Nel 750° della nascita di Dante: Ma già volgeva il mio disio e ‘l velle […] l’amor che move il sole e l’altre stelle (Paradiso, XXXIII, vv. 143-145), di Giovanni Caserta

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Salito nel cielo Empireo, quando ancora credeva di avere a fianco Beatrice, Dante si accingeva., al solito, a far domande su cose “di che la mente sua era sospesa”. Ma, girandosi su un lato, con somma sorpresa scopriva che, al suo fianco, non c’era più  Beatrice. “Credea – dice – veder Beatrice, e vidi un sene / vestito con le genti gloriose” (Paradiso, XXXI, vv. 59-60).

Si è nella giornata di mercoledì 13 aprile 1300, ormai all’ultimo atto. Il Santo vecchio, il “sene” che ha preso il posto di Beatrice, è san Bernardo. Beatrice, nel frattempo, è volata ad occupare il gradino del Paradiso, che le si addice. Tutti i beati, così raccolti intorno a Dio, costituiscono una rosa con nove ordini di petali, tanti quanti sono i cieli. In quanto spirito amante, a Beatrice è toccata, corrispondente al cielo di Venere,  la terza fascia di petali, all’interno dei quali, punti luminosi, volano gli angeli. A san Bernardo spetterà il compito di guidare, anzi sostenere Dante nell’ultima sua visione.

Perché sia stato scelto san Bernardo, non è difficile a dirsi. Vissuto tra il 1091 e il 1153, san Bernardo fu monaco impegnato nella vita religiosa e sociale. Condusse vigorose battaglie contro gli eretici, sostenendo la necessità della Crociate; contemporaneamente, conduceva vita mistica, di adorazione e contemplazione. Da tutti era conosciuta la sua devozione alla Madonna, che, come buona madre, era considerata mediatrice necessaria tra l’uomo e il Padre, sempre severo. La definiva Stella maris, cioè punto di riferimento per gli uomini che si agitavano tra le tempeste dell’Oceano. Ciò era particolarmente noto ai tempi di Dante, che, perciò, molto opportunamente, fa di san Bernardo una sua guida e, per dir così, garante verso Maria. Questa, nel contesto della rosa dei beati, appare  fonte particolarmente luminosa, intorno alla quale si muovono, più numerosi che mai, angeli festanti, finché uno di essi, che si saprà essere l’Arcangelo Gabriele, “cantando ‘Ave Maria gratia plena’, / dinanzi a lei le sue ali distese” (Paradiso, XXXII, vv. 95-96). Allora “rispuose a la divina cantilena / da tutte le parti la beata corte, /sì ch’ogni vista sen fé più serena” (Paradiso, XXXII, vv. 97-99). Si creano così, grazie ad un immenso coro, le condizioni di trasporto mistico, per cui Dante può tentare di avvicinarsi a Dio e annullarsi in Lui. Urge solo – gli dice  san Bernardo  – chiedere “grazia da quella (la Madonna) che puote aiutarti, / e tu mi seguirai con l’affezione, / sì che  dal dicer mio lo cor non parti” (Paradiso, XXXII, vv. 149-150). Cominciava così la sua santa orazione.

La preghiera di san Bernardo alla Madonna è considerata la più intensa che anima religiosa possa concepire. In essa i pensieri più complessi e difficili sembrano essere il frutto di un empito mistico, prima ancora che di un razionale concepimento. La Madonna, come aveva più volte ribadito nei suoi scritti san Bernardo, è madre, ma anche vergine, ed è figlia di Dio, il quale, avendo indossato la figura umana di Cristo ed essendo nato dal grembo della Madonna, è padre e figlio nello stesso tempo.  Nessuna mente umana, che non fosse quella di un grande poeta, poteva concepire un verso come il seguente. “Vergine madre, figlia del tuo figlio” (Paradiso, XXXIII, v. 1). La Madonna è anche, contemporaneamente, umile e alta, anzi tanto più umile quanto più è alta, essendo stata scelta, nello scorrere del tempo, come un momento fisso di grande svolgimento nella storia, in rapporto al quale esiste la storia prima di Cristo e la storia dopo Cristo. Stando nel punto più alto e centrale della rosa dei beati, Ella è fonte di carità  in terra, quale madre, ed è speranza per gli uomini, anche peccatori. Senza di lei, Madre, sarebbe difficile piegare il cuore del Padre. Infatti – le dice  san Bernardo, – “Donna, se’ tanto grande  e tanto vali, /che qual vuol grazia ed a te non ricorre, / sua disianza vuol volar  sanz’ali. // […]  In te  misericordia, in te pietate, / in te magnificenza, in te s’aduna / quantunque  in creatura è di bontate” (Paradiso, XXXIII, v. 13-21).

 Ed è qui che, con notevole svolta, improvvisamente san Bernardo scende alla concreta ragione della sua presenza e della sua solenne invocazione, cioè al suo raccomandato. C’era stata, finora, una effusione di mistici rapimenti, che facevano appello alla onnipotenza della Donna, senza che ancora se ne sapessero le finalità. La ragione, invero, è semplice e modesta, ma solo in apparenza. Tutto è stato detto ed è stato fatto perché un peccatore, uno qualunque dei tanti peccatori, venuto dal fondo della terra, cioè dall’Inferno, chieda “l’ultima salute”. E’ quanto dire che, per la Madonna, nel pensiero di san Bernardo e della Chiesa, non esiste gerarchia tra gli uomini, perché tutti sono ugualmente suoi figli e a tutti Ella pensa. E uno vale molti e vale tutti. Né si chiede solo che Dante possa vedere Dio; ancor più importante è che possa conservare sani i suoi sentimenti per tutto il resto della sua vita. Ed è su questa richiesta che tutto il Paradiso, investito d’amore, è con le mani giunte ad accompagnare la preghiera di san Bernardo.

Come si vede, almeno nella preghiera di san Bernardo, non c’è alcun riferimento alla missione di Dante che, tornato sulla terra, potrà descrivere e dire quello che ha visto. Una simile ragione veniva posta da Virgilio nell’Inferno e nel Purgatorio, dove sono spiriti che desiderano essere ricordati sulla terra o chiedono vendetta. San Bernardo chiede solo la salvezza di Dante, che, come si è detto, è uno, ma vale molti e vale tutti. E ora, avendo gli occhi della Madonna assentito tenendosi fissi in quelli di san Bernardo, è segno che, ormai, può cominciare il processo di trasumanazione di Dante. Ha perciò inizio un tormentoso e tormentato  avvolgersi del poeta, nel tentativo di dare  almeno un segno di quel che vedeva e gli succedeva dentro.

All’inizio del Paradiso, parlando  del suo primo incontro con Beatrice, aveva detto di essersi sentito, dentro, quale si sentì Glauco, il mitico pescatore che, avendo mangiato l’erba a contatto con la quale i pesci tornavano a vivere, sentì un totale sconvolgimento, che lo fece dio fra gli dèi.  Questo significa “trasumanare”, cioè andare oltre la natura umana. Ma aveva anche aggiunto: ”Trasumanar significar per verba  / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperienza grazia serba” (Paradiso, I, vv. 70-72). Ora, però, l’esperienza tocca lui per la seconda volta, e sicuramente in modo più intenso. Né può sottrarsi al tentativo doveroso di dire quello che l’esperienza gli ha riservato, ancorché sia cosa non chiaramente esprimibile. Le parole sono logos, cioè ragione; ma quello che vide e che sentì andava ben oltre la ragione e la logica delle parole. Si tratta, per  dirla in altro modo, di esprimere l’infinito col finito. Come fare? Potrebbe cominciare col descrivere quello che vide. Ma, come si è detto, gli strumenti fisici, gli occhi, ormai è come se non ci fossero più, completamente sopraffatti dalla luminosità della visione. Insomma “la vista cede”. E, d’altro canto, cede anche persino la memoria, che è come oltraggiata, cioè violentata. Ormai fuori di sé, il pellegrino  è come se stesse sognando e stesse facendo uno di quei sogni che ti lasciano turbamento, ma nulla ti comunicano sul loro contenuto, cioè sui fatti sognati.

Per fortuna, stante  la condizione di beatitudine propria del Paradiso, il turbamento  è dolcezza che si distilla nel cuore, goccia dopo goccia, come quando lentamente si scioglie la neve,  cancellando ogni impronta. La mente, infatti, è così assorbita dalla visione, che un attimo di quella immersione vale, come oblio e assenza, più che venticinque secoli dalla stupefacente impresa della nave Argo e degli Argonauti, che sbalordì Nettuno, il dio del mare. In questa condizione di immersione totale e di abbandono, la mente di Dante poté comunque toccare il fondo e il senso dell’essere, dell’essenza e dell’esistente, perché in Dio poté cogliere, ben unito, tutto quanto si “squaderna”, cioè si distribuisce e si realizza nell’universo. “La forma universal di questo nodo / credo ch’io vidi – dice il poeta -, perché più di largo, / dicendo questo, mi sento ch’io godo” (Paradiso, XXXIII, vv. 91-93).

E’ una gioia, tuttavia, che, coerentemente con tutto il progetto della sua opera, Dante non sente di dover provare da solo. Pur confessando a più riprese la impossibilità di rappresentare ciò che vide, non rinunzia a fare tentativi su tentativi. L’ultimo sforzo compiuto è la volontà di rappresentare la essenza stessa di Dio, uno e trino. Ha detto  che delle cose viste ha un ricordo assai parziale. Però può dire che l’intensità della luce aumentava costantemente, e non perché essa fosse mutabile, ma solo perché aumentava la sua potenza visiva. Ad un certo momento, finalmente, apparvero tre cerchi uguali, di cui uno era riflesso dell’altro. Erano il Padre e il Figlio. Come poteva negarlo ai suoi lettori? Il terzo cerchio “parea foco / che quinci e quindi  igualmente si spiri” (Paradiso, XXXIII, vv. 119-120). Ed era lo Spirito Santo, amore tra il Padre e il Figlio.

 Ovviamente, parlar di cerchi,  per significare l’Unità e Trinità di Dio, è assai limitativo. Ma che cosa potrebbe fare la mente umana, avendo a disposizione una lingua necessariamente circoscritta e limitata alla esperienza di oggetti concreti e finiti? Non meno limitativo e quasi offensivo è il riferimento al geometra, che cerca di arrivare alla quadratura del cerchio e non riesce. Però quell’esempio, ancora una volta, è l’unico modo per scendere al livello del lettore  e dare una idea approssimativa di un mistero, che il cristiano accetta solo per fede. Ci si riferisce alla incarnazione di Cristo, che, racchiudendo la sua infinita divinità nei limiti e nelle miserie del corpo umano, affrontò, lui che era Dio, il dolore e la morte.  Ad un certo momento – si legge – nel cerchio riflesso (Cristo), che non è da meno del cerchio riflettente (Dio Padre), parve configurarsi l’immagine di un volto umano che, non si sa come né perché, perfettamente aderiva alla forma del cerchio. Inutilmente, infatti, si sarebbe cercato “come si convenne / l’imago al cerchio e come vi s’indova” (Paradiso, XXXIII, vv. 127-128). Era il massimo che ad una mente umana poteva essere offerto. Infatti, a quella visione seguì un fulgore, a causa del quale il poeta perse ogni sua identità, diventando musica, armonia, nota nell’universo e dell’universo. “All’alta fantasia  – conchiude – qui mancò possa; / ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, / sì come nota ch’igualmente è mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, vv. 142-145).

Chiusura più bella, opportuna e poetica, in verità, non si poteva immaginare, alla fine di un cammino difficile che, partito dall’Inferno, cioè “dall’infima lacuna dell’universo”,  era arrivato a contatto con Dio. E’ il cammino che dai boati, dalle urla, dalle bestemmie e dal buio si leva verso un luogo non sopportabile da occhio umano e comunque sempre avvincente, tanto che non permette di allontanarsi da esso. Ne segue la celebrazione del concerto universale, in cui l’uomo, peccatore, ormai deterso di tutte le sue scorie, corre insieme con l’amore universale, che muove il sole e le stelle. In realtà, basterebbero questi tre versi finali a dare luce e poeticità al canto, che non pochi, invece, hanno visto troppo dotto e troppo appesantito da considerazioni teologiche ed istanze didascaliche. In verità, se  il criterio di giudizio dovesse passare solo attraverso l’intento didascalico e dottrinale, tutta la Divina Commedia sarebbe da considerarsi un poema fallito. Il problema è che, al di là delle intenzioni, esistono l’animo del poeta e la sua umanità. Il canto XXXIII, perciò, pur in sé difficile (non meno di altri), è in coerenza con il luogo e con il tempo.

Si è nel cielo Empireo, a contatto diretto con Dio, nel momento in cui il ciclo di purificazione si è chiuso. Si è davanti a essenze che nessuno ha visto e di cui non esiste esperienza, eccetto il caso fabuloso di San Paolo, che, prima di Dante, avrebbe avuto la visione dell’aldilà. Ma Dante, che non è san Paolo, nulla può fare se non abbandonarsi ad uno sforzo linguistico e alla confessione di una costante impotenza, che costituisce, in certo qual modo, il suo cruccio e motivo di ansia e sofferenza. Proprio perché preso dal suo intento e progetto pedagogico, cui non può venir meno, egli sente l’inadeguatezza degli strumenti a disposizione, che non gli consentono di assolvere in pieno alla sua funzione. E’ come balbuziente. L’aveva detto all’inizio della cantica, chiedendo ad Apollo la grazia di rappresentare almeno l’ombra del beato regno. Nel canto XXXIII, alla fine del suo viaggio, chiede di poter dare almeno “una favilla sola della gloria divina, da lasciare alla futura gente” (Paradiso, XXXIII, vv. 71-72). Così come era stato scritto da Croce, ma anche da altri, la forza poetica è da cogliere proprio qui, nel disperato tentativo di descrivere, nel migliore dei modi, quello che appare. E nell’esprimere questa tensione e quest’ansia, quasi tormento, un vero travaglio, egli traduce una condizione tutta umana di debolezza, che ben può dirsi poetica. Alla fine ha scelto l’annullamento nell’amore universale, dando negli ultimi tre versi, a nostro parere, giunto al culmine dell’intera opera, il sommo della sua poesia. Che qui si è fatta veramente troppo elevata e, perciò, veramente difficile da spiegare.

Giovanni Caserta

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.

E io ch’al fine di tutt’i disii
appropinquava, sì com’io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.

Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:

ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual è colui che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visione, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond’io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa,
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;

però che ‘l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;

ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer “poco”.

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

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