Leonardo Sinisgalli e la poetica dell’oggetto (terza parte), di Giovanni Caserta

sinisgallifotofedericopatellaniLa poetica dell’oggetto: l’oggetto secondo Montale
La lirica di Sinisgalli, perciò, contrariamente a quello che succedeva a Ungaretti e Quasimodo, a Luzi e a Montale, e in armonia con quanto caratterizzava la lirica meridionale, si apriva alla realtà e al colloquio o dialogo con questa. Non poteva dirsi, Sinisgalli, un poeta ermetico. Il suo oggetto è, perciò, cosa diversa, in particolare, da quello di Montale, con cui Sinisgalli non ebbe mai rapporti di simpatia. A Montale è dedicato un epigramma piuttosto pungente: Montale – scrive in Il passero e il lebbroso – scrive poesiole / agli infilascarpe. / Mi toglie la priority. / Si piega all’arte povera, / alla pochezza del «reale». Ma l’oggetto di Montale è un osso di seppia, arido e secco, emblema della morte e del nulla. Sinisgalli, uomo di scienza, direttore e fondatore di una rivista scientifica («Civiltà delle macchine»), operatore presso aziende produttive me l’Eni e l’Olivetti, sa che nell’universo palpita la vita, che esiste il progresso esiste ed esiste la storia, perché esiste la scienza. Non può, in altre parole, condividere il pessimismo totale o nichilismo di Montale, che non credeva nemmeno nella poesia, cioè in sé stesso. “Continuano i piagnistei per la Poesia – scrive sarcasticamente in Carte segrete. Montale col suo pessimismo, teologico e sociale, non piange sulla morte della Poesia, sulla fine banale dei poeti. «Diventeranno tutti professori». Montale non batte ciglio, pensa che all’umanità non servono i poeti. Non servono alla comunità. Montale li crede incapaci di saper vivere, di saper lavorare. L’immagine che Montale si è fatta del poeta è quella di un inetto ( o di un furbo), di un mistificatore (o di uno scemo): una figura sinistra , un’anima vile. Bisogna trovare una ragione di queste paturnie, se no rischia di passare lui, Montale, per un mentecatto”.
Può apparire veramente strano, ed è un paradosso, il fatto che un poeta di professione, quale fu Montale, che non fu se non poeta e di poesia visse, non si disperi della morte della poesia, ritenendola inutile se non dannosa, mentre un poeta che produsse, lavorò nell’industria e credette nella tecnica, pur concependo la poesia come una attività seconda, cioè di puro diletto, o di pura esigenza espressiva, ne difenda l’utilità anche sociale. E invece il segreto della essenzialità e ineliminabilità della poesia è proprio nell’ebbrezza che essa dà, nella sua innocenza, nel suo essere gioco, se è vero, come è vero – osserva di Sinisgalli – che la poesia che “ha spinto Montale a…tetre conclusioni e a…nere profezie” è un “genere di poesia senza ebbrezza, senza innocenza, senza giuoco”.
La verità è che Sinisgalli crede nella vita della natura, della storia e degli oggetti, in cui, a parte l’animazione naturale, si raccolgono, per un processo empatico, nostri affetti, che, nel tempo, ci vengono restituiti. Gli oggetti, in altre parole, parlano al nostro cuore, non diversamente dalle persone che hanno fatto parte della nostra vita. E ci parla delle persone e delle cose che hanno accompagnato, in particolare, la nostra infanzia perché, durante i primi anni di vita l’anima nostra è innocente e pura e, perciò, più radicate sono le sensazione o i sentimenti che vi si imprimono. Ciò, prima degli altri, aveva intuito Leopardi, cui Sinisgalli spesso, parlando di poetica, fa riferimento. Il discorso, come si vede, passando o partendo dalla matematica non euclidea, torna al paese, all’ infanzia, alla casa di Libritti, alla mamma, al papà, ai Campi Elisi, per cantare “gli utensili bruciati le croste /di fumo delle padelle /dei treppiedi la foglia fritta / i peperoni le budella / il tegamino per un uovo / le cuccume le molle / per i tizzoni”.
A Montemurro e nella stanza della casa di Libritti, del resto, cominciarono i primi sogni poetici di Sinisgalli, quasi a significare che fuor di Montemurro, della sua casa, e della sua stanza non poteva darsi poesia. In Vidi le Muse si legge questo primo programma poetico che fa tutt’uno con i sogni di un bambino: “Vicolo verdi e viola / al mattino. Di sera / la ressa dalle cantine. / Tra i cespi di basilico / piantato nei pitali / al bambino poeta / spuntavano le ali”. E a Montemurro, sempre nella casa di Libritti, nacquero i primi versi o tentativi di versi, in cui Sinisgalli, anche tecnicamente, riusciva a far correre rapporti tra la matematica, la fisica e la poesia: “Mi chiusi – racconta egli stesso – nello stanzone di zia Teresa, sopra la casa di Libritti, dove sono nato e che da anni era vuota, sprangai balcone e finestre e seminudo, sotto i serti di camomilla, cominciai a scandire le parole sillaba per sillaba, come gli analfabeti delle scuole serali. Avevo trovato nel mio mestiere, così acerbo, una piccola regola: la regola dei quanta, potrei dire, il discontinuo che si andava esplorando in quegli anni”. E sempre a Montemurro, come si è accennato, nascevano, nel 1935, le citate 18 Poesie, pubblicate nel 1936. E poiché lo stesso Sinisgalli disse che, in seguito, non avrebbe fatto altro se non scriverle e riscrivere continuamente quelle diciotto poesie, ne deriva che la sua vena lirica sarebbe rimasta sempre la stessa. E sempre la stessa rimaneva l’aura che l’avvolgeva, cioè della elegia e del ricordo nostalgico. Del resto, a Montemurro, quando gli apparvero, le Muse sembravano essere tutt’uno con le foglie larghe delle querce, le ghiande e le coccole. Lì egli le senti gracchiare con la meraviglia nel cuore.
Gli oggetti di Montale, come è noto, sono stati indicati dalla critica, con riferimento ad poeta inglese Eliot, quali “correlativi oggettivi”; nel caso di Sinisgalli essi, pur quando sono citati ed elencati come in una nomenclatura si direbbero correlativi soggettivi, nel senso che sono il riflesso di sentimenti del poeta, che si destano solo in presenza di quegli oggetti, nient’affatto lontani, come in montale, ma sempre familiari. Né da meno è la prosa, che, fatta sempre di racconti brevi e, di norma, evocativi di figure umane ed eventi legati prevalentemente all’infanzia, al paese, alla casa e alle persone che vi abitavano. Si può solo dire che, con l’avanzare degli anni e a mano a mano che si spezzavano i fili che legavano all’ambiente, sembrò ad un certo momento, che si allontanasse o raffreddasse il legame affettivo, l’evocazione del paese e degli oggetti che lo popolavano, diventavano piuttosto frantumi.
E’ notevole la differenza che intercorre fra le liriche delle prime raccolte e le ultime. Si può assumere come linea di demarcazione l’anno 1953, che è l’anno della morte del padre (4 agosto). C’era stata, dieci anni prima, la morte della mamma (16 settembre 1943); ma questa aveva forse rafforzato il legame di Sinisgalli col paese, attraverso il ricordo, il rimpianto, e quindi l’intensificarsi del tono elegiaco Del resto, c’era ancora il padre, che manteneva un certo legame e una certa unità familiare. Le liriche erano, perciò, ancora relativamente ampie e ancora tendenti al discorsivo. Con la morte del padre, la famiglia e i beni di famiglia era andati divisi. Sinisgalli avvertì fortemente, come definitiva, questa frantumazione. Il ritorno a Montemurro, per alcuni anni si fece rado. In effetti, con gli anni arrivava L’età della luna (1962), la vecchiaia o malattia del lebbroso (Il passero e il lebbroso, 1970), Dimenticatoio (1978). Era questione di condizione esistenziale. Nella introduzione a Dimenticatoio, che potrebbe definirsi, secondo una espressione ungarettiana, un “taccuino del vecchio”, la vita appariva imitare “sempre più il sogno nel suo disordine che cresce con l’età […]. Questa – precisava Sinisgalli – è stata una grande sorpresa per me. Credevo di guadagnare la chiarezza ed è invece cresciuta la confusione”.

La Musa viziata e il frammento – “correlativo soggettivo”
Costretto all’inerzia quasi assoluta, era nella impossibilità di andare in giro per le strade, con gli amici o solo, a cogliere sensazioni improvvise. Sembrava che gli oggetti gli fossero diventati muti. Da giovane cercava la poesia come si cercano i funghi, rovistando pazientemente tra le radici degli alberi e nei cespugli. E la trovava. Nel 1978 la moglie Giorgia era gravemente ammalata e sarebbe morta poco dopo, il 16 dicembre dello stesso anno. L’artrosi e la cattiva circolazione gli avevano rotto le gambe e le braccia, sicché poteva, ormai, solo aggirarsi intorno alla casa. Trascorreva giorni e giorni dentro la sua camera, fissando il vuoto. Da quel vuoto, che si apriva come un buco nero nella superficie di uno specchio, e non come un buco, attraverso il quale, come in passato, filtrasse una luce nunziatrice, egli vedeva, talora, zampillare una “fola”, ultimo segno di una vita esaurita. La poesia si faceva pura registrazione sconnessa, quanto mai viziata. Veramente si tratta, come dice il poeta, di residui legati soltanto dal mastice dei contrari, come “rifiuti di un’Opera virtuale, schegge di un sospiro Unicum, monadi nate su una inarrestabile disintegrazione, o stelle raminghe della rapace entropia cosmica”. Il poeta, che aveva ormai settant’anni, non cantava più; balbettava.
Il senso della fine prendeva Sinisgalli. I suoi “oggetti” anche quelli più cari assumevano non più un senso nostalgico ed evocativo, ma diventavano piuttosto frantumi. Proprio il senso della fine è, in sottofondo, il motivo conduttore della raccolta, a cominciare dall’immagine, bella nella sua essenzialità, di una fontanella, posta sulla rotabile, che stenta a riempire d’acqua il cavo delle mani: “La vena s’è ridotta a un filo,/ il solleone la strozzerà. / Bevo le ultime gocce / ancora sapide di neve. / Ce ne vuole per riempire / la cavità delle mani”. La morte è quasi una ossessione. Il cimitero di paese, perciò, è sentito con quel senso di pace, ma anche di amarezza che viene dalla stanchezza e dalla rassegnazione: “Il campo delle allodole/ è a fianco del cimitero/ in una distesa di stoppie/ senza alberi. Si vedono in aria/ ruotare forsennate/ e col becco sdrucire veli di luce. / Poi ruzzolano per contendersi/ un chicco di grano”. Il cimitero non appare più come i Campi Elisi; la madre “è ricordata da una scritta sbiadita /su una lapide. / Trentatre anni / sono trascorsi da quando la composero / sul letto. Per la valle passavano soldati in fuga”. I morti sono sempre vicini. “Mangio, bevo, leggo, scrivo/ in comunione con i morti. / Anche la latrina/ ha una piccola finestra/ che inquadra le croci sulla collina”.
Per questo senso diffuso della morte, gli oggetti sembrano assumere i caratteri degli oggetti montaliani. Ma ciò è vero solo in apparenza. I correlativi oggettivi di Montale riflettono il male di vivere universale. Montale, di conseguenza, è freddo osservatore del mondo, in cui egli legge il male cosmico. La morte per Sinisgalli è la fine della vita, e quindi dei sogni, delle illusioni, ma anche del bello del vivere. In Montale non scatta mai un sentimento di rabbia o di ribellione, perché domina la divina indifferenza. Qualcuno parla di stoicismo. Per Sinisgalli il discorso è diverso. La morte è il contrario della vita, la sua negazione; non esiste, anzi, la morte, ma ci sono i morti. Ed è uno stillicidio, che riguarda, appunto, creature viventi, singole e autentiche, portatrici di un nome. Morire è come perdere il proprio nome, cioè la propria individualità. Ed è come quando si stacca il nome dall’oggetto. La morte comincia con la vecchiaia e si presenta come perdita della memoria, che è già una forma di morte, perché è uno scomparire: “I nomi si sono scollati / dalle cose. Vedo oggetti / e persone, non ricordo / più i nomi. A piccoli / passi il mondo / si allontana da noi, / gli amici scendono / nel dimenticatoio”. Non ci può essere, divina indifferenza, ma, trattandosi della scomparsa di esseri viventi, c’è partecipazione dolorosa che si rinnova ogni volta che un essere, soprattutto se amico, scompare. Nessuno vuol morire; perciò la morte è uno strappo inesorabile, cui si cerca di resistere. La fontanella, sulla rotabile, si sforza di conservare la sua vena d’acqua.. Singhiozza. “La vena s’è ridotta a un filo, /il solleone la strozzerà. / Bevo le ultime gocce / ancora sapide di neve. / Ce ne vuol per riempire / la cavità delle mani”.
Singhiozza anche, tecnicamente parlando, la poesia. Le liriche si fanno brevi, ridotte, a volte, a soli due o tre versi, che sono semplici annotazioni. Non c’è più il discorso lieve e dolce, modulato su larghe volute e su un ritmo spesso musicale, che è quasi un canto. I componimenti sono come “lacerti di composizioni più ampie, trascurate o eluse [ …]. In genere escono sequenze sconnesse che possono far pensare a un processo di automatismo psichico o a un comune stato di ebbrezza o di alienazione”.

Qui “verrò a morire”
C’era una sola via perché si potesse morire meno disperati e con la illusione di poter godere degli affetti di cui si era goduto in vita. Ed era quella di andare a morire nel proprio paese, idealmente ricongiungendosi con le persone che furono care e con gli oggetti che fecero parte della nostra vita. Qui “verrò a morire – aveva promesso a sé stesso – tra i ruscelli / le vigne le pietre / a forma di martello di cuore, / le pietre che chiamano “dinamiche”/ perché sono state limate / nei millenni”. Mantenne la promessa. Montale è sepolto nel cimitero accanto alla chiesa di San Felice a Ema,sobborgo nella periferia sud di Firenze, accanto alla moglie Drusilla, ma lontano dalla sua Genova. Non so quanti vanno a visitare la sua tomba. E se visitatori ci vanno, ci vanno, appunto, da visitatori, per pura curiosità e interesse intellettuale. Noi, qui, siamo come amici e concittadini, sentendo Sinisgalli come uno di noi. Ed egli si sente tra amici e parenti, fra i quali avrebbe voluto stare, se, un lontano giorno del 1917, il ponte sull’Agri non fosse crollato alle sue spalle. Anche per lui, insomma, “la morte si sconta vivendo”.

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2 commenti
  1. Sinisgalli procede per delle immagini istantanee in cui il pensiero appare racchiuso in un’esperienza quasi onirica dove gli artifizi montaliani de “Le occasioni” vengono puntualmente disobbediti traducendoli in aneddoti pretestuosi per affermare una mutevole predilezione epigrammatica. Sebbene sopravvivano nella sua produzione gli echi dei lirici greci tradotti da Quasimodo, in Sinisgalli riaffiora la tendenza vitale e barbara dove ai trascorsi dell’infanzia vengono contrapposte le varie esperienze mobili della vita adulta, è assente dunque anche l’essenzialità analogica che ha caratterizzato Ungaretti.

  2. Spazio privilegiato , nella poesia di Sinisgalli, è la Lucania.Il paesaggio lucano è sempre stato rivissuto dal Nostro in un presente che non è quello temporale, nè quello atemporale: è piuttosto una sovrapposizione di tempi, il riaffiorare di una memoria aperta ai presagi del futuro.

    “Fredda alita la sera
    su questi prati che toccai con la fronte
    calda e felice della corsa”.

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