I canti leopardiani: Il tramonto della luna

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Giacomo Leopardi, Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837

Come in altre poesie così in questa i vari aspetti della natura sembrano al Leopardi immagine e, potremmo dire, simbolo delle varie fasi della vita. La luna, in una notte tranquilla e solitaria, spande chiarore sulla campagna e vi suscita anche ombre, che allungandosi, creano vaghe figure e parvenze ingannatrici; poi, giunta all’orizzonte, scompare: ed ecco tutte le cose avvolte da un’oscurità profonda e uniforme. Allo stesso modo improvvisa svanisce la giovinezza dopo aver suscitato nell’animo umano vaghe illusioni e indeterminate speranze; e con essa scompaiono, per sempre, queste illusioni e queste speranze che pur sono il nostro sostegno e la nostra consolazione; e l’uomo, inoltrandosi per la vita divenuta ormai oscura, non sa intenderne la ragione. Breve è l’oscurità che si distende dopo il tramonto della luna; fra non molto sorgerà l’alba e poi le fiamme del sole irromperanno sopra la terra. Ma lunghissima e perpetua è l’oscurità entro cui piomba la nostra vita mortale non appena scompare la giovinezza; oscurità di una notte illune che avvolge tutti gli anni  posteriori alla giovinezza perduta e al termine della quale non è che la tomba.

 

IL TRAMONTO DELLA LUNA

Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là ‘ve zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l’ombre lontane
Infra l’onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell’infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l’ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L’estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;

Tal si dilegua, e tale
Lascia l’età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l’ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s’appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l’umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.

Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S’anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D’intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
Maggiori sempre, e non più dato il bene.

Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all’occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall’altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l’alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza sparì, non si colora
D’altra luce giammai, nè d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l’altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.

Giacomo Leopardi

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2 commenti
  1. Carissimo Luciano, hai fatto un ‘ opera grandiosa: questa poesia di Leopardi, che è fra le più belle, è pochissimo frequentata, ed eccola finalmente in tutto il suo splendore. Non so se tu ne abbia contezza, ma è accaduto che il tuo commento, tu volendo o non volendo, è risultato conforme alla mia critica operazionale. Hai infatti esplicitato tutte le operazioni che vi compie la poesia. Al che si aggiunge la bellezza musicale del dettato, che anch’essa concorre ad attivare operazioni di poesia, ma non vogliamo esagerare. Ti siamo grati già per quello che hai fatto, che almeno per il sottoscritto è qualcosa di grandioso.

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