Tre poesie di Paolo Volponi, nota di Alfonso Berardinelli

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Paolo Volponi, Urbino, 6 febbraio 1924 – Ancona, 23 agosto 1994

Leggibile come fonte e anticipo della successiva produzione narrativa, la poesia di Paolo Volponi possiede una sua precisa autosufficienza. E’ legata ad una fase della cultura letteraria del dopoguerra, dal neorealismo ermetizzante (degli esordi) alla sperimentazione di “Officina”. Delinea una forma particolarmente corposa di rapporto elegiaco con un mondo municipale e contadino in estinzione. Parla un linguaggio di sgomento e sensualità, snodato in poemetti ariosi e ansiosi: un linguaggio antiletterario per impazienza anarchica. Lo sfondo è quello di Urbino e dell’Appennino marchigiano, un universo di figure nette, fra terra e cielo, ritrovato al di là di un’irriversibile frattura biografica e storica, che segna il passaggio dal microcosmo agricolo e campagnolo alle nuove forme di razionalità industriale. L’uomo di questa poesia cerca di ritrovare un suo luogo nella inquieta e variopinta famiglia terrestre di “ogni cosa che vive”. Misura i propri spazi di movimento, l’arco delle proprie percezioni, si interroga, soppesa dolorosamente la propria debolezza e la risolve nel lampo di una sensazione nuova. Col tempo i poemetti trovano il sostegno di spunti più saldamente narrativi, evocano perdute vite contadine, interni di paese, scorci di campagna.

Alfonso Berardinelli

 

D’autunno è con noi

D’autunno è con noi
ogni foglia e ghianda
ed è raggiunto il cielo.
Fra le avellane svolazza
la palomba ferita,
freme il sottobosco
agli scoppi
dei ricci di castagna.
Dolcissima è l’ultima uva
celata fra i pampini rossi,
sul fianco dei monti sale
il fumo delle carbonaie.
A sera
io provo il caldo smemorato
delle castagne,
del torbido vino,
il più nudo corpo
della mia donna.

 

La vergine

I sassi bianchi
sono le tue spalle
gli alberi la tua statura;
è la tua gola che batte
se una rosa si muove
non vista nel giardino.

Dì pure al vento
di perdere il tuo canto
nella voce dei fossi,
al rosmarino
di chiudere i sentieri.

L’innocente starna
si leva alta sul bosco
e m’indica il tuo cammino.

 

Ramarro

Nelle vastissime notti
io sento
U rumore dellessatura delle cose
gli alberi che battono sulle strade.
La terra tesa con spasimo
che potrehbe schiantarsi
come u ghiaccio di un lago.
lo debbo reagire
per non farmi sovrastare
dal rumore del mio corpo
per non farmi tendere
come la pche della terra.
Cerco di spezzare le corde
che stirane ogni cosa.

Paolo Volponi

 

paoloVolpo_54596698-300x200Paolo Volponi, narratore e poeta (Urbino 1924 – Ancona 1994). Laureato in giurisprudenza, affiancò a lungo il lavoro nell’industria privata (Olivetti, 1950 – 71) all’attività letteraria, sia lirica (Le porte dell’Appennino, 1960, Premio Viareggio) sia narrativa. All’esordio poetico con la raccolta di versi Il ramarro (1948) seguì quello narrativo con il romanzo Memoriale (1962, seguito da La macchina mondiale (1965; Premio Strega). Nel 1974 esce la raccolta di versi Foglia mortale.  Nel 1990 la raccolta “Nel silenzio campale”.

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