Cristina Polli, poesie inedite. Nota critica di Marco Onofrio

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ALI

Se graffiato da raffiche di vento
l’abisso si prova ad asserzioni
riprese ripetute
risucchiate in circonvoluzioni,
con ali di rondine lievi – leste
in virata – voglio
sorvolarlo
per rapirti
tratteggiando
l’aria di richiami
e immaginarti sguardi assorti.

 

COME FOGLIE CADUCHE

Come foglie caduche
gli uccelli sui rami
nere solitudini
approssimate
da chinarsi di becchi,
da mutevole cielo.

 

INESSENZIALE

Accosta la sedia al muro
sarà l’impianto del pensiero
a sorreggere il dolore.
Siedi senza interrogare
aruspici di linee,
resta nell’inessenziale,
nell’essenza del dono.
E il buio ti trova
nell’abbraccio sognato.

 

INFINITO MANCATO

Riaffiora il tremolio delle fronde
da un grigio di nulla
travasi d’oblio
d’infinito mancato in un oltre
di fibre velate in chiaroscuro
riverberi tra nuvole e pioggia.
Torna il nome di quello che vedo
il margine che trattiene.

 

SISIFO

Noi, Sisifo assorto in trasporti di pietre
meditiamo
dolore
e ritardiamo l’incontro.
Spostiamo macerie
che franano sull’io
sulle membra consunte,
sull’anima dissolta. Assorta
fatica s’attiene
al rovinare del tempo,
al diroccare del senso.
Noi, Sisifo assorto
meditiamo
dolore
stanchezza che plasma il senso
surrogato di pensiero
barricata all’incontro.

 

VORREI NEBBIA

Vorrei nebbia
nebbia che dipana
un echeggiare di sirene
sgomente d’accaduto
nebbia d’abbandono
– la nave –
– il porto –
un mare nel ricordo
e un Jean Gabin che volge al disincanto
la piega dolceamara del ritorno.

 

UNA FORMA DIVERSA DI POESIA

Una forma diversa di poesia
arriva con lo sguardo e la mano
il passo svelto e la voce
l’attenzione costante
il pensiero dedito
il tempo dedicato
a credere nei bambini che siedono
scomposti nei banchi
che abbiano un giorno
parole di cuore e di coraggio
e un mondo in cui viverle.

 

RISOLUZIONE DEL DOLORE

Vorrei che mi avvolgessero suoni in erremme
cantati in un immemore fluire
che ci riconosce nei vuoti impercettibili
nel buio tra gli archetipi.

 

COME SALE SULLE PIAGHE

A ciò ch’è trattenuto fra le ciglia
nessuna conoscenza si compara
nessun sapere è posseduto meglio
della corrente che travolge le vene.

Dalle pieghe intime all’aria che
respiro alla tua bocca,
niente so con maggior sicurezza
del pugnale che trapassa la carne.

E se la carne non mi appartiene
mi attraversa la lacerazione
lo scontro affilato di parole
versate come sale sulle piaghe.

Cristina Polli

La scrittura poetica di Cristina Polli circoscrive il bordo del limite per tentare un esorcismo liberatorio dell’abisso. La sua innata pulsione introspettiva converge dunque nella presa in carico dell’alterità; e così, per questa via, giunge al confronto con l’infinito, dal cuore del suo «immemore fluire». È il graffio nel vuoto: l’attraversamento delle energie cosmiche e delle meccaniche celesti («riprese», «circonvoluzioni», «richiami») dove, nell’asserzione cronotopica dell’esistenza (una specie di continuo e ininterrotto grande sì), viene mimata la dinamica di appropriazione dello spazio degli uccelli, le rondini ad esempio, in uno sforzo di assimilazione oltreumana alla prospettiva con cui essi, in quanto creature naturali e libere, guardano il mondo. Tra natura e cultura c’è il salto che divide realtà e immaginazione, con tutti i gradi intermedi di mescolanza tra piani paralleli e contrapposti. La solitudine «nera» degli uccelli è solo approssimabile, benché la scrittura poetica sia orchestrazione di metamorfosi e tracciato evolutivo dell’esistenza: il cielo, infatti, è quanto di più «mutevole». Alla realtà chimerica del non afferrabile si contrappone il territorio umano dell’immaginazione: «l’impianto del pensiero» sostiene le strutture del mondo che la coscienza riproduce dentro noi, in una sorta di doppio parallelo. Se il poeta è, rilkianamente, l’“ape dell’invisibile”, la sua parola si nutre alle fonti del sogno, e dunque l’essenza del suo dono dimora nell’inessenziale. Per questo la poesia ha bisogno di astrarsi dai calcoli del “necessario”, attraversando indenne l’impaccio della pratica, coi suoi conti di immediata utilità. Il processo eidetico della poesia di Cristina Polli apre la parola alle testure palpitanti della realtà entro cui siamo immersi, tradotta per intima astrazione. Ecco emergere la filigrana delle forme, il tracciato delle linee, lo schermo vettoriale delle forze. Uno specimen:

D’infinito mancato in un oltre
di fibre velate in chiaroscuro
riverberi tra nuvole e pioggia.

E ancora:

Riaffiora il tremolio delle fronde
da un grigio di nulla
travasi d’oblio.

Il «grigio di nulla» rappresenta il grado zero, atopico, di questa stra-ordinaria dimensione: corrisponde al suono del pensiero, cioè allo spazio invisibile del vuoto senza centro, fuori e dentro noi. La condizione creativa, articolata su certe basi, tende ad uno stato di rêverie sognante e al contempo reale, vigile, traslucida, quasi medianica, foriera di messaggi nei dettagli e protesa alla coscienza superiore. Nulla sfugge allo sguardo magnetizzato, che esplora anche i «vuoti impercettibili» e raggiunge il fondo immemoriale: neppure gli anditi più nascosti, le «pieghe intime dell’aria», le sensazioni infinitesime e sfuggenti. La scomposizione pulviscolare della realtà cosmica (ma anche interiore) conduce alla percezione dell’esistenza come ininterrotta “epifania”. La verità si deposita in «ciò ch’è trattenuto fra le ciglia». Procede dall’infinito del possibile, e quindi sgorga dal non essere, da ciò che non è ancora o non è più: soprattutto dalle occasioni non consumate, dalla soglia del divenire attraverso il «margine che trattiene» e la «piega dolceamara del ritorno». È questo rovescio in negativo dell’esistente, esistibile o esistito, che Cristina Polli draga «nel buio tra gli archetipi» portandone alla luce le rivelazioni, più o meno “semplici”, con la stessa fatica inane e la stessa preziosa simbologia del Sisifo che è ognuno di noi, tra stanchezza, pensiero, dolore, macerie da spostare continuamente, nell’ora che il tempo rovina e il senso inesorabile consuma. Dalla lacerazione delle maschere procede la ricomposizione dei frammenti: la poesia allora è uno specchio dove mettere a fuoco il volto autentico della vita, è «barricata all’incontro» e ultimo baluardo di resistenza: dona la sintesi lenitiva della metafora ma non cerca l’illusione consolatoria, bensì «lo scontro affilato di parole / versate come sale sulle piaghe». Cristina Polli trova la cura nello scavo del «pugnale che trapassa la carne»: senza sconti o vie preferenziali, con il coraggio della sincerità. Da ultimo, a ben vedere, è proprio questa ruvida dolcezza – sospesa tra reticenza e dichiarazione – la cifra peculiare della sua poesia.

Marco Onofrio

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