Wanda Marasco, “La fatica dello stormo”, La vita Felice – 2013, letta da Dante Maffia

la-fatica-dello-stormo-125593Finito di leggere il libro ho avvertito delle sensazioni che tra loro contrastavano e quasi quasi volevano fare a botte, ho avvertito che sostanzialmente si tratta di poesia d’amore e poi invece di indignazione, poesia che rompe con la tradizione, che la rispetta, che la conduce a proprio piacimento aprendola alle suggestioni di immagini che appaiono e dispaiono ma lasciano tracce forti che piano piano rigermogliano. Non dovevo assolutamente dimenticare che Wanda Marasco oltre che poetessa e narratrice di vaglia è anche attrice e regista, autrice di testi che utilizzano la parola come “gesto”, “posa”, “dinamica del sottinteso”. Avrei dovuto perciò leggere dando attenzione alle pause, ai rinvii, al detto ma non troppo detto, avrei dovuto origliare ai sussurri di Wanda e coglierne i lampi sotterranei, le valenze che riescono a dare ai sentimenti l’aura della relatività. La poetessa è molto brava nel saper ripercorrere i momenti sacrali della sua esistenza evitando tuttavia il clamore del ricordo e della nostalgia e riuscendo a stabilire tra lei e la cosa detta un rapporto di partecipata neutralità. In questo modo il dettato si fa nitido e perentorio e non perde il lievito da cui scaturisce, anzi moltiplica le assonanze, fa affiorare risvolti impensati o da tempo dimenticati nel groviglio della quotidianità.

“In gola per chiamarlo
ho pattuito le parole
perché non fosse stanco il verso
di farsi così nudo e dono”.

E’ soltanto un esempio della icasticità di Wanda, del suo saper entrare nell’essenza e registrare il filo rosso degli eventi evitando la comparsa del risaputo. Ciò riesce ad ottenere perché utilizza le parole vestendole con una maschera per la recita che via via diventa quasi cruenta per le anamnesi, per le analisi, per gli improvvisi rivolgimenti di senso:

“Riposino gli occhi
che videro rimarginarsi i corpi
nella casa del rimpianto
in basso dentro le scarpe vuote
in alto vicino alle grandi narici
delle nuvole naturate”.

E’ come se Wanda non volesse smuovere nessun oggetto dalla vecchia casa e comunque volesse, a un tempo, rimescolare tutto per annotare, rivivere e subito cancellare dolore e gioia, tristezza e angoscia per un approdo nuovo e duraturo. Si sente un grido inespresso in ognuna delle poesie, una lontana voce di bambina a cui è proibito piangere. Così il linguaggio si sgretola e corre per analogie che il lettore non può percepire nella loro interezza se non entra nella complicità del mondo di Wanda, se non trova la freschezza dello sguardo e del cuore che permette di conoscere i fantasmi di un’anima insaziabile, inquieta, rosa dal dolore della perdita e comunque pronta a riandare per i sentieri della vita. Non meravigli se Wanda a volte ferma il dettato sull’orlo del baratro (un baratro che lei stessa non vede appieno ma che esiste ed è bocca metafisica lancinante e pronta a ghermire), non meravigli che molte cose siano appena accennate e altre deviate su accorgimenti semantici dello smarrimento: Wanda si offre e si nega, oscilla, si sbilancia, chiede la sua parte di umanità ma riesce a prendere briciole di sineddoche:

“Sto parlando del segreto di una casa
o dell’alone che un respiro lascia.
E c’è dietro la porta un giorno
un’altra lenza con l’amo inabissato
che pesca nell’oscillo il pesce d’oro”.

Dante Maffia

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