I CRITICI secondo Leonardo Sinisgalli

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Ripropongo questa “Prosa poetica” da “L’Età della luna” di Leonardo Sinisgalli per me assolutamente importante e veritiera.

*

I critici chiedono alla poesia concetti e sistemi.
Leggo alcune analisi, m’informo di tutte le operazioni chirurgiche,
alcune assai delicate ch’essi conducono con la benda davanti
alla bocca per arrivare al midollo spinale del povero poeta smidollato.
Gli attribuiscono capacità nervose, capacità intellettuali, capacità dialettiche.
Cercano la logica nei poeti. E pensare che la filosofia dei poeti
è una così povera cosa al confronto della loro poesia!
La loro scienza non giova alla poesia quanto giova la loro innocenza.
Il mio sforzo per scrivere versi è stato appunto il disprezzo della mia saggezza.
Sono cresciuto negli anni senza guadagnare nessuna certezza che potesse
servire da struttura alla mia poesia. Credo di non sapere ancora quale sia
precisamente il mestiere del poeta. Non conosco una sola regola
valida in ogni caso. I risultati buoni o cattivi non saranno mai prevedibili.
Non ho mai chiesto alla poesia di aiutarmi a risolvere i problemi.
La poesia, l’ispirazione, non ho avuto la possibilità e la pazienza
di conformare il mio disordine ai loro capricci. Ho aspettato a ore fisse.
Il poeta non predispone ma raccoglie. Le sue predilezioni possono
sembrare sconcertanti, egli fabbrica le gerarchie sul momento.
Non cerca la lepre, ma cerca l’unità. I versi hanno una concatenazione
che non si rivela in superficie. Convergono verso un punto che le
stratificazioni possono nascondere a qualunque scandaglio, un cuore introvabile.
Spesso il critico è quel piccolo animale che strisciando sulla sfera
non saprà mai giungere al centro perchè non ne conosce la formula, la forma.

18 commenti
  1. I critici spesso si atteggiano a gendarmi, con un atteggiamento calcolatore quasi volessero ridurre tutto a numero o lettera senza cogliere l’humus dell’ars poetica, perché pretendere di trivellare in profondità ciò che è sentimento e non produzione in serie, rischia di non venire in contatto con quelle segrete corrispondenze tra natura, scrittura e percezioni, il vero alfabeto che il linguaggio della poesia adopera per decifrare l’aspetto criptico e più recondito del mondo.

  2. Così vicino e così lontano dallo spontaneismo creativo , Sinisgalli assimila la poesia – l’ispirazione- a una sorta di inflorescenza naturale da “aspettare a ore fisse” , e chiosa che il poeta “non predispone ma raccoglie”. In questi suoi atteggiamenti c’è tutto un progetto di scrittura ( e di vita ) a cui sarebbe bello potersi conformare , segnatamente per le magiche “ore fisse”.
    leopoldo attolico –

  3. Il poeta se è veramente tale sa attendere, sa il momento, e quel momento lo scuote, gli impone di nascondere la testa, di non pensare, di non guardare, gli impone di far scorrere la penna sul foglio bianco o le dita su una tastiera, gli dà la giusta movenza del capo, solitamente chino, perchè s’inchina alla poesia, e la poesia è lì, fluida e vitale, bella perchè non ricercata, non voluta. Guai al poeta che apre testi altrui per farsi ispirare; è un poeta vacuo, uno zero, un nulla. Guai al poeta che apre i testi e dice: ora devo scrivere. La poesia resta magia, resta nuvola. E’ liberazione della bellezza avvertita dentro che ha bisogno solo d’essere riportata. E guai, guai al critico che si degna di darle concetto e sistema. Poveri loro! Non capiranno mai ciò che il poeta vive in quei momenti. Mai saranno capaci di trascinare alcun pianto o alcun sorriso nell’alveo del loro occhio secco. Resteranno perennemente ragni, con la voglia (ma senza risultato) di voler intrappolare la mosca. La mosca è figlia della lavagna esistenziale. Loro sono esiziali, secchi, inutili bracciali.

  4. “Guai al poeta che apre testi altrui per farsi ispirare; è un poeta vacuo, uno zero, un nulla.”
    Almeno aprisse i libri di Leopardi, di Rilke, di Kavafis! Almeno imparerebbe qualcosa, a patto di lasciarsene nutrire e poi scrivere secondo la propria personale ispirazione.. Ma proprio il mio libro doveva aprire “quella”!
    Giorgina

    • Vorrei chiarire questo mio passaggio, cara Giorgina. Intendevo dire, guai a quel poeta che si mette a tavolino e non essendo ispirato cerca tra i versi degli altri l’ispirazione. Leggere e nutrirsi di poesia è fondamentale. Parlavo del momento magico in cui si scrive. La poesia non va cercata, se c’è è lei che viene da te e…

  5. L’avevo capito bene caro Luciano. Non ci si può mettere allo scrittoio e imporsi di comporre una poesia pur non avendone ispirazione, scrivendo per obbligo come si fanno gli esercizi di matematica (che odiavo) o le scale al pianoforte per acquisire agilità nelle dita. Questa non è ispirazione, quindi arte, ma solo compito scolastico e puro esercizio preparatorio.
    A me piace pensare che in un momento inaspettato si accenda nell’animo una scintilla, da cui nasce una fiamma che arde e obbliga la mente a elaborare un’idea, da cui la mano è guidata per tracciare righe nere sulla pagina bianca.
    Se non si accende quella scintilla, la poesia non nasce.
    E’ necessario, però, leggere molto per approfondire la propria cultura, soprattutto i classici da cui si può apprendere molto.
    Questo volevo dire, proprio perché avevo capito.
    Giorgina

  6. Processioni interessanti. Rammento in età romana le fatidiche “donne prezzolate” (prefiche) con le loro neniae durante un funerale solenne. Così sono i critici…ma con una differenza: se li paghi ti sorridono. Ahinoi!

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