Da Giosuè Carducci a Eugenio Montale: il topos del treno simbolo di progresso, di Maria Grazia Ferraris

1200px-Friedrich_List_und_die_erste_grosse_Eisenbahn_1

Il treno, la novità progressista di fine Ottocento, aveva ispirato al giovane Carducci l’Inno a Satana, pubblicato nel 1865, dove era esaltato come simbolo stesso del progresso e della modernità:

Un bello e orribile
mostro si sferra,
corre gli oceani,
corre la terra:
corusco e fùmido
come i vulcani,
i monti supera,
divora i piani;
sorvola i baratri;
poi si nasconde
per antri incogniti,
per vie profonde;
ed esce; e indomito
di lido in lido
come di turbine
manda il suo grido….

Il treno, il mostro pauroso e fantastico, quasi avesse una propria volontà autonoma e indomabile…., ma fosse anche interpretato come un antidoto alla reazione religiosa nemica del progresso. L’opera fa parte della raccolta Levia Gravia e lo stesso Carducci la definì una “chitarronata”, scritta in una notte del settembre del 1863 per essere letto come brindisi ad un banchetto di amici… La scelta lessicale oscilla tra la composta solennità della lode (imene, corusco, vindice, ecc.), e la prosaicità derisoria (ruggine, spennato) degli attacchi polemici. Poi, col tempo, sul tema treno, muterà la sua opinione. Se penso a qualcuno che l’abbia preceduto, il primo autore che mi viene alla mente circa il tema del viaggio in treno è il curioso Gioachino Belli, che fin dal 1830 aveva visitato già gran parte dell’Italia centrale (Marche, Firenze, Milano, Bologna…) ed è probabile che avesse sentito parlare delle innovazioni tecniche in corso (il pallone aereostatico, il piroscafo, il treno…) anche se nello Stato pontificio avrebbero comunque stentato a diffondersi. G. Belli aveva una notevole cultura classica, ma era anche attratto dalle scienze e leggeva i giornali non solo romani. Oltre alla composizione dei suoi sonetti dedicati a Roma e alla sua vita popolare, su questo tema si identifica in un popolano conservatore e gli mette in bocca parole contrarie al progresso, parole luoghi-comuni, che circolavano nel sonnolento clima romano. E nel 1831 scrive infatti il sonetto intitolato Le cose nove, e torna nuovamente a scrivere del treno nel 1843. Era ancora vivo il papa Gregorio XVI°, contrario alla diffusione di questa invenzione rivoluzionaria, sebbene il dibattito sulla questione ferroviaria fosse iniziato negli ultimi anni del suo pontificato, presso le alte gerarchie pontificie, ma solo con Pio IX° venne costruita la ferrovia Roma-Frascati… Nel sonetto Le carrozze a vvapore il Belli si scaglia contro il terribile strumento, degno del demonio di cui il popolano parla con tanto sdegnato orrore.

Le carrozze a vvapore
Che nnaturale! naturale un cavolo.
Ma ppò èsse un affetto naturale
volà un frullone com’avesse l’ale?
Cqui cc’entra er patto tascito cor diavolo.
Dunque mó ha da fà ppiú cquarche bbucale
d’acqua che ssei cavalli, eh sor don Pavolo?
Pe mmé ccome l’intenno ve la scavolo:
st’invenzione è ttutt’opera infernale.
Da sí cche ppoco ce se crede (dímo
la santa verità) ’ggni ggiorno o ddua
ne sentimo una nova, ne sentimo.
Sí, ccosa bbona, sí: bbona la bbua.
Si ffussi bbona, er Papa saría er primo de mette ste carrozze a ccasa sua.

Si intuisce così perché la reazione del Carducci fosse tanto polemica. Era ideologicamente indotto ad accettare la modernità come cavallo di battaglia contro le forze reazionarie. Poi il tempo si incarica di mostrare un altro punto di vista e suscitare in lui altre emozioni. Col treno percorrerà l’Italia, rivedrà il paesaggio dell’infanzia dei cipressi che “a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar” …e il paesaggio maremmano di “Traversando la maremma toscana” …(Rime nuove) ormai nostalgico ed emozionato. Anni dopo il treno diventa “ empio mostro”, in opposizione radicale ai valori dell’intimità e della classicità, dell’amore e della bellezza, espressione dello squallore del presente:

Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ’l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.
Va l’empio mostro; con traino orribile
sbattendo l’ale gli amor miei portasi….

Nel 1875 rievoca infatti in “ Alla stazione in una mattina d’autunno”, la partenza di Lidia, la donna amata, in una mattina autunnale, con tristezza, ed il treno diventa un mostruoso ordigno fantastico e anche nelle persone si riflette il senso di stanchezza e dolore che grava sul poeta:

Oh quei fanali come s’inseguono
accidïosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su ’l fango!
Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d’autunno
come un grande fantasma n’è intorno..

In una lettera a Lidia scriverà: “Ripenso alla triste mattina del 23 ottobre 1873, quando ti accompagnai alla stazione, e tu t’involavi in un’orribile carrozza di 2^ classe, e il faccin mi sorrise l’ultima volta incorniciato in una infame abominevole finestrella quadrata, e poi il mostro che si chiama barbaramente treno, ansò, ruggì, stridè, si mosse come un ippopotamo che corra tra le canne, e poi fuggì come una tigre”. Inutile e dolorosa la rievocazione dei felici giorni estivi…

Fremea la vita nel tepid’aere,
fremea l’estate quando mi arrisero:
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso
in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un’aureola
piú belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile….

Non gli rimane che tornare solo e sconsolato a casa desiderando abbandonarsi alla noia e allo squallore dell’esistenza insignificante, lontano purtroppo da ogni fascinazione romantica:

Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre

I futuristi immersi nelle novità primonovecentesche continuarono a cantare con la velocità le meraviglie del treno e del progresso.
Noi canteremo …il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi ….” scriveva F. T. Marinetti, e l’attrazione per la velocità,sarà immagine e fusione di bellezza e progresso. Ne è esempio la poesia del futurista Farfa (Vittorio Osvaldo Tommasini 1879 – 1964) che antropomorfizza il suo universo di oggetti, treni diretti e merci, la stazione, il tunnel, il biglietto … operando paragoni legati alla quotidianità e dando loro attributi di identità umane :

osservate quel treno sbuffante
salire i gradini traversini
raggiunger la bocca del tunnel
che se lo succhia come lequorizia (Grande delizia)

vidi la tettoia arcuata
quale bocca di gitana
allontanare un sigaro fumante
di treno in partenza
riaccostando alle labbra
il diretto in arrivo

finché sputò lontano
l’ultimo mozzicone
di un vagone merci (Stazione)

madre abbadessa
circonflessa innanzi al finestrino
usa al mattutino
sbrigatevi pel biglietto del diretto
perché
questa non è
una stazione della via crucis
ma quella di porta susa (Ehi dico)

Altra visione è quella del Pascoli, che nel 1886 pubblica La via ferrata ( compare infine nella seconda edizione di Myricae, 1892). Il treno è lo stesso che ha già visto il Carducci e che vedranno i futuristi, ma porta con sé una grande diversità. Il suo fischio non è certo un inno di vittoria, né il suo cammino un segno positivo del progresso.

Tra gli argini su cui mucche tranquilla-
mente pascono, bruna si difila
la via ferrata che lontano brilla;

e nel cielo di perla dritti, uguali,
con loro trama delle aeree fila
digradano in fuggente ordine i pali.

Qual di gemiti e d’ululi rombando
cresce e dilegua femminil lamento?
I fili di metallo a quando a quando
squillano, immensa arpa sonora al vento.

I protagonisti della poesia sono il treno e il telegrafo, le grandi novità portate dal progresso, in contrasto con il passato pacifico della campagna e delle tranquille mucche al pascolo. Il paesaggio silenzioso è scosso dal dinamico e rumoroso passaggio del treno (che Pascoli non nomina mai né descrive) e dal conseguente ronzio dei fili del telegrafo. La campagna è solcata da «aeree fila» diritte e digradanti «in fuggente ordine di pali», in un apparente e precario annuncio di modernità. I “gemiti e gli ululi” del treno sono rombi problematici. Sono lamenti “femminili”. Misteri che come in un’arpa misteriosa la natura raccoglie nel vento. Una sconfessione del progresso.

Ritroviamo il tema del treno, inaspettato, in Eugenio Montale, nel mottetto Addii, fischi nel buio, cenni, tosse…, che ci riporta al Carducci de Alla stazione.
L’influenza è duplice: il tema, la partenza della donna amata e lo stato d’animo successivo nella solitudine, e la scelta stilistica. La poesia accosta termini letterari come: fioca, litania, orrida cadenza…, ad altri bassi come: fischi, tosse, carioca, sportelli. Usa sapientemente la mescolanza suggerita dal plurilinguismo, il clima autunnale, i suoni metallici. il rumore del treno. come aveva fatto il Carducci (i vigili, la tessera, le mazze di ferro, freni tentati, le lanterne fioche, gli sportelli sbattuti…lugubre spasimo, tedio doloroso, … stellanti occhi di pace, floridi ricci…), in una ricerca di moderna classicità, contrastata però dalla compattezza raffinata del testo, e quindi resa unitaria con un monostilismo aristocratico. Una vera palestra di confronto, che culmina nell’immagine alienata degli automi, gli altri passeggeri, la folla anonima, dei rassegnati che hanno rinunciato alla loro autenticità, cui il poeta non vorrebbe che Clizia si mescolasse, i quali come i fantasmi carducciani rendono chiaramente conto dell’insignificante che caratterizza la sua vita. Eugenio Montale scrisse i Mottetti fra il 1933 e il 1940. Essi comparvero ne Le occasioni, pubblicato da Einaudi nel 1939. Il breve testo è questo:

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. E’ l’ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest’orrida
e fedele cadenza di carioca? –

Alla stazione un treno parte portando via la donna amata e il treno in questa poesia ha un valore fondamentale, indica la minaccia della modernità alla vita del poeta dolorante. La paurosa sospensione del poeta è espressa nella domanda finale: ”Presti anche tu alla fioca litania del tuo rapido quest’orrida e fedele cadenza di carioca?” Quei rumori del treno che si allontana definitivamente simili a canto orribile, volgare, sono per lui di persecuzione e di morte.

Maria Grazia Ferraris

 

Annunci
4 commenti
  1. A questa ricca esplorazione di testi letterari relativi all’immagine del treno vorrei aggiungere pochi esempi:
    Un altro testo di Pascoli, intitolato “Notte d’inverno”, dai “Canti di Castelvecchio” del 1903: qui il fischio del treno, ancora definito, con rimando a Carducci, “mostro”, nel suo approssimarsi notturno diventa un misterioso, inquietante richiamo al poeta, una “querula tromba”, forse richiamo alla tromba del Giudizio Universale, che ripete un gemito lamentoso e riporta con se’ i ricordi di un tempo passato, di una giovinezza perduta:

    Il Tempo chiamò dalla torre
    lontana. . . Che strepito! È un treno,
    là, se non è il fiume che corre.
    O notte! Nè prima io l’udiva,
    lo strepito rapido, il pieno
    fragore di treno che arriva;
    sì, quando la voce straniera,
    di bronzo, me chiese; sì, quando
    mi venne a trovare ov’io era,
    squillando squillando
    nell’oscurità.
    Il treno s’appressa. . . Già sento
    la querula tromba che geme,
    là, se non è l’urlo del vento.
    E il treno rintrona rimbomba,
    rimbomba rintrona, ed insieme
    risuona una querula tromba.
    E un’altra, ed un’altra— Non essa
    m’annunzia che giunge?—io domando.
    —Quest’altra! – Ed il treno s’appressa
    tremando tremando
    nell’oscurità.
    Sei tu che ritorni. Tra poco
    ritorni, tu, piccola dama,
    sul mostro dagli occhi di fuoco.
    Hai freddo? paura? C’è un tetto,
    c’è un cuore, c’è il cuore che t’ama
    qui! Riameremo. T’aspetto.
    Già il treno rallenta, trabalza,
    sta. . . Mia giovinezza, t’attendo!
    Già l’ultimo squillo s’innalza
    gemendo gemendo
    nell’oscurità . . .
    E il Tempo lassù dalla torre
    mi grida ch’è giorno. Risento
    la tromba e la romba che corre.
    Il giorno è coperto di brume.
    Quel flebile suono è del vento,
    quel labile tuono è del fiume.
    È il fiume ed è il vento, so bene,
    che vengono vengono, intendo,
    così come all’anima viene,
    piangendo piangendo,
    ciò che se ne va.

    L’immagine del treno ritorna anche in Montale, in “Satura” I, del 1971, ora più libera da modelli letterari e associata al senso di inquietudine e attesa di una donna non nominata, in un quotidiano che rientra con i suoi aspetti minimi, come le sigarette e l’edicola, sullo sfondo della stazione nebbiosa.
    Il treno diventa la possibilità di un errore, di una vita che si duplica e può giungere o non giungere all’appuntamento atteso: ma non c’è destino, c’è anzi casualità, ciò che rimane all’uomo tra i margini degli errori, il residuo di una sottrazione: la stessa scena, che sopravvive come ricordo sfocato sullo sfondo nebbioso, si rivela frammento ed incubo nel finale:

    “Nel fumo”

    Quante volte t’ho atteso alla stazione
    nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
    tossicchiando, comprando giornali innominabili,
    fumando Giuba poi soppresse dal ministro
    dei tabacchi, il balordo!
    Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
    sottrazione. Scrutavo le carriole
    dei facchini se mai ci fosse dentro
    il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
    Poi apparivi, ultima. È un ricordo
    tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.

    E infine, tra le tante immagini di treni che attraversano la poesia di Giorgio Caproni nell’intera sua produzione, un riferimento nel testo “Le biciclette”, del 1946/47, dalla raccolta “Il passaggio d’Enea”, a treni che vagano ormai senza meta, di notte:
    “Fu il transito dei treni, che, di notte,
    vagano senza trovare una meta
    fra i campi al novilunio? Per le incolte
    brughiere, ahi il lungo fischio sulla pietra
    e i detriti funesti cui la brina
    dà sudori di ghiaccio”.

    Poi il treno diventa, nella stazione nebbiosa che fa da sfondo all’incontro con la madre morta Annina in “Ad portam inferi” de “Il seme del piangere” del 1958, il pretesto per la lunga attesa dell'”ultima coincidenza per l’ultima destinazione”, mentre neppure il capotreno può dare certezze alle domande inespresse, e infine grandiosa metafora del viaggio che è la vita di tutti, mezzo da cui improvvisamente si deve scendere, cercando di non dare disturbo agli altri viaggiatori ne “Il congedo del viaggiatore cerimonioso” della omonima raccolta degli anni ’60, di cui ripropongo qualche strofa: colpisce, ancora una volta, la nebbia, qui metafora dell’incertezza totale sul luogo del trasferimento finale che potrebbe anche essere, e non ci sarebbe da sorprendersene nella storia del Novecento, luogo di epurazione.

    Amici, credo che sia
    meglio per me cominciare
    a tirar giù la valigia.
    Anche se non so bene l’ora
    d’arrivo, e neppure
    conosca quali stazioni
    precedano la mia,
    sicuri segni mi dicono,
    da quanto m’è giunto all’orecchio
    di questi luoghi, ch’io
    vi dovrò presto lasciare.
    Vogliatemi perdonare
    quel po’ di disturbo che reco.
    Con voi sono stato lieto
    dalla partenza, e molto
    vi sono grato, credetemi
    per l’ottima compagnia.
    Ancora vorrei conversare
    a lungo con voi. Ma sia.
    Il luogo del trasferimento
    lo ignoro. Sento
    però che vi dovrò ricordare
    spesso, nella nuova sede,
    mentre il mio occhio già vede
    dal finestrino, oltre il fumo
    umido del nebbione
    che ci avvolge, rosso
    il disco della mia stazione.
    Chiedo congedo a voi
    senza potervi nascondere,
    lieve, una costernazione.
    Era così bello parlare
    insieme, seduti di fronte:
    così bello confondere
    i volti (fumare,
    scambiandoci le sigarette),
    e tutto quel raccontare
    di noi (quell’inventare
    facile, nel dire agli altri),
    fino a poter confessare
    quanto, anche messi alle strette
    mai avremmo osato un istante
    (per sbaglio) confidare.
    (Scusate. E ‘ una valigia pesante
    anche se non contiene gran che:
    tanto ch’io mi domando perché
    l’ho recata, e quale
    aiuto mi potrà dare
    poi, quando l’avrò con me.
    Ma pur la debbo portare,
    non fosse che per seguire l’uso.
    Lasciatemi, vi prego, passare.
    Ecco. Ora ch’essa è
    nel corridoio, mi sento
    più sciolto. Vogliate scusare.)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...