Sei poesie di Leopoldo Attolico

attolico

A OSVALDA DOPO TANTO TEMPO

Quando dalla tua gengiva campagnola
parte un fonema che non mi raggiunge più
e una segreta pena mi riporta al retrogusto di gioventù ,
di rondine svolata sorridente
per ammicco di nuvole e ginestre scapricciate
che non ritrovo più , allora Osvalda -credi- mi fai vedere
le stelle
nell’accezione becera e pedestre
che solo i calci negli stinchi sanno dare:
mi metti a terra, inerme; ed il tappeto verde
-la tua tendresse così lo fa sembrare
di volta in volta può essere angolo acuto,
glamour di catrame, il lascito di un cane,
l’olio dell’Avvocato, comunque e sempre un dito alzato
a ribadire in gloria: – Ma guarda dove dovevo capitare,
ma porcaccia miseria! Tu allora, ilare e un po’ tirannosaura
scosciando formidabile ti butti e mi avviluppi
come un quadro di Klimt, m’investi col tuo morbido
e in area di rigore, dove la saliva si blocca
mi sussurri anabasica: -Cos’è successo , dimmelo…

Poi accade all’improvviso come quando al telefono del sogno
s’interrompe la linea: io non ti vedo e ti vedo due volte
dubito dell’oculista, guizzo per la tangente sull’onda
di un juke box, riscopro le caldane che ti mettevano in fuga
e per strizza (*) fottuta faccio il Sisifo formato ragioniere
partendo in simultanea su due partite doppie parallele:
tu, l’altra, il desiderio, la fuga, le ciambelle col buco,
i cipressi che a Bolgheri, tutto un diorama di saldi retroattivi
in pessimo connubio con le tue gambe non più disarcionabili,
non più interlocutori, ma immensi perentori bradisismi
sull’orlo di un imbuto

Si va così, con calma forsennata
come due esploratori orfani della bussola:
si perde il baricentro, il punto di riferimento
il centro dell’epicentro, tutto si disfa hainoi
ma -all’opposto- tutto può ancora diventare centro!
E infatti di lì a poco, da chissà quale altrove
un tuo dispaccio breve mi fionda in Paradiso:
-Guarda laggiù Leopò, con tutto quel sole
la pagina di un libro mossa dal vento!
Perché non ci scrivi su qualcosa?

(*) “Paura”, in romanesco –

 

LETTURE PUBBLICHE E MISERIE UMANE

A non pochi poeti ormai
di decodificabile è rimasto il battimani
l’applauso ai colleghi
opportunamente rivisitato in chiave sgratificante.
All’uopo hanno provveduto ad eliminare
il clap clap originario, ferma restando
la normale dinamica dell’applauso:
in pratica le quattro dita della mano destra
(il pollice non applaude)
si allontanano dal palmo della sinistra
e vi si ricongiungono
senza produrre rumore alcuno.
Da qui le ipotesi dubitose ed inquietanti
che costringono i fautori dell’applauso convenzionale
a discutere e ad interrogarsi:
la sistematica rimozione
di questa forma esteriore di consenso
porterà i suoi interpreti, per compensazione
ad applaudirsi fragorosamente in prima persona
dopo aver letto i propri versi?
La pratica dell’applauso col silenziatore
perpetuandosi
produrrà un ego ancora in grado
di scrivere poesie applaudibili?
Questa diffusa proposizione
del virtuale in opzione autistica
genererà in futuro solo atmosfere da deserto dei sensi?
E la Poesia povera anima
si riconoscerà ancora nei suoi poeti
che le hanno tolto il saluto?

(Per ulteriori approfondimenti rivolgersi ad Alberoni
lui è incontaminato
lui non scrive versi)

 

ANCHORMAN TV

Il bello è che il persuasore occulto
riesce a persuadere tutti
ma senza sbilanciarsi
senza far capire da che parte sta.
La sua specialità è il disimpegno impegnato
dell’arbitro Lo Bello quando scende all’Olimpico:
tra botte e cerchio
il fischietto funziona da bacchetta magica
e mette tutti d’accordo.
Lui (l’anchor) punta sull’acrilico di certi chiaroscuri
che non alzano paglia
ma che hanno i toni dei seminari
sulla fisiologia delle emozioni
e quindi fanno breccia senza sbrecciar nessuno,
con grande levità

Accade perfino che si manifesti
-tra ectoplasmi e monadi, fantasmi e simulacri
anche una ipotesi di intrattenimento
tra persone intelligenti,
il che significa massimo comun denominatore
per irretire gli astanti , gli indici di ascolto,
i pollici, i medi
e via via tutte le articolazioni , su fino alle meningi.
Magari si parla di gas e luce ai baraccati
ma anche e soprattutto dei problemi del pallone
con annessi e connessi irrinunciabili;
e qui mia nonna decolla dai suoi anni
atterrando giuliva in braccio all’anchorman:
-In gamba ‘sto grigione!
E’ vestito da gas, non ci son dubbi
controllerà contatori e tributi
ma gli piace anche il pallone e si vede!

 

GLI ORRENDI ANNI ’70
(Antagonisti mancati)

Alla mia generazione è sempre mancata
l’ambizione di colpire,
o meglio di colpire e sparire
come conviene ai guastatori;
il genio della guerriglia
di cui era maestro Garibaldi

La mia generazione è sempre stata interessata
a battersi le mani e a questuare voti
in una realtà banale e dispersiva
di apparizioni, di umori salottieri
di saldi di fine stagione fra dame e cicisbei

Gli sono mancate le palle

quelle che fanno voltare le spalle
al disvalore delle vane parole,
non solo per disaffezione
ma per amore
soltanto per amore

 

ANTELUCANA

L’ironia nelle risate dei gabbiani sul Lungotevere
raggiunge il poeta rampante
in attesa sotto casa del critico famoso
che porta a spasso il cane
alle cinque di mattina

Alle cinque di mattina
è facile assegnare all’intraprendenza
un decoro , una plusvalenza
ma il solfeggio di gabbiani impertinenti
può rovinare la festa

 

STORNI SU PIAZZA DEI CINQUECENTO

Anche stasera , a migliaia
fanno delle loro evoluzioni
un palinsesto surrealista, dadaista, futurista.
Sono, in fondo, la poesia
la sua anarchia che fa quello che vuole,
che non è mai quella che avevamo pensato un attimo fa

Nell’indisciplina dell’armonia
che coniuga il probabile al possibile
s’inciela la prossima poesia?

 

Leopoldo Attolico vive ed opera a Roma, ove è nato il 5 Marzo 1946.
Ha pubblicato, a partire dal 1987, sei titoli di poesia, quattro plaquettes in edizioni d’arte e un e book presso larecherche.it, Piccola preistoria, 1964-1967. Ha collaborato e collabora alle principali riviste letterarie, occupandosi prevalentemente di poesia performativa e del rapporto tra oralità e scrittura.
In ordine alla temperie presente in larga parte del suo lavoro, Vito Riviello annotava a corredo di Siamo alle solite, Fermenti, 2001: “La poesia italiana ha cambiato, da almeno vent’anni, l’asse portante della sua “linea”. Da uno, tanto celebrato, di tipo “elegiaco”o “lirico”presuntuosamente estensivo della istituzionalità stessa della poesia, a un asse, invece, di tipo “ironico” che non ha pretese assolutiste, ma necessità “organica” di diversificare i vari momenti del lavoro poetico”.
leopoldo@attolico.it
http://www.attolico.it

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16 commenti
  1. A me sembra che le poesie di Leopoldo Attolico abbiano tutte le qualità che in genere hanno le poesie dialettali, ma in lingua perfetta. Pungenti, dirette, intelligenti ma con leggerezza, in senso affettuoso (o felliniano) anche un po’ clownesche. Per ribellismo discorsive, ma non piattamente prosatiche. Complimenti.

    • Credo che tu abbia perfettamente ragione. Ho appena letto “Storni su piazza dei cinquecento” e mi pare che da sola potrebbe valere come manifesto poetico delle poesie precedenti.
      Che dire, mi piace l’idea che il terricolo meravigliare di fronte alle ironiche dialettiche di questa vita possa essere sufficiente e sovrabbondante a riempire di schiettezza le proprie pagine. Ovviamente intravedo anche una perizia tecnica senza la quale tutto questo resterebbe solo astratto.

      • Grazie a quanti sono passati di qui .
        A tutti un bell’abbraccione !

        leopoldo attolico –

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