Beppe Mariano, “Il seme di un pensiero”,Nino Aragno Editore – 2013, letto da Dante Maffia

MarianoCominciamo con L’età davanti, la poesia che chiude il volume (oltre cinquecento pagine): “Quando molto o quasi tutto / sarà perduto, e neve obliosa / comincerà a stendersi / come un sudario, / il sonno sarà il quotidiano / fraterno rifugio, la speranza vile / di poterlo prolungare, / quietamente, / senza dolore, / senza più essere”.

C’è una ragione precisa, questa composizione è la sintesi del percorso umano e poetico di Beppe Mariano che ha vissuto in pienezza e accorgendosi che ci sarà un momento in cui tutto si dissolverà, s’illude di poter prolungare i giorni al di là di quelli stabiliti. Consapevolezza e strazio, coscienza di quel che è l’uomo, di ciò che diventerà dopo la morte. Certo, non ci sarà il dolore e ci sarà soltanto l’assenza, ma è proprio questa assenza che certifica la presenza della poesia, che crea un luogo non luogo dove tutto si arena e dove ricomincia il germoglio e il fiato d’esistere nella parola. E’ l’opera omnia di Beppe Mariano, le poesie scritte dal 1964 fino al 2011, ed è avallata da scritti prestigiosi firmati da Giuseppe Conte, da Sebastiano Vassalli, da Giovanna Ioli, da Giorgio Barberi Squarotti, da Barbara Lanati, da Giorgio Luzzi, da Giovanni Tesio, da Elio Gioanola e da Gianni D’Elia. Scritti che hanno saputo interpretare un poeta nel suo cammino sempre teso alla conquista di una identità piena e ricca di fermenti. Ma vorrei un attimo soffermarmi su una espressione di Giovanni Tesio che parla di “Lirismo narrativo per eccellenza” e ribadire che la poesia non può che essere lirismo, ovviamente con connotazioni che non restano legate agli stilemi e alle cadenze di un tempo ma che sanno rinnovare musica e istanze sociali e perfino antropologiche e politiche. Beppe Mariano ha la mano ferma, ha un suo timbro riconoscibilissimo al primo impatto e ciò significa che egli possiede un mondo molto particolare e denso di accensioni, di impennate che entrano nel passo delle fibrillazioni umane per carpirne la densità dei significati. Giuseppe Conte annota: “Mariano ha capito che Pavese non andava letto con il semplice filtro del realismo, che aveva in sé, nei versi di Lavorare stanca e di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, un giacimento di forza mitopoietica che andava scavato e portato alla luce”. E lo ha fatto, ma prendendo da Pavese semplicemente la spinta per subito applicare un suo modo di penetrazione interpretativa che gli ha permesso di raggiungere una sua identità modernissima e molto accesa di risvolti importanti per capire ciò che oggi avviene nella città e direi nel mondo. Non si dimentichi comunque che quasi sempre gli incipit di Beppe Mariano sono annotazioni fatte quasi in sordina, appunti per un diario di ciò che sta davanti ai suoi occhi. Ma via via che si svolgono i fatti tutto si tinge di qualcosa che sposta l’asse dello sguardo pere entrare nel pulviscolo di una dimensione quasi metafisica. Le oscillazioni, dunque, sono d’obbligo in questa poesia e di conseguenza è d’obbligo il ritmo serrato delle immagini che si srotolano con compattezza ed evidenziano il carattere di una poesia che sa essere perfino irriverente (basterebbe rileggere Sintonia  per rendersene conto). Quel che meraviglia, in positivo, è la coerenza espressiva di Beppe Mariano che a cominciare dal 1964 non deraglia per scoscendimenti e non corre appresso alle mode con cambiamenti repentini e approssimativi. Egli ha un suo mondo, un suo modo d’essere e una sua espressività ben individuabile e la mette in atto con convinzione, ovviamente affinandola e rendendola molto duttile e malleabile, non infossandola nei rituali. Il risultato è questo volume che pone il poeta tra le presenze più interessanti e importanti degli ultimi decenni, un volume che bisogna sfogliare e godere in dosi omeopatiche per saggiarne tutta la densità e tutta la vigoria in pagine esemplari:

Prima di essere psicanalizzati / da intrusi di passaggio / ricordiamoci che i divieti // vanno rigorosamente inosservati / Se vogliamo che l’arboricidio fiorisca perfetto”.

Dante Maffia

marianoBeppe Mariano nato a Savigliano il 1 marzo 1938, è diventato torinese – come ha scritto Giorgio Luzzi – per cultura e frequentazioni. Per vent’anni ha collaborato alle pagine culturali de «La Gazzetta del Popolo» prima e di «Stampa Sera» poi. Anche Firenze, dove ha terminato gli studi ed è stato per parecchi anni redattore di una rivista di poesia, gli è stata formativa. Poeta appartato. Tra i premi vinti, si ricorda il ‘Cesare Pavese’ per la poesia edita, 1997. Auspice il pittore e critico Albino Galvano, Mariano ha svolto dal 1973 al 1980 attività di poeta visivo (2002). Una sua prima, parziale antologia poetica è stata pubblicata nel 2007 con il titolo Il passo della salita. Ha scritto racconti, testi teatrali (il principale è Il caso Molineri) uno dei quali, vincitore di un concorso nazionale, è stato messo in scena nel 1987 da “Il Teatro delle Dieci” di Torino. Dopo essere stato, negli anni Settanta, cofondatore e redattore della rivista «Pianura», diretta da Sebastiano Vassalli, nel primo decennio del Duemila ha condiretto prima a Milano, poi a Roma, la rivista «Il cavallo di Cavalcanti».

 

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