“La nostalgia dell’infinito. Antologia poetica con inediti 2001-2016” di Marco Onofrio (Ensemble, 2016), letto da Francesca Di Castro

nostalgia«Io vedo l’invisibile, io sento…» (da Ora è altrove: “Ai bordi delle nuvole”) scrive Marco Onofrio chiudendo la sua poesia “Ai bordi delle nuvole”. «È la soglia epifanica del tempo»: ai bordi delle nuvole i sentieri «cominciano nel vuoto» e «sfumano nel vento»… Il tempo, l’infinito, il vuoto, le nuvole: strade maestre rivelatrici delle poesie di Onofrio, qui scelte e riunite a segnare i mille percorsi imprevedibili dei temi significativi della produzione letteraria del poeta negli ultimi quindici anni: da Squarci d’Eliso a Autologia, da D’istruzioni a Antebe. Romanzo d’amore in versi, da È giorno a La presenza di Giano, da Disfunzioni a Ora è altrove, fino al più recente Ai bordi di un quadrato senza lati. Attraverso ricerche morfologiche diverse, sperimentazioni, approcci lessicali rivelatori, illuminazioni euritmiche e visioni oniriche quanto reali – a volte fortemente simboliche –, Marco Onofrio rimane fedele alle sue originarie “folgorazioni magmatiche” – per usare le sue parole – risalenti agli Anni Novanta e già precorritrici dei temi fondamentali che rimarranno a segnare, ovvero a incidere e a scarnificare, i suoi versi.

Conosco da più di dieci anni Marco ed ho avuto il piacere di presentare in Campidoglio, a Roma, il suo delizioso Antebe. Romanzo d’amore in versi insieme al prof. Paolo Emilio Trastulli nel 2007. Leggere le sue poesie è per me come leggere me stessa, vedere l’anima in filigrana, stupirsi dell’emozione che scaturisce da un verso che d’improvviso strappa il velo e rivela l’Altrove. Questo “Altrove” mille volte evocato, cercato e raggiunto, immanente e perduto, percezione certa a cui tendere, mancanza inenarrabile, vuoto incolmabile. È proprio il “Vuoto” secondo Onofrio la parola chiave della sua ultima fase poetica e quella inesorabile malinconia per una totalità perduta, da cui scaturisce lo struggimento nostalgico per l’infinito. La “nostalgia dell’infinito” che dà il titolo alla raccolta (Ensemble Edizioni, Roma, maggio 2016, pp. 174, euro 15) è chiaramente analizzata dal poeta stesso già dalla sua Introduzione, necessaria secondo me, per una corretta lettura del testo perché propedeutica ad aperture inattese e a rivelazioni visionarie. Nell’Introduzione è sintetizzata l’evoluzione poetica di Onofrio che non si limita a spiegare cronologicamente la maturazione e la presa di coscienza dei temi portanti, ma pone se stesso in controluce lasciandosi attraversare dalle sue “albe epifaniche” per rivelare il suo reale abito, quel «vestito d’acqua e sale» che è «saio di freschezza nella luce».

Monaco della parola è Marco Onofrio, eremita dell’anima, pellegrino della notte che nei vuoti siderali dell’universo ricerca l’Uno seguendo le costellazioni dei versi. Preghiera è la sua poesia che nasce dalla contemplazione della Bellezza e canta la gioia della vita lacerandosi col dubbio della sorte. Da D’istruzioni: «Colui solo può conoscere di luce / quel che torna vero dal profondo / per l’oscurità. // È pece che fa esistere la neve / e bianco non sarebbe senza il nero / e il bene senza il male. // Un altro è pure l’uno, oltre se stesso / e mille cose ancora – tutte insieme: / il frutto già nel seme che fiorisce / l’inizio nella fine che comincia / e nell’inizio fine che conclude: / È questa la follia che ti stupisce?» Questa follia è il “silenzio”, la voce del cielo che è lì, su di noi, quello sfolgorante blu sopra le nuvole che «irradia la presenza. (…) / Come un grande sì». Così si conclude la prima poesia della raccolta antologica qui presentata, “La voce del cielo” appunto, e questo «sì» si propaga e genera eco infinite per rendere terso e trasparente l’azzurro per chi sa vedere l’Altrove e non si limita al suono del verso per cercare quella musica unica che solo il Silenzio può dare. E nel silenzio cade ogni velo e «tutto vibra, palpita, respira / in ferma compiutezza / in armonia. // È la divina, mistica euritmia». E in questo “paradigma elementare” il poeta «colmo di silenzio e di splendore» esclama: «Io sono quando amo e sento amore», versi tratti dalla poesia “Alba”; ma ancora più significativa è un’altra alba descritta in “Vigilia” tratta dalla silloge È giorno del 2007: «Shh… / La notte sta morendo. / E giunge l’avanguardia della sveglia / diana, santa stella, sentinella / annuncio al primo raggio – / chiaro e amore. / Si accende il cielo ad est! / È qualcosa che torna dopo un viaggio. / E suona la gora dei venti…. // Frecce di voli distesi / traiettorie ardite / garriscono agli incroci / acutamente / e il cuore impazzisce / perché una gioia così grande / non contiene. / Palpita palpita / come le ali / come il rosso delle labbra e delle gole. / Il ritmo che fibrilla nell’ovunque. / Il frusciante cammino della Vita. / Il sangue buio nelle vene. / E il confine insuperabile del tempo. / Ora». È il canto della vita, quel “Cantico delle Creature” dal quale Onofrio trasse il lacerto «lo quale è iorno, et allumini noi per lui» che divenne il nucleo generatore della sua raccolta È giorno, un nucleo antichissimo, come lo definisce, un viaggio crepuscolare rielaborato nel corso degli anni che proclama quei principi di armonia e di esaltazione della natura che rimarranno stabili – anche se a volte velati dall’amarezza di un pessimismo doloroso – fino all’oggi.

La negatività, l’angoscia, il dolore del vivere segnano semmai le raccolte più recenti, anche se già in Autologia, del 2005, in “Diluvio” in particolare, la mancanza e la solitudine incalzano l’amarezza in rabbia crescente: «Vive, vive e non risponde all’apparenza / questa vita» (…) «Resto solo di me, qui, con questo vuoto / quando stringo tra le braccia la mia notte / e non ritrovo / l’isola di luce nell’azzurro, / ma solo buio pesto e disperato / e l’ombra di un sorriso che scompare. // E non è questo vivere, mi pare…» Di ben altra durezza le visioni tagliate nel basalto e incise con la lava incandescente d’una parola dannata e in sé profetica che grida all’uomo: «Ingrassiamo di dolore / per la baldoria guasta / di una festa grande / che verrà»; oppure nella poesia “La bestia”, incalzanti endecasillabi feroci come staffilate: «(…) e fece tenebra di notte a mezzogiorno / e il mondo più non vide cosa alcuna / e da se stesso ovunque il suo contorno / sparì nel lato opposto della luna. / Cercammo Dio: non c’era. / La bestia ci sorprese tutti quanti. / Di tante anime ritornò nessuna». Sono due componimenti tratti da Ai bordi di un quadrato senza lati, del 2015: forse la più cruda delle raccolte pubblicate da Marco Onofrio. Tuttavia, leggendo le poesie dell’antologia, ci rendiamo conto che la vera causa di tanta asprezza è il vuoto, la mancanza, proprio la nostalgia dell’infinito. «Siamo i passanti: ombre di fumo / che corrono per terre evanescenti» scriveva già in un inedito del 2003 (“Essere – IV”), per correggersi subito nella poesia successiva, anch’essa inedita ma di ben 10 anni successiva: «Eppure è sacra l’imperfezione / che ci rende erranti». E più avanti: «Ascolta il grande suono della vita / lo spazio dentro il vuoto, il suo mistero». Eccolo, il canto che ritorna e che s’immola, l’estasi di uno sguardo sopra il mondo che trapassa l’azzurro nell’ascolto e si fa conchiglia ad ogni mare e nuvola di filo che si scioglie in orizzonti vasti che sconfinano… L’infinito è «l’euritmia che vibra dentro l’aria / nel corpo vivo della madre terra / il fuoco azzurro della sua cintura / la grande verità della natura: che il mistero è qua!» (“Il mistero” tratto da Ora è altrove, 2013)

Bellezza, Armonia, Natura: temi ricorrenti, fonti di canti limpidi e vibranti, nozze mistiche con l’eternità della perfezione che attraverso «lo splendore muto delle cose» e «il prodigio che non finisce»; attraverso la «clemente solitudine dei luoghi: / il silenzio, che dorme sopra i mari / e intorno ai monti, mentre la vita / ferve e la nuvola va» (“Il Mistero”), ti rivelano che «lo splendore che tu vedi nasce dalla luce dei tuoi occhi» (…) perché «tu racchiudi il mondo!» e «imparerai a rinascere dal dono. / Ti spetta giusto quello che avrai dato». (“Lo splendore”). Una parola ancora per la luce, le ombre ed i colori che vibrano e tagliano di netto come meridiane delle ore molte poesie di Onofrio. Luci armoniose d’albe e tramonti, mai accecanti, dipinti di lacche cinesi su vaste tele d’orizzonte che sconfinano nei blu cobalto della notte. «Poi, a sera, il verde marezzato / che s’inconca / dentro l’arancione del tramonto / e il rosso cupo, il nero / e il grigio, il viola / e l’oro dell’oscurità» (“La prima notte del Creato”); e altrove il richiamo a questa linea d’orizzonte, incerta cerniera tra il finito e l’infinito, diventa anelito, invocazione, quasi commozione: «E all’improvviso qualcosa accade. / Laggiù, laggiù. In fondo. Al limite / della via di luce. L’oro. Laggiù. / L’oro…» (“Mito tirrenico”). Incontenibile splendore che toglie il fiato e lascia sospesa la voce: «E m’incanto / dinanzi ad una bellezza / così grande da comprendere / così tremenda da sostenere» (“Incanto”). La nostalgia dell’Infinito di Marco Onofrio è in realtà il Canto all’Infinito, canto che diffonde la gioia del donare perché la vera missione del poeta è con–dividere e consegnare il seme eterno del messaggio, la parola rivelata. E Marco sa come si fa.

Francesca Di Castro

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