“IO. Poema totale della dissolvenza” di Dante Maffìa, letto da Marco Onofrio

iopoemadissolvenza_bigNel suo gigantesco, torrenziale e vertiginoso Poema – pubblicato a Roma per i tipi di EdiLet (2013, pp. 712, Euro 35) in veste di summa-capolavoro con intenzioni testamentarie, neanche tanto velate, di messaggio “ultimo”, per condensazione totalizzante di una vita e di un percorso d’arte tra i più ricchi e sorprendenti (ad oggi, oltre cinquanta volumi editi), dal respiro a un tempo calabrese, italiano e internazionale – Dante Maffìa si conferma, stavolta in modo definitivo, «il supremo realista del canto / e della perdita del canto». Da un lato, cioè, la tentazione ancestrale della “terra” coi suoi nutrimenti, la pienezza doviziosa del dire, e quindi la densità materiale dell’esistenza che trabocca generosa dalle pagine, rendendoci (e restituendoci) gustosa o più gustosa l’esperienza; dall’altro, la necessità del “cielo” con il nulla del suo vuoto, e quindi la libagione dell’Assenza, la deriva dei simboli, la dolorosa precarietà di trovarsi “ai bordi” della Luce.

La parola di Maffìa s’insinua, ancora una volta, nel «punto delicato della sutura / tra vita e sogno». Il suo surrealismo mediterraneo dalle profonde radici antropologiche (la Calabria come punto di partenza per dialogare con il Sud transgenerazionale del Continente-Uomo) è acceso come non mai, qui, da un empito fantastico di totalità metaforica ed espressiva. Il campo semantico entro cui si collocano i tralicci di una ricerca stilistica senza eguali nel panorama contemporaneo – un coagulo incandescente di tradizione e sperimentazione, fra impasti di strutture metriche e ritmiche, neologismi, lingue inventate, dialetti, grammelot, citazioni, decostruzioni, ricostruzioni, contaminazioni, agglutinazioni – è quello di una sinonimia cosmica totale, nella cui orbita ogni cosa si ricollega a qualcos’altro e dove, al contempo, “tout se tient”. Gli oltre diciottomila versi del Poema si slanciano oltre le possibilità stesse della letteratura, verso l’«attimo che tutto assomma», inseguendo la parola capace di «riassumere il creato». È qui la grandezza massima di quest’Opera-mondo che, con il suo sublime anacronismo, irride provocatoriamente le strettoie preformate del conio e del mercato editoriale: proprio nella capacità di fare grande letteratura andando oltre la letteratura, rendendola vita pulsante, cauterizzandola al fuoco delle viscere fondamentali dopo averla raccolta tutta in sintesi, mettendo in dialogo il passato col presente e col futuro, dell’uomo, della cultura, dell’evoluzione.

Maffìa è riuscito nell’impresa di racchiudere, entro i termini elastici della parola poetica, le enormi vastità dell’universo e le infinite stratificazioni dell’esperienza umana, «l’alfa e l’omega di noi e del mondo». Questo Poema nasce da un rimescolamento totale dell’essere, della vita, della realtà: c’è tutto l’uomo e, attraverso l’uomo, tutto il mondo. Fruibile anche fior da fiore, aprendo a caso e spiluccando brani dove capita, passim, tra le decine di suites che lo compongono, il monumentale volume dà tuttavia il meglio se letto integralmente, nella sequenza organica e sistematica delle oltre settecento pagine: è in grado allora di liberare l’esplosività delle sue energie, inoculando un lievito umano che cambia lo sguardo del lettore. La lettura diventa così un’esperienza indimenticabile di trasformazione. Maffìa sembra essersi posto l’obiettivo di attraversare ogni cosa esistente, nel suo tegumento fenomenico così come nella sua quintessenza ideale di noumeno, per rigenerarla con la dolcezza estrema della macerazione, nella distillazione del canto e del dolore trasfigurato. La sua poesia va ben oltre l’ipertrofismo cosmico dell’Io, parodiato (per la narcisistica magniloquenza imperante tra gli artisti) fin dal titolo e dall’immagine di copertina, e dunque oltre l’impronta del ciclope che, con una schiacciante prova di forza, sembra voler annullare per combustione salvifica, sino al grado zero, le potenzialità della comunicazione poetica contemporanea, come ricapitolandola dalle origini della civiltà: le parole di Maffìa valgono soprattutto per le loro capacità riparatrici, lenitive, starei per dire terapeutiche, e per la possibilità che hanno di specchiare e restituire – composta e ricreata dall’interno – l’esperienza del vissuto che ci attraversa, nella densità abissale del suo significato. Maffìa scrive al di là degli schemi, traguardando il cuore oltre gli ostacoli della forma, della decenza, dei saperi acquisiti e rimasticati:

Parole non acquistate
e non risapute
ma mie nate da me dal mio sangue
dal mio dolore,
dal mio non essere e dal mio camminare
a piedi nudi
davanti ad altari e a prostitute
davanti a me stesso.

Cerca con “randagio furore” la radice assoluta delle cose, anche quando ingrata e dolorosa, e mostra che per fare poesia – principalmente “vera”, oltre che “bella” – occorre sporcarsi con la melma sublime dell’esistenza, immergersi senza paura nel magma ribollente del caos, entrare nella notte buia del non sapere, perdersi per ritrovarsi, sapendo che il fango ha una “doratura celeste” e che la fonte della vita è tra le scorie detritiche dell’immondizia, tra ciò che si rifugge e si rifiuta. Maffìa sa bene, con Iosif Brodskij, che la bellezza «non può essere programmata, essendo sempre l’effetto secondario di altre ricerche, spesso molto normali»; non teorizza dunque il sublime, non lo cerca a tavolino, ma lo raggiunge con l’attraversamento della profondità infera, sanguinante, omnicomprensiva: l’esistenza nuda, nella sua carnale e dolorosa terrestrità. Assimila così, per questa via, la frattura della coscienza moderna, esplorata a fondo, fin nella polpa, senza escluderne i luoghi topici, senza anestetizzarne i nervi scoperti. Ecco aggiornato e riproposto, oltre l’impaccio degli inutili pudori reverenziali, l’“itinerarium in mentis” della Commedia: decostruito, peraltro, in un ritmo ciclico di ombre, penombre e luci, fra squarci tenebrosi e fulgide impennate, che esclude la pacificante stazione finale di un empireo qualsivoglia. Tutto è continuamente ripreso, rimescolato e rimesso in gioco, nel movimento “in fieri” di una parola metamorfica che, aderendo ai fasti e alle lacerazioni dell’esperienza, scava dentro se stessa e dà lievito al mondo.

Il plesso centrale del Poema, da cui si dipartono a raggiera le innumerevoli implicazioni di ordine estetico, filosofico, storico, sociologico, etc., è il concetto di metamorfosi, che racchiude – senza ridurne la complessità – la guizzante e inafferrabile dinamica della realtà “in progress”, nel flusso aperto e libero, ma anche in qualche modo chiuso e necessario, sospeso sul delicato equilibrio delle forze in gioco. L’essere del divenire, il costante nascere e morire delle forme, il farsi e disfarsi dell’esistenza: ciò che resta trasformandosi e fluendo. La legge che il mondo mette in scena con il suo eterno e continuo rimescolio di macchina impastatrice è, a ben vedere, la stessa che Maffìa è riuscito ad esemplare nelle strutture compositive e ritmiche (anche analizzandole per tagli sincronici) del suo immenso Poema. Accordare il movimento e il “modus operandi” della scrittura a quelli che da sempre appartengono alla vita era, evidentemente, il miglior viatico per farle raggiungere la dimensione di Opera-mondo (complementare all’idea di mondo come libro, così centrale e ricorrente nell’universo creativo di Maffìa), trasformando la cultura, che nel libro felicemente organico si incarna, in natura sublimata e metafisica, capace di andare oltre la sua forza elementare alla luce di una conoscenza umana “nuova”, manifestata nella pienezza della sua totalità evolutiva. L’Io si trasfonde nell’opera, plasmandola a forma di mondo: l’Io diventa mondo attraverso l’opera in cui si specchia, che gli riflette l’immagine del mondo. È questo il meccanismo generativo che presiede alle creazioni eidetiche del Poema, nel gioco ininterrotto delle sue molteplici rappresentazioni.

Il poeta è l’arbitro supremo degli incroci, degli scambi dimensionali, delle trasformazioni. Come un alchimista con le mani impastate nella materia, egli sa che – per conformarsi al movimento della vita, sul filo dell’eterno divenire – occorre anzitutto accettare la fine infinita delle cose: scendere a patti con la morte, con le forme che spariscono l’una nell’altra, riemergendo nuove l’una dall’altra, senza posa. Ed ecco la capacità straordinaria di oltrepassare il “male di vivere” riscattandolo nella dissolvenza stessa che lo origina, aderendo all’attimo che fugge, appartenendo in toto al bagliore che brucia e che consuma, senza rimorsi o rimpianti per ciò che non è più. Maffìa, dopo un’esistenza spesa al massimo dell’intensità (umana e letteraria), può dire e dimostrare di avere imparato a germogliare, morendo e dissipando, nella fiammata che lo consegna ogni volta al buio del non essere, ma che per questo lo autorizza a confessare di avere realmente vissuto: proprio grazie al fatto che «esiste soltanto / la luce che nascendo muore».

Marco Onofrio

2 commenti
  1. Attraversare ogni cosa, costa dolore e vita, parole “mie nate da me dal mio sangue \dal mio dolore”, e la differenza fra la narrazione osservata e riflessa e la narrazione corporea del proprio essere dolore, può confondersi nelle scritture dei grandi. Grazie della proposta.

  2. Chiosa giustamente Marco Onofrio (…) ” la capacità straordinaria di oltrepassare il “male di vivere” riscattandolo (…) “, laddove l’acribia non celebra se stessa , ma esperisce soltanto umanità e terrestrità come è giusto che sia .
    Grazie a Voi
    leopoldo attolico –

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