole scene della vita passata. La delicatezza del poeta e la sottile emozione dei personaggi rendono splendida la poesia “Si informava della qualità”: «solo per sfiorarsi con le mani» scrive Kavafis.
    Il fascino del corpo perfetto di un “efebo”, plasmato da «Eros alla sua prova estrema», fanno dell’ultima poesia una perla pari agli epigrammi di Callimaco.
    “Per quanto puoi” esprime un saggio suggerimento a un giovane. La vita non è (quasi) mai come la vorremmo. Non resta che tentare il più possibile di non svilirla e sprecarla nell’inutile o dannoso contatto con la gente, fino a renderla «estranea e fastidiosa». Questa era la “ratio vivendi” di Kavafis, anche per il dissidio in lui tra la spiritualità pagana degli antichi greci e la moralità (per quei tempi “moralismo”) del Cristianesimo.

    Giorgina Busca Gernetti

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