Nazario Pardini, tre poesie inedite

pardini
da “POEMETTI ONIRICI”

II VOLO DI ICARO

Attratto dai richiami del meriggio
volò alto,
alto volò toccando cime immense,
azzardi che gli umani
cercano con l’anima e la mente;
ma ci si può bruciare
se il volo è troppo arduo,
si annullano in abissi senza fine
le nostre identità;
sperderci oltre la siepe,
o in cieli fra le stelle
è un naufragio per la nostra essenza.
E tu Icaro
privo di remeggi, a braccia nude,
senza appigli,
brancolasti in vertigini d’azzurro
quando l’astro di vita e di morte
ti rammollì la cera.
Cadevi impaurito,
risucchiato:
“padre, tu che mi hai dato il volo,
aiuta questo figlio, dagli l’ali,
che il cielo non mi regge
ed io sprofondo incauto negli abissi.
Padre, io sono qui,
corrimi incontro, arresta il mio naufragio,
tu puoi, con il tuo amore
e il tuo superbo ingegno”.
“Icaro, Icaro dove sei?
dove giace mio figlio eterni dèi?
Ditemi alfine! Ch’io sappia almeno
ove cercare; carne della mia,
figlio imprudente, dove il volo tuo
lontano dai miei occhi. Cosa fare?
che cosa potrà fare questo padre?”
Ma d’Icaro la bocca
fu chiusa dalle onde di quei pelaghi.
E quando il genitore
scorse le vane piume
sparse sull’acque a sfiorare gli scogli,
non poté che ergere un sepolcro
in terra d’Icaria.
Maledì la sua arte ed il destino,
gli azzardi degli umani, le imprese folli,
la violenza del cielo, il regno del sole,
maledì quella natura umana,
il suo continuo ardire e discoprire,
il suo coraggio eterno di sfidare
il mare nero, lo scoglio e le sirene,
quella pazzia di un fuoco che ci fa
scintilla degli dèi, impronta del divino,
bocci di libertà.

A COLLOQUIO CON IL PADRE. IL SOGNO

Baluginò il suo volto. Che lucore!
Era simile il cielo a quei mattini
in cui andavamo ad erpicare
il profumo di terra. Era mio padre.
Mi prese per la mano trepidante
e mi portò
a mirare i suoi spazi. Io non sapevo,
nella nuova coscienza, ch’era morto.
Mi apparve certamente perché stessi
sereno. Stava insieme – in un salone
immenso e somigliante vagamente
a quelli riportati negli affreschi
dei rinascenti artisti pontifici –
con persone serafiche. Una peluria
gli fluitava cadente ed abbondante
sugli omeri. Brillavano i suoi occhi
di un’altra dimensione. Stranamente
il soffitto sforava aperto un cielo
di luce biancicante: “Vorrei tanto
rivedere con gli occhi di un terreno
i nostri monti simili a puledri
rincorrersi tra i lecci ed i castagni
rutilanti ai tramonti. Vorrei tanto
trascorrere con te un tempo, pur breve,
per le cose del giorno e anche di più
vegliare una nottata tra i sentori
d’erbale umore estivo. Per esempio
nel campo dei covoni.” “Che ti prende?
Perché non puoi? Domattina farò
ch’io possa liberarmi dagli impegni
e andremo insieme,
tutto un giorno sul Serchio e poi sul piano
dei fulvi girasoli. Anch’io lo sento
questo bisogno in anima di vivere
di nuovo sprazzi e guazzi giovanili”.
“Guarda, figliolo, ch’io ti sono in sogno.
Quello che vivi è fumo ed io son qui
vicino solamente con lo spirito,
non col corpo. Son morto. Ti ricordi
quella brutta giornata di febbraio?
Io spiravo e tenevo la tua mano
nella mia tremolante. Dentro il cavo
ho sempre il tuo calore.” “Come faccio
a sapere che è tale?” “Puoi provare!”
“L’unico mezzo è quello di destarmi
per saperlo. Perché dovrei distruggere
l’occasione di un sogno veritiero.
Di un sogno che è realtà più di un reale
che non arriva a tanto. Che momento!
O sogno o realtà che importa, padre,
io ti rivedo, bello, fra quei marmi
così lucidi, vasti senza dubbio
ben di più degli scrimoli a cui noi
eravamo abituati. Con gli amici
a dissertare sui concetti astrusi
dei misteri del cielo e della terra.
Così importante mai ti vidi padre.
Che piacere.” “Figliolo tu hai ragione.
E’ rara l’occasione che in un sogno
si sappia di sognare e che per questo
si viva ben più a fondo un segmento
coscienti di un prosieguo del reale.
Sogniamo! E tutto sarà vero: tu
mi parli ed io ti corrispondo. Manca
una magia estrema. È in mio potere.
Ricostruirò quel tempo del passato,
e forse il più felice,
di quando dodicenne tu passavi
(tornando di città schivo e scorbutico)
all’ora di mangiare dalla vigna.”
“Rivedo tutto! Che magia! Sono
laggiù sotto il mio pioppo a rovistare
nella borsa del pranzo. Ecco ti chiamo.
Tu accorri trepidante poi mi abbracci.
Tre cose sulla scuola. E la tovaglia
sui crini di gramigna. Che bel pane!
Tu stacchi i pomodori e li zuppiamo
in picchiata nel sale.” “Vedi bene
come si mischia a volte col reale
l’immaginario.” “Si! Però per me
questo momento dice che tu esisti.
In quanto alla tua morte non ricordo;
perché dovrei svegliarmi?
Continuiamo a vivere così.
Nella magia di un sogno. Per domani,
quando torno da scuola, nella borsa
voglio trovare – diglielo a mia madre –
il pane fritto. Sai quanto mi piace!”.

DA “I CANTI DELL’ASSENZA”

IL RAGGIO DI UN PENSIERO

Cara,
cala puntuale la sera sul mare
ad immolare il giorno alle memorie;
e quante primavere sono scorse,
quanto affollata
l’alcòva dei ricordi;
forse impigliati in risvolti d’azzurro
abbiamo ceduto
al correre dell’ombre;
al correre di autunni indifferenti
alle fulgide carezze delle foglie.

Amore,
arriverà presto sul mare maligna
la notte più fonda dell’ultimo autunno
e non feconderà con i suoi resti
gli assenti abbrivi della primavera.

Ma sarà forse il raggio di un pensiero,
di un verde pensiero smarrito
in gorghi di vita, a riaffiorare,
per far da stella a questo naufragio
nel mare nero del nostro eterno esilio.

Nazario Pardini: vive ad Arena Metato (PI).

Critico letterario, saggista, blogger, poeta ha nel suo attivo moltissime pubblicazioni – qui di seguito evidenziamo:

“Delos” (Autori contemporanei di fine secolo) edita da G. Laterza, Bari 1997;

Antologie Scolastiche “Poeti e Muse” edite da Lineacultura, Milano 1995,

1996; Antologie “Blu di Prussia”, di E. Rebecchi, Piacenza 1997 e 1998;

Antologia Poetica “Campana” di P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine, Roma 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, S. Ramat – N. Bonifazi – G. Luti, Helicon, Arezzo ‘99;

Dizionario Autori Italiani Contemporanei, Guido Miano Editore, Milano 2001;

Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Dizionario degli autori italiani del secondo novecento, Helicon 2002; “L’amore, la guerra” a cura di Aldo Forbice – RAI – Eri, Radio televisione italiana 2004: L’evoluzione delle forme poetiche a cura di Busà e Spagnuolo – Kairòs editore – Napoli 2013:

Ha pubblicato 22 sillogi di poesia; un libro di racconti (tutti premiati) note critiche e prefazioni per numerosi autori contemporanei.

Moltissimi premi letterari vinti tra cui nella terna (Baudino, Mussapi, Pardini) al Premio Città di Pisa – 2000 con l’opera ALLA VOLTA DI LEUCADE.

2013 Primo premio Libero di Libero; Primo premio Città di Pomezia (i simboli del mito opera premiata e pubblicata sui quaderni del Croco, 2013)

34 commenti
  1. Avatar di leopoldo2013

    Defatigante e interlocutorio / colloquiale , amabile ( ed abile ) nel dribblare il sentimentalismo ed esperire controllatissima effusività , quella che Contini definiva “pulizia del desiderio”.
    Grazie
    leopoldo attolico –

  2. Avatar di Pasquale Balestriere

    Pardini abita la classicità -quella ideale, morale e verbale- e vi filtra un’umanità ricca e preziosa di affetti e di sapida adesione alla vita. Misura, equilibrio e serenità per comunicare intense emozioni. Bravo Nazario! Pasquale Balestriere

  3. Avatar di Giorgina Busca Gernetti

    Nazario Pardini esprime la sua intensa umanità e, per ciò che ho letto anche in altre sue composizioni poetiche, l’amore per la vita con la misura e l’equilibrio classici, derivanti dalla sua formazione culturale. “Ne quid nimis”! Tuttavia, l’incontro e il colloquio, avvenuti in sogno, con il padre defunto quando egli era ancora adolescente, proprio per la misura forse fin troppo trattenuta, mi pare manchino di quella carica emotiva che una simile situazione pretenderebbe. Intendo il “pathos”, non il sentimentalismo esasperato e la sdolcinata commozione.
    Ma questa è solo un’impressione personale di cui Nazario Pardini conosce la causa. Spero che non me ne vorrà.
    Giorgina Busca Gernetti

  4. Avatar di Giorgina Busca Gernetti
  5. Avatar di Valeria Serofilli

    Fin dal primo approccio con i testi di Nazario Pardini ho subito riconosciuto temi a me cari quali il volo d’Icaro e il colloquio col padre, se pur affrontati con un taglio ed un’impostazione più classica rispetto ai testi di cui sono autrice.
    Ed ecco affacciarsi, dal ricco apparato fonoprosodico, termini quali meriggio, remeggi, pelago o versi del tipo” brancolasti in vertigini d’azzurro/ quando l’astro di vita e di morte/ ti rammollí la cera”, ove peraltro troneggia il termine “molle”, tanto caro ad Orazio.
    Con un linguaggio adeguato Pardini crea dunque un collegamento con la materia trattata, mitologia e poemi classici come Iliade e Odissea, proponendo tuttavia temi universali di grande attualità.In quest’ottica va intesa la poesia dedicata al padre, legame essenziale,affetto eterno, mai scontato e sempre in grado di coinvolgere lettori di qualunque generazione.

  6. Avatar di nazario pardini
  7. Avatar di maria rizzi

    Tre liriche che sembrano unite da un filo d’oro, quelle del caro Professor Nazario. Il volo di Icaro, la speranza d’ogni uomo di sfidare se stesso e il cielo, di elevarsi al di là delle cime e delle vite in fotocopia… ma l’azzardo umano è sempre punito e non solo dall’Onnipotente, anche dal dolore degli amori, del padre che d’un figlio coglie solo l’essenza del suo essere carne della propria carne… E nella seconda poesia è il figlio a ritrovare tra le brume del sogno i momenti di seta trascorsi con il padre: i racconti di scuola, ‘la tovaglia sui crini di gramigna’, ‘il pane fritto’… Si passa da un registro classico a un lirismo superbo di moderno, melodioso spessore. Si scende sulla sponda del fiume caro a ognuno. I genitori tornano a trovarci nelle notti. Lì possiamo trattenerli, rivederli, amarli dell’amore semplice e sublime d’un tempo. Occorrerebbe forse risentirne la voce, ma si scioglie tra i mesi, brucia forse come le ali di Icaro nel sole.
    E la terza lirica del Professor Pardini funge da sigillo. E’ cantico d’amore per la sposa, per la compagna del lungo viaggio tra ‘le primavere e gli autunni’… L’inverno è in agguato, ma la chiusa salvifica annulla il timore del suo arrivo. “Il raggio di un pensiero farà da stella all’eterno esilio”: ed esiliare è naufragare in altra storia… è metamorfosi dell’amore…
    Stordita da versi così intensi mi sento inadeguata a commentare.

    • Avatar di nazario pardini

      Carissima Maria,
      una explication de texte di plurima valenza critica. Un gioiello di lettura; il tatuaggio di un’anima pulita che si accosta solo e soltanto alla bellezza di una vita, ripulita dalle negatività. Ti ringrazio, carissima, per questa tua esegesi profonda e convincente. Soprattutto ti ringrazio per le belle parole che riguardano la poesia su mio padre verso cui ho nutrito un sacro sentimento di bene e di affetti fino alla sua morte. Ed è stato per me fonte ispiratrice di poemi e poesie. Sei riuscita a capire la venatura di una passione esplosiva arginata dai giochi della parola. Bella lettura. Veramente bella!
      Grazie!
      Nazario.

  8. Avatar di nazario pardini

    Mi è giunta per e-mail dal critico, poeta, e saggista Umberto Vicaretti

    Le tre liriche di Nazario Pardini hanno, per comune (e, direi, kantiano) denominatore, l’ansia del superamento dei confini del sensibile, la smania di rottura con il limite e con il conoscibile.
    Proprio per questo Icaro/Pardini accetta il rischio e, in cerca di libertà e di luce, verticalizza il volo, ben consapevole che l’Assoluto, e quella stessa “violenza del cielo”, potrebbero bruciare le sue ali e ridurre in cenere la sua scommessa. In fondo, l’evasione di Icaro (e del padre Dedalo) dal Labirinto, altro non è, per analogia, che l’evasione del Poeta dall’indecifrabile e inquietante enigma esistenziale. E Nazario Pardini tenta l’azzardo, ben consapevole del “naufragio” cui rischia di andare incontro; ma lo fa con la levità e il nitore di una “narrazione” sospesa tra l’elegia e la grazia, il desiderio e il sogno, in una rivisitazione trasfigurata, oltre che del mito, dei Lari e di Ovidio, anche di Kant, di Leopardi, di Blaise Pascal.
    Un buonissimo viatico, questo, per il nuovo anno.
    Grazie, Nazario.

    Umberto Vicaretti 10/01/2014

    • Avatar di nazario pardini

      Carissimo Umberto, preziosissimo amico,
      cosa dire delle tue magiche parole; delle tue invenzioni creative, della perspicacie novità dei tuoi nessi allusivi. E’ unico il tuo dire, come è unica la tua capacità di improvvisare vaghezze semantiche tali da lasciare a bocca aperta. Ho sempre nel cuore la tua recensione alla mia Lèucade. Un vero capolavoro di articolato linguistico, di sapido profumo umanistico; di un umanesimo rievocativo tanto potente da far esplodere il cuore dalla emozione. Il tessuto del tuo dire, sempre puntuale, esatto, sottintende un ineguagliabile patrimonio verbale e emotivo/esistenziale che si spinge oltre il significato; oltre gli etimi del canto. Ti ringrazio, carissimo amico, ti ringrazio di cuore per la tua esagerata generosità e per quella umiltà che rende veramente grandi le persone.
      L’amico Nazario

  9. Avatar di nazario pardini

    Ricevo e pubbliuco
    Io non sapevo,/ nella nuova coscienza, ch’era morto”: e contenuta in
    questo lacerto – a mio modo di vedere – la chiave di lettura di una lirica
    (un colloquio) che travalica l’onirico per approdare ad una dimensione
    inedita ma esistente, concretamente esistente.
    Ma perche “distruggere”, perdere un’occasione unica e, forse, irripetibile
    come questa, destarsi per sapere? Sapere cosa, e per quale ragione
    poi? Qui non c’e posto per il raziocinio, ce n’e – infinito – per la poesia,
    per la vita e il suo mistero: “Sogniamo – allora – E tutto sarà vero…”.
    Queste parole paterne non provengono dal genitore del poeta: sono la
    voce di un tempo immortale che continua a vivere dentro di lui (“questo
    momento – e soltanto questo momento – dice che tu esisti”).
    Cosa fa, dunque, Nazario? Rifiuta di svegliarsi, edifica anziché abbattere
    il muro: un muro che, invece di dividere, permette di salire più in alto
    possibile, lassù dove la vista è più ampia e accoglie nel suo abbraccio i
    ricordi tuffandoli, come quei pomodori appena colti, “in picchiata nel
    sale”. E tutto acquista sapore, e si dimentica la morte, e si aspetta una
    fetta di “pane fritto” per il domani.
    Sandro Angelucci

  10. Avatar di nazario pardini

    Ricevo e pubblico

    Molti, ne sono certo, leggendo questi versi struggenti, penseranno che
    Nazario Pardini si sia voluto cullare in una dolce speranza, in un sogno
    assurdo e meraviglioso, ben sapendo che trattasi di zuccherosa illusione.
    Io certamente non so che cosa sia passato nella testa dell’esimio poeta e
    professore, ma non posso fare a meno di adirarmi di fronte al pregiudizio
    di chi esclude a priori il mistero e comodamente pensa di poter ritagliare
    una mattonella nell’immenso mosaico, sostenendo che quella, e
    non altra, e la vita reale. E invece non c’e nulla di più sfuggente del reale,
    legato con fili invisibili, ma robustissimi, al Tutto che noi non conosciamo.
    Non lo conosciamo, certamente, ma, santo dio, in esso e di esso
    viviamo! E una questione di equilibrio, a parer mio. E l’equilibrio è
    sempre bilanciamento di pesi contrastanti. Un conto e il dualismo conflittuale
    e schizofrenico, un altro la dualità fonte di armonia. Se c’è il nero,
    c’è il bianco; se c’è il giorno, c’è la notte; se c’è l’inverno, c’è l’estate,
    e via dicendo. Se c’è la materia, c’è lo spirito; se c’è la vita mortale, c’è la
    vita immortale. E anche una questione di logica, in definitiva, e non soltanto
    di fede. Sempre che la logica stia nel principio di contraddizione,
    come sopra specificato, anziché in quello di non-contraddizione, che
    vorrebbe catturare la complessità del vivente entro risibili formule unilaterali.
    Ma e soprattutto, indubbiamente, questione di fede. Non fede
    nella Befana, bensì nell’equilibrio, nella serenità, come dice Pardini a
    proposito del babbo: “Mi apparve certamente perché stessi/ sereno”.
    Ovviamente si è liberi di credere o non credere nell’equilibrio, ma se
    non si crede si deve onestamente ammettere di essere degli squilibrati
    Franco Campegiani

Scrivi una risposta a leopoldo2013 Cancella risposta