Cinque poesie di Luciano Erba, nota di Paolo Ruffilli

lerba

Luciano Erba si colloca in quella << linea lombarda >> che Luciano Anceschi cercò di identificare, nell’omonima antologia del 1952, in quell’esperienza letteraria legata al mondo della borghesia lombarda e della civiltà industriale in cui sono calati i poeti del cosidetto << Lake District >> Como-Varese-Luino. Si tratta di un’humus culturale profondamente segnata da una vena realistica e pratica, variamente articolata e risolta in termini ironico-fantastici tali da tradurre, in poesia, la messa a fuoco oggettiva in allusione e in ragguaglio marginale e distratto. Nella poesia di Erba che è sempre regolata su un ordine metrico rigoroso anche se dissimulato, l’andamento discorsivo, lasciato al suo continuum, s’impenna a tratti in elevazioni di tono; il ritmo giambico si capovolge ai cardini del discorso, coincidendo con la condizione di deriva della memoria e mutando in dattilico nei richiami improvvisamente riflessivi. I tratti linguistici sono lasciati ad una libera giustapposizione, in cui potrebbero essere rimescolati in una serie di posizioni come le tessere di un mosaico; sottratti anche in generale, e soprattutto nei componimenti più recenti, alla funzione organizzativa dei segni di interpunzione.

Paolo Ruffilli

 

UN’EQUAZIONE DI PRIMO GRADO

La tua camicetta nuova, Mercedes
di cotone mercerizzato
ha il respiro dei grandi magazzini
dove ci equipaggiavano di bianchi
larghissimi cappelli per il mare
cara provvista di ombra! per attendervi
in stazioni fiorite di petunie
padri biancovestiti! per amarvi
sulle strade ferrate fiori affranti
dolcemente dai merci decollati!
E domani, Mercedes
sfogliare pagine del tempo perduto
tra meringhe e sorbetti al Biffi Scala.

 

Le giovani coppie

Le giovani coppie del dopoquerra
pranzavano in spazi triangolari
in appartamenti vicini alla fiera
i vetri avevano cerchi alle tendine
i mobili erano lineari, con pochi libri
l’invitato che aveva portato del chianti
bevevamo in bicchieri di vetro verde
era il primo siciliano della mia vita
noi eravamo il suo modello di sviluppo.

 

AEROSTATICA

Ricordi quel pomeriggio di giugno
Zunette dalla terrazza di B.
improvvisa diruppe la pioggia
mentre nel cielo di piombo
fioriva la mongolfiera del comandante Gérard.
Non era comandante Gérard
e col suo maglione à douple face
si prendeva dei gran raffreddori
diceva:sternuto sempre tre volte di fila.
Non aveva equipaggio Gérard
era un uomo, che si staccava da terra.
Ma un giorno t’invitò a salire in pallone
tu sventolavi tra cielo e terra
ricordi, il tuo cappello di paglia
col nastro rosso da gondoliere.
Non vi ho più rivisti.

 

PERCHE’ NON IO

Perché non io lungo la stradale
almeno fino al passaggio a livello
tra i lillà delle ville
della valle del Tanaro
le mie figlie per mano
le scarpe bianche di cuoio
la cintura al buco pù largo
perché non io
dopopranzo la sera.

 

Un cosmo qualunque

Abitano mondi intermedi
spazi di fisica pura
le cose senza prestigio
gli oggetti senza design
la cravatta per il mio compleanno
le Trabant dei paesi dell’est.
Tèrbano, ma che vorrà dire?
Forse meglio di altri
esprimono una loro tensione
un’aura, si diceva una volta
verso quanto ci circonda.

Luciano Erba

erbaLuciano Erba (Milano 1922 – ivi 2010) è stato un poeta, critico letterario e titolare di Letteratura francese all’Università di Padova, nella sede di Verona. Si è dedicato soprattutto allo studio dei poeti francesi del Seicento e del Novecento, che ha anche tradotto. La sua prima raccolta Linea K è del 1951, seguirono Il Bel Paese (1955), Il prete di Ratanà (1959), Il male minore (1960), Il prato più verde (1977), Il nastro di Moebius (1980, Premio Viareggio), Il cerchio aperto (1983), Il tranviere metafisico (1987), Variar del verde (1993), L’ipotesi circense (1995), Nella terra di mezzo (2000).

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2 commenti
  1. – La poesia di Erba è fatta di oggetti, in genere distaccati ironicamente in una zona neutra, spenta dove si conservano intatti (i vetri avevano cerchi alle tendine/ i mobili erano lineari, con pochi libri/l’invitato che aveva portato del chianti/ bevevamo in bicchieri di vetro verde). Sembra un rovesciamento del crepuscolarismo in cui le cose diventano autoderisione difensiva e corrosiva (le cose senza prestigio/ gli oggetti senza design/ la cravatta per il mio compleanno/ le Trabant dei paesi dell’est….): un idillio stranito più che ironico, prosciugato, un po’ misterioso. Anche la Linea Lombarda ha perso la sua geograficità ed è diventata essenzialità. Emblematica la lirica Linea lombarda: “Adoro i pregiudizi, i luoghi comuni / mi piace pensare che in Olanda / ci siano ragazze con gli zoccoli / che a Napoli si suoni il mandolino / che tu mi aspetti un po’ in ansia / quando cambio tra Lambrate e Garibaldi”.. Un registro, inafferrabile, dalle infinite modulazioni: consapevole . (…E domani, Mercedes/sfogliare pagine del tempo perduto/ tra meringhe e sorbetti al Biffi Scala.)

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