Anna Andreevna Achmatova (1889-1966) Sei poesie

9788877384522 Anna Andreevna Gorenko nasce il 23 giugno 1889 a Bol’šòj Fontàn, un elegante suburbio di Odessa, terza di cinque figli. La famiglia, il padre ingegnere meccanico di marina, si trasferisce prima nei sobborghi di Pietroburgo, a Pavlovsk, e poi a Càrskoe Selò. A cinque anni parla perfettamente il francese, a dieci Anna supera una grave malattia, a undici scrive la sua prima poesia. Nel 1903 comincia la storia sentimentale con il poeta Nikolàj Gumilëv, maggiore tre anni di lei ed ex allievo di un insegnante ginnasiale di Anna – Innokentij À nnenskij. Gumilëv è innamorato a tal punto da tentare il suicidio per superarne le resistenze. Nel 1905 i genitori si separano; Anna si trasferisce a Kiev. Qui, nel 1907, termina il liceo e si iscrive alla facoltà di Legge. Nel frattempo compone e quando manifesta il suo desiderio di pubblicare il padre le suggerisce di scegliersi uno pseudonimo letterario; la scelta ricade sul nome della bisnonna materna, Achmàtova. Nel 1910 Gumilëv sposa Anna, e l’anno seguente fonda con Gorodeckij lo “Cech Poetov”, la Corporazione dei Poeti, da cui prenderà vita il movimento Acmeista. La prima poesia di Anna è datata 1900, la prima pubblicata (sulla rivista parigina “Sirus”, edita da Gumilëv) 1907. La prima raccolta di versi, “Sera”, esce nel 1912.
Nello stesso anno viaggia a Parigi – dove conosce Amedeo Modigliani, che la ritrasse in numerosi disegni eseguiti a memoria di cui uno è conservato a S. Pietroburgo – in Italia: a Venezia, Genova, Padova, Bologna, Pisa e Firenze ; Anna è in attesa del suo unico figlio, Lev , mentre Gumilë v è assente, impegnato in remoti viaggi di esplorazione in Etiopia. La produzione poetica continua fervida negli anni seguenti: nel 1914 pubblica il secondo libro, “Rosario” ; con esso ottiene una vastissima popolarità. Nel 1917 esce “Stormo Bianco”, la sua terza raccolta di poesie. L’anno seguente divorzia da Gumil ëv, partito volontario per il fronte; finisce un rapporto importante che segnerà per sempre la vita e la produzione della poetessa. Dopo il divorzio, Anna lavora alla biblioteca dell’Istituto di Agronomia, e nel 1918 sposa il poeta e assirologo Vladimir Šilejko, uomo patologicamente geloso e possessivo; questa unione termina nel 1921, anno di pubblicazione di “Piantaggine” e, a breve distanza, “Proprio sul mare” e “Anno Domini” (1922).
Gumilëv, che nel frattempo si era risposato, viene accusato di aver preso parte ad un complotto sovversivo monarchico e viene fucilato il 25 agosto 1921. L’Achmàtova era vista come ex-moglie di poeta controtivoluzionario; inoltre negli anni fra il 1917 ed il 1921 non si era espressa in alcun modo riguardo all’adesione alla Rivoluzione, pur scegliendo di non emigrare. Mentre la Rivoluzione avrebbe dovuto portare aria di rinnovamento nell’arte, un rinnovamento socialista, la produzione poetica achmatoviana rimane sostanzialmente la stessa. Anna si ritrova sola, in una Russia che non la condanna ufficialmente, ma comunque palesemente ostile in cui, fino al 1940 – anno di uscita della raccolta “Da sei libri” – non vengono più stampate o ristampate le sue opere.
anna-achmatovaNel 1925 nasce una nuova infelice relazione con Nikolàj Punin, critico e studioso d’arte; la poetessa si trasferisce (a causa della crisi degli alloggi) alla casa della Fontanka a Leningrado, dove convive con lo studioso, la sua ex moglie e la figlia e Lev. La situazione familiare è innegabilmente difficile. Si ha infatti un’interruzione dell’attività poetica, che si protrae fino alla fine degli anni trenta. Ed è in questi anni, alla vigilia dell’apertura dei campi staliniani e delle deportazioni che Anna riprende a poetare, dopo la separazione da Punin, avvenuta nel 1938. L’Achmàtova raccoglie i versi per un’antologia di poesie scritte fra il 1924 e il 1941, “Il giunco” , che nella realtà non uscirà mai: il 13 marzo 1938 suo figlio viene arrestato e condannato a morte – condanna poi convertita in deportazione – causa (presunta) il cognome del padre. Anna si reca, come molte madri russe, al carcere delle Croci tutti i giorni, per avere notizie di Lev. Da qui nasce il poemetto “Requiem” , che le migliori amiche provvidero a memorizzare, certe dell’intolleranza del governo a quel genere di lirica.
Alla vigilia della seconda guerra mondiale scrive “Nell’anno quaranta” . Nel 1941 incontra la poetessa Marina Cvetaeva . Il poemetto “Lungo tutta la Terra” risale a questo periodo. Nel 1941 la Germania invade la Russia. Stalin ricorre a tutti quei nomi che, da tempo in disgrazia, potevano tornare utili: la poetessa parla alla radio per riunire il popolo russo contro la minaccia hitleriana. Nel frattempo il nemico avanza; Anna viene evacuata, insieme con altri intellettuali, da Leningrado a Taskènt. Qui scrive “Luna allo zenit”. Il tema centrale della produzione poetica diviene la guerra, come “Il vento della guerra” . Compone anche “Elegie del Nord” (1942-43). Nel 1944 l’Achmàtova torna a Leningrado , nella casa della Fontanka. La composizione “Poema senza eroe” si delinea nel 1942, ma la sua lavorazione continuerà fino al 1962. Nello stesso anno il figlio Lev viene liberato perché costretto ad arruolarsi nell’Armata Rossa; raggiunse la madre alla fine della guerra. In questo periodo Anna riprende a pubblicare su diverse riviste. Lev verrà arrestato di nuovo nel 1949, e la risonanza di una breve relazione di Anna con il primo segretario dell’ambasciata inglese Isaiah Berlin (1945), resa pubblica dal giornalista Randolph Churchill (il figlio di Winston), insieme con l’arresto e l’esilio in Siberia di Punin e all’espulsione della poetessa dall’Unione degli scrittori Sovitici (risalgono a questo periodo le critiche Ž danoviane di pessimismo nevrotico, misticismo e culto per il passato (definizione di Ždanov), provocano in lei un periodo nero di isolamento, come è evidente in “Frantumi”. Nel 1950, terrorizzata dal pensiero che il figlio potesse essere ucciso, scrive – su consiglio di amici – quindici liriche dedicate a Stalin. Lev fu infatti risparmiato – molto probabilmente grazie a questo intervento – e venne liberato tre anni dopo la morte del dittatore, quando l’incubo finì.
Nel 1964 la poetessa riceve il permesso di lasciare la Russia per venir insignita, in Sicilia, del premio “Etna – Taormina”. L’anno seguente presso l’università di Oxford riceve la laurea honoris causa. Le associazioni culturali russe la riabilitano come una dei massimi poeti sovietici del secolo; nel 1965 esce una nuova rccolta di poesie, “La corsa del tempo” che contiene fra l’altro le liriche degli ultimi anni e la prima parte del trittico “Poema senza eroe”. L’ultima produzione di Anna comprende un centinaio di liriche, sparse in frammenti , e i cicli “La rosa di macchia fiorisce” e “Un serto ai morti”. Anna Achmàtova muore di una crisi cardiaca a Domodedovo (Mosca), già sofferente di cuore, il 5 maggio 1966.
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Dedica

da “Requiem” (1935-1940)

Davanti a questa pena piegano i monti,
non scorre il grande fiume,
ma sono saldi i lucchetti del carcere,
dietro di essi «le tane dell’ergastolo»
e un’angoscia mortale.
Per qualcuno alita fresco il vento,
per qualcuno si strugge il tramonto,
noi non sappiamo, siamo ovunque le stesse,
sentiamo solo stridori odiosi di chiavi
e pesanti passi di soldati.
Ci si levava come a una messa mattutina,
si andava per un’inselvatichita capitale,
lì ci si incontrava più inanimate dei morti;
il sole più occiduo e la Nevà più brumosa
ma da lontano canta sempre la speranza.
La sentenza… E subito sgorgano lacrime;
oramai separata da tutti,
come se dal cuore con dolore le strappassero la vita,
come se rozzamente la stendessero supina,
ma cammina… Vacilla… Sola…
Dove sono ora le amiche involontarie
dei miei due anni infernali?
Cosa scorgono nella tormenta siberiana,
cosa intravedono nel disco della luna?
A loro io mando il mio addio.

(trad. M. Colucci)
Kuzma-Petrov-Vodkin
Dante

Il mio bel San Giovanni

Neppure dopo morto ritornò
nella sua vecchia Firenze.
Partendo non si volse indietro,
ed io a lui canto questo canto.
Fiaccole, notte, ultimo abbraccio,
oltre la soglia, selvaggio il grido del destino.
Le scagliò dall’inferno il suo anatema,
non la poté scordare in paradiso.
Ma scalzo, in panni da penitente
e cero acceso, non passò mai
per la sua Firenze agognata,
perfida, vile, attesa così a lungo…

(trad. M. Colucci)

C’è nel contatto umano un limite fatale

a N. V. N.

C’è nel contatto umano un limite fatale,
non lo varca né amore né passione,
pur se in muto spavento si fondono le labbra
e il cuore si dilacera d’amore.

Perfino l’amicizia vi è impotente,
e anni d’alta, fiammeggiante gioia,
quando libera è l’anima ed estranea
allo struggersi lento del piacere.

Chi cerca di raggiungerlo è folle,
se lo tocca soffre una sorda pena…
ora hai compreso perché il mio cuore
non batte sotto la tua mano.

(trad. M. Colucci)

Ho appreso a vivere semplice e saggia

Ho appreso a vivere semplice e saggia
a guardare il cielo, a pregare Iddio,
e a vagare a lungo innanzi sera,
per fiaccare un’inutile angoscia.

Quando nel fosso freme la lappola
e il sorbo giallo-rosso piega i grappoli,
compongo versi colmi di allegria
sulla vita caduca, caduca e bellissima.

Ritorno. Un gatto piumoso mi lecca
il palmo, fa le fusa più amoroso,
e un fuoco vivido divampa al lago
sulla torretta della segheria.

Solo di rado un grido di cicogna,
volata fino al tetto, squarcia il silenzio.
E se tu busserai alla mia porta,
mi sembra, non sentirò nemmeno.

(trad. M. Colucci)

MAJAKOVSKIJ NELL’ANNO 1913

Nella tua gloria non ti ho conosciuto,
Solo ricordo il tuo inizio impetuoso,
Ma forse oggi ho ragione
Di rammentare un giorno di quegli anni lontani.
Come nei versi tuoi si rafforzavano i suoni,
Crescevano nuove voci…
Non impigrivano le giovani braccia,
Impalcature tu erigevi minacciose.
Quello che tu sfioravi più non sembrava
Ciò che fino ad allora era stato,
Quanto tu demolivi – rovinava,
Una condanna batteva in ogni parola.
Solo e spesso scontento,
Con impazienza affrettavi il destino,
Sapevi che presto saresti entrato libero, gioioso
Nella tua grande lotta.
E già del flusso il rombo risonante
Si udiva, quando a noi leggevi,
La pioggia torceva gli occhi irosa,
Con la città intavolavi disputa furiosa.
E il nome non udito ancora
Quale folgore dentro afosa sala volò,
Per iniziare adesso, da tutta la nazione custodito,
A risuonare – segnale di battaglia.

1940

Anna Achmatova

da Io sono la vostra voce…, Edizioni Studio Tesi, 1990, a cura di Evelina Pascucci

5 commenti
  1. C’è poco da commentare rispetto alla grandezza dell’Achmatova (e anche alle più che oneste traduzioni di Colucci). Ma vorrei ricordare un elemento importante sia all’interno della poetica dell’Achmatova che all’interno del suo rapporto con la cultura italiana – Anna Achmatova lavorò per anni (senza mai giungere alla fine del lavoro) alla traduzione di Leopardi, in russo. L’amore per la poesia italiana, reso più forte dal viaggio fatto a Firenze, nasce con Dante e prosegue con Leopardi, entrambi poeti-filosofi (per i russi ancora di più che per gli italiani).

    Infine, mi sembra giusto ricordare che in occasione del premio Taormina (che le fu dato per volontà di un grande intellettuale italiano poco ricordato, Vigorelli), le furono dedicate due poesie, scritte da due grandissimi poeti, Pier Paolo Pasolini e Ingeborg Bachmann, che amarono profondamente l’Achmatova, riconoscendosi nel suo destino umano e intellettuale.

  2. Ecco la poesia della Bachmann:

    Wahrlich

    Wem es ein Wort nie verschlagen hat,
    und ich sage euch,
    wer sich bloß zu helfen weiß
    und mit den Worten –

    dem ist nicht zu helfen.
    Über den kurzen Weg nicht
    und nicht über den langen.

    Einen einzigen Satz haltbar zu machen,
    auszuhalten in dem Bimbam von Worten.

    Es schreibt diesen Satz keiner,
    der nicht unterschreibt. (I, 166)

    In verità

    Chi mai restò senza parola
    E io ve lo dico
    chi solo sa come arrangiarsi
    e con le parole –

    costui senza scampo è perduto.
    Perduto a breve scadenza
    e a lunga.

    Rendere durevole un unico passo, resistere
    in questa scampanata di parole.

    Ma questo passo non scriverà
    Se non chi per esso si dà garante.
    (Traduzione di Giuseppe Scimone)

  3. Ed ecco quella di Pasolini:

    Un poeta dice che un poeta è un passero
    che ripete tutta la vita le stesse note.
    Le tue sono le note di un passero che crede
    che la sua vita sia tutta la vita.

    Nessuno va a disilludere un passero, perché
    un passero non può farsi disilludere:
    la sua sicurezza è come la presenza –
    sulla terra – del paese di Carskoe Selò.

    È passata su Carskoe Selò la rivoluzione?
    Certo, è passata, ma semplicemente come
    “un evento che non ha l’eguale” [parole dell’Achmatova]
    e il passero continua a cantare.

    Nulla esiste se non si misura col mistero:
    che testimonianza avremmo degli “eventi”
    se non cantasse prima e dopo di loro
    un passero col suo canto lieve e severo?

    • Nessuna parola è sufficiente per commentare la poesia dell’Achmatova. La grande poesia non ha bisogno di commenti perché dice tutto da sola.
      Pier Paolo Pasolini ha dedicato all’Achmatova un vero gioiello di poesia. Quel passero che “ripete tutta la vita le stesse note”, qualunque “evento” accada, nella bella similitudine offre un’immagine del poeta non insensibile agli accadimenti, soprattutto se tragici, ma capace di ‘ volare’ più alto di essi, fedele ai suoi ideali poetici.
      Giorgina Busca Gernetti

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