“Il peso della neve” di Rosa Riggio, letto da Marco Onofrio

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Ne Il peso della neve (Milano, La Vita Felice, 2016, pp. 80, Euro 10) Rosa Riggio affronta il tema universale della perdita, irradiandone le potenzialità di sviluppo e scavo a partire dall’evento personale della morte del padre. La tragedia umana di questa morte viene sublimata in forma di elaborazione poetica del lutto, attraverso l’itinerario ondivago di un libro in cui le strutture compositive e ritmiche assumono la cadenza “epica” di un rituale di sepoltura simbolica e consentono alla scrittura di incunearsi negli interstizi silenziosi della vita, tra i più sottili e irraggiungibili che la profondità consenta di sondare. La morte diventa un fulcro magnetico, un modulo di attraversamento dei livelli di realtà: l’asse attorno a cui l’autrice assomma e compone i suoi sguardi, i suoi ricordi, le sue letture del mondo e delle esperienze. Attorno a tale nucleo energetico si producono i diversi “affondo” alla materia, che viene continuamente ripresa e oltrepassata – veicolando spazi trasversali di digressione – con la forza di un pensiero teso all’appropriazione quasi carnale del mistero, e capace di far affiorare la totalità delle cose in cerchi progressivi e sempre più vasti. Il ritmo circolare si dimostra funzionale all’enormità del “dicibile”, e forse è una delle strade più efficaci per il colloquio con il vuoto che Rosa Riggio si propone di affrontare in questo libro. La morte del padre la costringe a una focalizzazione centrale del sé: lo spazio del mondo, divenuto ancora più vuoto, apre una necessità di approfondimento archeologico, e direi filologico, dell’anima. La scrittura-scandaglio presta la sua voce alla “semiotica” dell’interiorità: «Cerco i segni», dichiara la poetessa a un certo punto. I segni del tempo, anzitutto, che «lascia i lividi ovunque si posa / e qui sono dappertutto». Ma quello che in realtà si cerca è qualcosa che «si disfa nel fiato»: è il nulla inconsistente di cui è riempito il tutto, e che è avvertibile, forse, solo in “negativo”, proprio nella rinuncia a dirlo, o nella sua impossibilità:

mentre non so quale immagine
e come si capovolge il tempo
e se il buio si manifesta
o dove
o cosa
e se.

Questo “dire che non si dice” della cosa in cui siamo tutti misteriosamente immersi è il tentativo disperato di far emergere la verità assoluta della vita, nella sua sanguigna e irredimibile pienezza, dall’interfaccia stesso della morte, nominata per intelligenza tautologica come «involucro vuoto / che si svuota di niente» per cui la composizione in “evento” della sua onnipresente possibilità è «uno stato latente / un potente accadere di niente». Ma la morte è anche persistenza del vuoto, è spettro diacronico e durativo di un essere che “non è più”: è percepire e continuare a percepire la presente assenza dei defunti, la voce del loro silenzio che non smette di tacere… ed è come il silenzio dei cirri in cielo: appartiene ormai all’ordine eterno – e al divenire interno – della vita. La morte è il vuoto che non contiene (se non sé stesso) e non è contenuto (se non da sé stesso). Essa sfiora impercettibile le cose, come un refolo di vento. Si aggira nella stanza, «non sa dove andare», cammina in punta di piedi, è «delicata»: «quasi non c’è», perché appunto c’è sempre. La morte è ancora peggio del vuoto, poiché «non è vuoto ciò che non è». È la malattia mortale della vita: come quella di cui per accidente un dì si muore, «bestia nascosta / nel midollo» di chi si ammala, e nel midollo stesso delle cose. «La morte non dà confidenza e non dà appello» osserva Rosa Riggio.

Il tempo cristallizzato – altro grande tema del libro – si allontana da chi lo guarda o pensa, allontanandosi a sua volta. È un divario che si allarga sempre più, rendendo pian piano gli orizzonti che scorrono inconciliabili, irrecuperabili. L’esistenza è «un cadere fermo del tempo»: tutto si trasforma ininterrottamente, «tutto frana nel ventre del cielo».

È un tempo di vetro
quello che si allontana
lo vedo cadere
come una noce
in un cesto vuoto.

E i ricordi che tentano di ricucire le distanze sono «infedeli»: così – dice la poetessa al padre morto – «ritorni in bianco e nero e non ti riconosco», e il dissolversi del ricordo del padre è «complice» del suo stesso «sparire» di persona che evolve, muore a se stessa e accorcia – giorno dopo giorno – la distanza dall’ultimo respiro. Il volto del padre «scompare in scaglie di vento» anche se lei tenta disperatamente di custodirlo «dentro le ciglia / che chiudo piano per tenerti». Le cose si perdono, rovinano, svaniscono. «Morire» – tradotto in termini di maggiore pregnanza esistenziale – «è questo fermarsi dei capelli» che non crescono più: è dunque il trauma definitivo che segna l’invalicabile discontinuità: «Dopo, solo brace di giorni», almeno per chi resta a ricordare. E avvertire l’assenza come inadeguatezza al dramma universale dell’esistenza, sotto forma di nudità («Sto come un ramo senza foglie») e mutilazione («Un’ala sola è poca cosa»). «Quanto impreciso divenire / e provvisoria imperfezione» trafiggono al cuore la nostra esistenza! Ci affatichiamo invano, tra affanni e indicibili amarezze, per poi raggiungere l’ultima ingrata destinazione, la «terra / senza impronte» dove ognuno passa ed entra nel buio dell’oblio. Anche per questo le tombe si fanno di marmo, e vi si incide il nome. La realtà vera, al di sotto delle mille storie che ci raccontiamo pur di sopportare l’esistenza, è che l’«uomo radice / (…) sta nella terra, confitto»: è quello, il nostro ineluttabile destino. Che cosa resta, dunque, dell’impercettibile passaggio? Noi siamo altrove: «non c’è traccia di noi, né segno umano / nelle foglie che volano lontano». Le parole esplorano la distanza incolmabile tra l’uomo, che osa “disturbare l’universo”, ribellandosi alla sua disperante condizione di finitudine, e le cose, catafratte nella loro necessità ordinatrice («Un quadrato è senz’altro un quadrato / (…) così una curva è una curva / (…) È geometrico il mondo / la certezza è euclidea»), per cui «la verità sta dove dev’essere». Eppure, malgrado tutto, qualcosa è possibile che resti:

La voce
è buia, profonda
qui, nell’orecchio sinistro.
Se mi chiami
è per dirmi come si sta
senza corpo forse
per dirmi che non si muore
davvero se resta una voce.

La memoria acustica della voce paterna si presta, per canali imperscrutabili, ad una continua riproposizione del suo “mito”; ma a quel punto è già andata in scena (sull’ideale ribalta del testo) la visita angelica, ovvero l’impossibile ritorno del suo corpo defunto:

sei tornato senza più piedi né braccia
hai fatto il giro della stanza
poi ti sei fermato e non hai detto nulla.
Noi vigili, spietati custodi, abbiamo atteso inutilmente
un’ultima volta.

Il mito del padre trova chiaramente la sua consacrazione nell’eterna scaturigine della morte, come arrivo del tremendo che si apre, come attimo di rivelazione, appuntamento con l’ultima immagine e larvata consolazione del compimento («Il cerchio si è chiuso»), ma anche dolore lacerante di una ferita insanabile e inconsolabile. Il mito è il fatto accaduto per sempre, a cui la memoria torna continuamente per appropriarsene, o almeno esaurirne – invano – la dirompente carica simbolica. Il mito si trasforma nel rito, con la sua necessità di eterna ripetizione:

Lasciatemi qui, non è ancora notte
ma sta accadendo adesso.

Il divenire “in fieri” diventa il “factum est”: il presente oltrepassato che è già ricordo, il fatto chiuso e concluso per sempre che neppure Dio potrebbe più modificare:

E così è accaduto.

Ma il mito del padre è anche il ritratto virile e fermo che ne emerge in retrospettiva («ora racconto / di quando eri uomo»):

Sapeva di ruggine e miele.
Non aveva tempo per morire, ma parole
come noci nel paniere
nomi antichi da raccogliere.

(…)

La tua pazienza ruvida.
I tuoi no.

(…)

Restavi in silenzio
i polpastrelli segnati da troppi ricordi.

(…)

volevi che le parole si facessero
storia, riscatto.

Sono fotogrammi di vita che scorrono – raggrumandosi in silenzio – sullo schermo vuoto dell’assenza. La figlia racconta di quando nella piazza deserta il padre la guardava «baciare / per la prima volta / non ricordo il suo nome / ma ricordo la tua remissione / e il nero degli occhi». E di quando «mi dicevi delle pietre / delle fabbriche / del fumo della tua giovinezza. (…) girare i bulloni / senza pensare»; della fatica di fare l’operaio a Genova, avvitando viti con «le spalle rivolte al mare»; e di quella volta che tornò dal lavoro ustionato, la pelle coperta di bolle, e la vita le apparve improvvisa nella sua verità. Si dipinge l’epica quotidiana di un uomo comune, di quelli che però – con il loro oscuro sacrificio – fanno la storia del mondo (la storia “positiva”, non insanguinata dalle guerre) molto più dei ricchi e dei potenti che decidono la sorte dei popoli, spesso senza averne conseguenze. Il colore di questo sacrificio è il bianco, il «bianco funesto infedele e atroce»: il bianco del silenzio e dell’oblio, il colore pesante della neve dove affondano e scompaiono i nostri passi. Qual è il peso della neve, cioè della storia che tutto cancella, che i piedi dell’uomo devono vincere per lasciare una traccia? Quale forza esercitare per incidere quel bianco? Sull’esperienza umana di quest’uomo si deposita la legge che veicola il racconto delle vicende terrene alla loro definitiva, immodificabile conclusione. La morte del padre libera la possibilità di manifestare il senso dell’esistenza – di lui, della figlia che ne scrive, degli uomini in generale. Sono tante e forse infinite le storie da conservare, da tenere vive. L’assenza fisica della persona consente la ricomposizione della sua presenza spirituale in forma di parola. Il testo diventa vicario del corpo perduto. «Ora racconto ogni cosa. / Ora posso parlarti». La parola raccoglie il mondo oltre lo spazio della scrittura; la scrittura a sua volta non può che raccontare dove finisce lo spazio della parola, dove finisce la voce. Le parole che il libro raccoglie sono soltanto i “negativi” delle foto che nessuno può vedere, e nemmeno può riuscire a sviluppare: spiccioli dell’assoluto o – ancor meno – il loro silenzioso tintinnio. L’essere (e sia pure l’essere del non essere) ha la forza schiacciante di un mistero che non si può esprimere, come il discorso che sussurra senza voce e senza fine: è «questo impossibile dire, questo mancare». Rosa Riggio ha vivissima sensibilità per la natura traumatica dell’esistenza: cerca inquietamente di ricordare «da quale frattura siamo emersi»; e poi, in senso nostalgico – forse regressivo –, «quale suono ci faceva gemelli / e liberi». La condizione dell’uomo davanti al “muro della terra” è di non sapere «quanto pesa una stella dentro un fiore. / Non saperlo e rimanere» malgrado tutto. Trovarsi gettati nell’assurdo di un “manicomio” da cui è impossibile e inutile evadere («Quando viene la sera / è un campomatto, / nessuno che si ribelli. // Nessuno che tace.»), e tuttavia legati alla luce da una profonda identità cosmica, la radice spirituale che ci fa coincidere col mondo:

Non so nulla di me
caduta fuori dal ventre
di un quanto che lega il mio fiato
alla luce. Me cosmo (…).

Se è vero che “non si appartiene a ciò che si ha, ma a ciò di cui si sente la mancanza” (E. M. Reyes), la morte del padre è l’evento che permette alla voce poetica uno stato di straordinaria e inaudita autenticità. Anche dal punto di vista conoscitivo: la percezione diventa radiografica, visionaria, corpuscolare. Rosa Riggio parla di atomi, di piccoli universi, di onde invisibili. Sotto forma di sciame energetico, ad esempio, sembra descrivere il fenomeno del trapasso:

Ho visto miliardi di molecole
illuminarsi e fuggire.

E allo stesso modo parla di «corpo cometa», e di «ombra / che adesso è molecola». Lo spazio le si apre a una visione metafisica e “continua”, infinita, attraverso cui esplora il «profilo del mondo»:

(…). Non c’è confine
ogni passo è un precipizio interminabile.

E allora «il vedere è un salto / nel vuoto» da cui però non ci si può esimere, perché «non farlo è morire»: ecco appunto la necessaria, inevitabile «vertigine di vivere». Ma questo è il prezzo minimo per raggiungere, sprofondate tutte le superfici impedienti, l’«eco dello stupore», la dimensione cioè dove vita e morte coincidono, strettamente avvitate, e la figlia tiene in braccio il padre malato che un giorno la tenne in braccio bambina, «poche ossa fragili dentro un fragile niente», e il padre stesso è «come un bimbo / che sogna».

Rosa Riggio cerca, scrivendo, la conquista imperitura del tempo attraverso «la parola che non si cancella / la parola senza resa / perché senza inventario / parola non ancora creata / neonata / sulla tua bocca semichiusa». La parola scritta non è “cometa” evanescente che cade alle spalle per frantumarsi e sparire, ma conquista ferma e “provvisoriamente definitiva”. Questa de Il peso della neve è, in particolare, una scrittura poetica che sembra emergere da uno stato di lunga macerazione nel silenzio: quelle cose sono così necessarie e urgenti da potersi dire solo con quelle parole; da qui la pregnanza espressiva dei correlativi oggettivi (ad esempio «la sera / è una distesa di sassi dietro la porta», o «la notte è una camera vuota») che irrobustiscono ulteriormente l’ordito delle composizioni. La scrittura fornisce dunque il varco salvifico per una “terra” dove salvare e custodire le cose, una terra che è il regno stesso della poesia, oltre i limiti e i precetti dell’identità:

Ricompongo ogni istante
qui
dove la terra non trema
la notte non scende
e la città si frantuma.
L’io è senza nome
e miete distanze.

Lo spazio orfico della ri-composizione poetica è un «dove straniero» che fa riunire cose anime e parole al di là dei cardini del tempo, offrendo la possibilità di capovolgerlo, cioè di «tenere insieme / quello che non era più / con quello che non era mai stato». La ricerca insistita del confine («Non so dove finisce / la neve, il corpo, l’odore / perché lo spazio inganna») è il viatico per l’oltranza metafisica del poeta. Gli innumerevoli dettagli della “realtà” sono vettori che lo portano altrove: solo così può dimorare nella metamorfosi perenne del divenire che egli trafigge con lo sguardo, dove scintilla un “per sempre” che è anche «addio» e «ritorno» nel palpito dell’unico respiro. La morte del padre è la perdita dell’origine che spinge, per contraccolpo, all’Origine profonda delle cose e di se stessi. Oltre «quell’ultimo sguardo / senza contorni» si apre lo sconfinato scenario della luce dove la fine coincide con l’inizio, il sogno con la realtà, la poesia con l’esistenza. E da lì tutto comincia ogni volta daccapo.

Marco Onofrio

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