Gianni Iasimone, dieci poesie da “La Quintessenza” , 2018 – Arcipelago Itaca Edizioni, nota di Giorgio Linguaglossa

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Gianni Iasimone con questo nuovo libro costruisce un canzoniere di settanta componimenti, un canzoniere anti sinfonico incentrato sulla figura materna: non uno spazio iconico e simbolico ma uno spazio letterario anti simbolico, una scena mimetica ad alto potenziale realistico espressivo, riuscendo a liberarsi in tal modo dal rischio di cadute nel patetico e nel realismo ingenuo. Ometto per il pubblico del blog le poesie nel dialetto di Pietravairano, più legate alla terra natia e a quel linguaggio petroso, preferendo mostrare la sezione iniziale del libro dove si può annoverare lo spettro stilistico messo in campo dall’autore, che va dalla riproduzione mimetica del lessico sobrio e prosaico di tutti i giorni con impennate liriche di indubbia sagacia.

Giorgio Linguaglossa

 

La Quintessenza

1.

Tutto finì quel giorno o ebbe inizio quando
il nostro urlo primigenio incrociò il volo di una farfalla mentre tu chiedevi aiuto.

 

2.

Eccomi qua.
Da solo.
Di fronte al tempo del dolore puro. Gioia? Sì.
Pure sprazzi
di autentica felicità. No! Prego,
troppa luce no.

 

3.

Questo non è l’inizio di un nuovo anno.

È l’inizio di un altro anno. E ancora manca il respiro.
Col tempo tutto torna − dicevi.
E ora che facciamo?

Di quel messaggio restano
solo amare scie, polvere di spasimo, e più lontano − oltre il tramonto, frammenti di concrete stelle.

Cose della vita − fatte con le tue mani senza alcun tornaconto,
sempre dentro discese ardite faticose risalite.

Verso il cielo verso la terra. E poi un giorno più nulla.

 

4.

Una zattera, un tronco fradicio, una tavola da muratore alla deriva
nelle correnti del non far più niente.
Che venga la tua forza
a salvarmi dall’affondamento, dal comune destino.
Dall’eterno silenzio.

Intanto resisti,
carico della speranza. La riva è vicina.
Esiste, malgrado me,
malgrado questo mare.

Questa profonda assenza, vuota distanza.

 

5.

Oggi c’è il sole.
L’aria accarezza un passante. All’orizzonte manca solo il sorriso. A me il tuo.

 

6.

Lo so, sei dappertutto dove io sono.
Ma mi manchi come l’aria.
Fallo per me.
Apri quella finestra. Volerò con te.

 

7.

A cosa serve la tua improvvisa morte? Un brivido raggela le mie sorgenti,
le fonti interne che irrorano i sogni, il lavoro di un contadino andatosene
in cerca di nuove prospettive, di vanto.

Una rondinella torna sempre al suo nido − dicevi leggera come una penna di piombo.

Ma dal muro scrostato degli anni un’ebbrezza lancia ogni volta il tuo sorriso e rende ancora più incerto il mio cammino.

Come Ulisse che inciampa nelle colonne d’Ercole per il troppo desiderio del ritorno.
Ma non preoccuparti, si tratta solo di una debolezza passeggera.

Un lieve cedimento delle gambe, uno sbandamento dell’anima,
uno sconcerto della parola più amata, più crudele.

Madre.

 

Cronaca

Il paese era già triste
quella mattina dell’estate scorsa per la strage degli innocenti
di un giovane padre
che aveva perso il senno.
Un bravo ragazzo, così dicevano tutti,
il giornale locale, lo storico posteggiatore in paglietta sotto l’eucalipto spampanato,
albero esotico e frugale d’acqua succhiatore.
Sulla collina il fuoco avanzava minaccioso
a onde crepitanti nel vento già dal crepuscolo.
Nella stanza senza uscita dell’ospedale senza tempo né nome una kasba di voci stridenti
che negavano un minimo di rispetto
per chi attende fiduciosa il ritorno a casa, scorrendo tra i denti, stretti come una morsa, il rosario degli istanti.
Nei bagni neanche una goccia d’acqua per bagnare la fronte, le labbra spaccate dall’indifferenza,
dalla malacreanza.
Intanto gli infermieri cortesi offrivano biglietti da visita di pompe funebri celesti.
Trasporti nottetempo tra la vita e la morte.
Oracoli straccioni di sventura, iattura. In corsia i dottori, tranne qualcuno, sembrava fossero lì per caso,
scontrosi, infastiditi, essi stessi già morti. Mentre sorridevano e stringevano mani, a colleghi e conoscenti ossequienti.
E con l’occhio sbilenco sbirciavano l’orologio d’oro al polso,
in attesa di niente.

 

Ritardo

Di corsa fra campi di stoppie
e erbe rassegnate ad affrontare un nuovo giorno di fuoco
ho perso l’attimo prima della tua morte.
Della mia irrimediabile notte.

 

Corsa

Correre verso di te che chiedi aiuto e non sentire più nulla, nella testa,
neanche il battito del cuore che corre. Corre, corre come un animale perso nella sua foresta, nell’attimo in cui un cacciatore di frodo lo abbatte.
Nessun lamento nella luce del giorno, nessun fremito fra le foglie,
solo un silenzio sordo.
Più sordo e cupo di tutti i silenzi.

Gianni Iasimone

 

gianni-iasimone_raccontami-una-storiaGianni Iasimone, classe 1958, poeta, performer, attore, regista, fotografo, autore di video e testi teatrali, studioso di tradizioni popolari, è nato a Pietravairano, un piccolo centro dell’Alto Casertano. Laureato in DAMS con Giuliano Scabia all’Università di Bologna, ha conseguito un Master in Poesia Contemporanea presso l’Università di Urbino. Sue poesie e interventi sono apparsi su numerose riviste, in rete e in alcune antologie tra le quali: Bologna e i suoi poeti (a cura di G. Centi e C. Castelli, Bologna 1991). Ha pubblicato la raccolta di versi La memoria facile (con disegni di Carmelo Sciascia, Piacenza 1991), nel 2005 il “poema metà-fisico” Il mondo che credevo (Mobydick, finalista al Premio “Pascoli” 2006 e 2° classificato al Premio “Città di Marineo”) e nel 2012 la silloge Chiavi storte (Mobydick, opera selezionata e finalista in vari premi). Suo anche il saggio critico Conta nu cuntu! Il racconto orale come strumento creativo e comunicativo (Caramanica editore 2002).

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2 commenti
  1. Non vi sono certo fiori di retorica, ma solo uno scorrere umile di parole comuni, ma vi son pure tecnemi non meno efficaci di quelle presenti in un gran parlare, tecnemi tutti di specie orazionale, che attivano preziose operazioni di poesia.

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