CALLIMACO, Il prologo contro i Telchini (AITIA. Libro I, vv. 1-40), di Roberto Taioli

callimaco-nascita-morteAll’inizio dell’opera callimachea gli Aitia il lettore incontra un gruppo di versi giustamente definiti dall’autore stesso Prologo: contro i Telchini e che rappresentano un manifesto della poesia ellenistica in polemica con la poesia dell’età classica, scolpita dai grandi poemi omerici. La poesia ellenistica ed in particolare quella di Callimaco si distanzia nettamente da quell’austero modello. Mega biblìon mega kakòn, grande libro, grande male, è l’espressione callimachea che condensa la sua avversione ai lunghi poemi epici dal contenuto serioso ed impegnativo. Non è che gli Aitia siano un poemetto di poche pagine ma non reggono il confronto con la mole dei poemi classici. All’inizio del I Libro Callimaco polemizza aspramente con I Telchini che “gracidano contro il mio canto”, rimproverandogli la composizione di opere brevi (la brevitas è uno dei canoni della poesia callimachea).

Ma ascoltiamo direttamente l’invettiva di Callimaco:
sovente i Telchini gracidano contro il mio canto,
ignari della Musa, cui non nacquero cari,
perché non un unico poema continuo ho concluso,
o i re in molte migliaia di versi [celebrando(?)]
[o gli antichi eroi ](?), ma per breve tratto [volgo] il mio carme,
come un bambino, e ho pochi decenni.
Ma ai Telchini questo io [rispondo]: “ Razza (…)
che sa rodere [solo il suo ] fegato!
…era (?) di pochi versi. Ma fa scendere di molto
il piatto della grossa [quercia] (‘) la legislatrice ferace.
[E] de [i] due, che Mimnermo sia dolce (…)
Ma non la grande donna lo insegna.
[Per grande tratto] in Tracia e in Egitto [voli pure]
la gru che gode [ del sangue] pigmeo,
e a gran distanza i Massageti saettino l’uomo
[di Media]: i [piccoli usignoli] sono più dolci così.
Andata in malora, progenie di Malocchio funesta: da ora
con l’arte la poesia [giudicate], e non lo scheno persiano.
E non chiedete a me che un canto di grande fragore
produca. Tuonare non è compito mio, ma di Zeus!
Perché quando in principio la tavoletta posai
sulle ginocchia, così a me disse Apollo Licio:
“(…) cantore [amatissimo], quanto più pingue la vittima
[alleva], ma, o amico, la Musa sottile.
[Ed inoltre] anche questo [ti] ordino: dove non passano i
carri pesanti là cammina. Che non dietro le impronte degli altri
[tu spinga il tuo occhio,] né per la via larga, ma per sentieri
[non calpestatat]i , pur se guiderai per strada più angusta”.
[A lui ho ubbidito]: tra quelli cantiamo che il suono acuto
[della cicala] amano e non degli asini il grido.
Proprio come la bestia orecchiuta ragli pure
[un altro] possa [i] o essere la lieve, l’alata,
ah, veramente, perché la vecchiaia – perché la rugiada io canti
mangiando cibo stillante dall’aere splendente-
e poi di quella mi spogli, che così tanto mi grava
come l’isola tricorne su Encelado funesto.
(…) perché quanti le Muse guardarono fanciulli con sguardo
non torvo, non li respingono, canuti, dal loro favore.
(…) non più muovere l’ala
(…) allora [è] più attivo

220px-p-oxy-_xi_1362Callimaco individua nei Telchini dei démoni originari dell’isola di Rodi, pronti a colpire con il malocchio perché portatori di invidia. Dietro l’immagine dei Telchini si nascondono tuttavia i detrattori dell’arte poetica di Callimaco, invidiosi e stizziti perché non sanno poetare. Il capo d’accusa rivolto da costoro a Callimaco è di non essere capace della composizione di un poema continuato, esteso per migliaia di versi, secondo la tradizione epica classica, con una storia centrale e all’interno di essa svariate microstorie. Callimaco risponde che non ha alcuna intenzione di “tuonare”, componendo un poema altisonante, austero, impegnato, ma di comporre poesia breve. Inoltre Callimaco rimprovera ai Telchini di non conoscere la techne, l’arte del ben comporre, ma di giudicare un’opera solo in base alla sua lunghezza. Apollo stesso compare come difensore di Callimaco nell’immagine del carro da condurre per una via angusta e itinerari non già battuti, alla ricerca dell’originalità, del nuovo, dell’inusitato. Questa ricerca del nuovo non è tuttavia per Callimaco da intendersi come pura invenzione: “ non canto nulla che non sia attestato” (amarturon ouden aeido). Il mito stesso va si trattato ma, scegliendone una parte meno conosciuta e consumata. Callimaco non può che obbedire al divino Apollo condividendone gli insegnamenti, riprendendo il mito platonico della cicala; il poeta è come la cicala che canta e che fa da intermediario tra gli uomini e le Muse. L’aderenza a questo schema estetico e poetico fa si che anche in vecchiaia i poeti godano del favore delle Muse.

(traduzione dal greco di Giovan Battista D’Alessio)

 Roberto Taioli

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