Giuseppe Ungaretti “ottantenne” a Palazzo Chigi, di Marco Onofrio

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ETERNO

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla

 

STASERA

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia

 

UNIVERSO

Col mare
mi sono fatto
una bara
di freschezza

 

LA MADRE

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà  fatto cadere il muro d’ombra
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

SENTIMENTO DEL TEMPO

E per la luce giusta,
Cadendo solo un’ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura,
Ogni mio palpito, come usa il cuore,
Ma ora l’ascolto,
T’affretta, tempo, a pormi sulle labbra
Le tue labbra ultime.

L’occasione fu di quelle solenni e ufficiali, che non si dimenticano: Ungaretti festeggiato a palazzo Chigi per il suoi ottant’anni (10 febbraio 1968). Un omaggio all’uomo e al poeta (al poeta in quanto uomo e viceversa), che nel suo caso coincidevano intensamente, raccolti in un potente sigillo di autenticità, di verità interiore. Il ricevimento fu offerto dall’allora presidente del Consiglio, Aldo Moro. Convennero quel giorno numerose personalità del mondo politico, culturale e artistico italiano. Fra i nomi di spicco, si registrò anche la presenza «desiderata e sperata, ma tutt’altro che sicura alla vigilia» (W. Mauro) dei “colleghi” Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale (già senatore a vita), ai quali da tempo Ungaretti veniva semplicisticamente accostato, a comporre una sorta di ideale triade “ermetica” – le “tre corone” della poesia italiana del Novecento. Quasimodo ricordò nel suo intervento il lungo itinerario ungarettiano, e la parte che spetta alla sua poesia nello scenario della cultura europea. Montale mise l’accento soprattutto sulle recenti poesie d’amore, valutandole come «segno inequivocabile della giovinezza d’animo del poeta e della freschezza perenne della sua poesia». Prese poi la parola Aldo Moro, attestando la gratitudine del Paese per l’onore derivato da Ungaretti, dalla “validità universale” della sua opera. Per poi concludere: «Il Governo è consapevole della esaltazione che lei ha fatto e fa dei valori umani. Non si può che restare colpiti e commossi dalla sua vitalità spirituale, intellettuale, artistica e morale. Perciò l’augurio che oggi si deve formulare non può essere che questo: Ungaretti continui ancora per molti e molti anni la sua preziosa attività. Il Governo ringrazia il poeta». A quel punto toccò ad Ungaretti ringraziare Moro per l’onore resogli, nonché Quasimodo e Montale per la valutazione critica della sua poesia. Poi se ne uscì con una battuta che restò memorabile, e che fece rapidamente il giro del mondo: «Non dico mai di avere ottant’anni: dico di averne quattro volte venti». Come nella lingua francese, che Ungaretti conosceva e padroneggiava benissimo, dove il numero ottanta significa, letteralmente, “quattro volte venti” (quatre-vingts). Quindi aggiunse: «Non so se sono stato un vero poeta, ma so di essere stato un uomo; perché ho molto amato e molto sofferto, ho molto errato e ho saputo, quando potevo, riconoscere il mio errore, ma non ho odiato mai».

La battuta di Ungaretti, spirito a parte, era quanto mai appropriata a fotografare il momento che egli stava davvero attraversando. Un tempo “altro” della vita, e quindi della poesia: un’autentica “seconda giovinezza”. Il già proverbiale ardore ungarettiano si infiamma all’improvviso di pulsioni: da questa traboccante e incontenibile “piena del cuore” sgorga, per i suoi versi, una linfa che li nutre e rinverdisce: la freschezza di una nuova Primavera. Che cos’era accaduto al “vecchissimo ossesso” (come lui stesso usava definirsi)? Aveva semplicemente aperto il cuore – già vedovo, dal 1958, della moglie Jeanne – a una nuova stagione di slanci emozionali: innamorandosi prima della giovane poetessa Bruna Bianco, conosciuta a San Paolo del Brasile nella primavera del 1966, con la quale «stabilisce un intenso legame», contrappuntato da «appassionate missive e da confessioni in bilico tra la giovinezza perduta e l’energia morale che il giovane amore provoca nel vecchio poeta» (W. Mauro) – legame che si traduce anche sul piano poetico, in un Dialogo di liriche alternate; poi di Dunja, la “capricciosa croata” cui dedica la sua ultima poesia, “L’impietrito e il velluto”, scritta tra la notte del 31 dicembre 1969 e il 1 gennaio 1970. Ricorda Zanzotto: «Negli ultimi mesi della sua esistenza, così giovanilmente, con innocenza, si era ristabilito a Milano, ed era andato ad abitare in un piccolo appartamento di periferia, come un ragazzo, seguendo un autentico, semplice, innocente impulso amoroso». Ma già tre anni prima l’incontro con Bruna aveva scosso, anche esteriormente, la sua vita. Annota Walter Mauro: «Con sorpresa Piccioni lo vede abbandonare il bastone, l’abito serio e la cravatta, e iniziare a vestire maglioni a giro collo, a conferma di un repentino ringiovanimento, una sorta di tuffo all’indietro che ne rinfresca la mente e le forze». Sono, come si sa, i prodigi di cui è capace l’amore in un uomo.

Ma che Ungaretti fosse un uomo d’amore, intesa la parola in senso lato (al di là cioè dei singoli rapporti), stava tutta la sua vita a dimostrarlo. Era un uomo vivo, profondamente vivo. E amava la vita come pochi. Per questo amava i giovani: stare con i giovani, dalla loro parte. Incontrava spesso gli studenti. Era aperto, generoso, appassionato. Un poeta corale e unanime, senza barriere divisorie o preconcette. Poeta sommo – eppure così vicino, fraternamente umano e solidale. Quando leggeva le sue poesie in pubblico o in televisione bruciava come un tirso, e la sua fiammata era indimenticabile. Sul suo viso era visibile una sofferenza, una pena effettiva, e a tratti un improvviso illuminarsi e vibrare. Impressionava per sempre chi lo ascoltava o vedeva. Era in definitiva un grande comunicatore, capace di bucare il silenzio o il teleschermo con i suoi sguardi profondissimi, la sua voce cavernosa e dolce, i suoi estri repentini e i suoi furori. Un temperamento vulcanico, potente, viscerale. Scrive Libero Bigiaretti: «Gli piacevano gli aggettivi superlativi come enorme o immenso (…) Parlando, raccontando, esprimendo idee o descrivendo luoghi e persone, Ungaretti coloriva, illuminava, ingigantiva. Allo stesso modo amava impetuosamente, si sdegnava esageratamente (…) I suoi grandi sdegni e furori potevano nascere da occasioni minime, partivano dal brontolio e arrivavano all’urlo (…) Ma il tutto si spegneva poi, seppure non placidamente né di colpo, nella generosità del suo animo e nella vasta disposizione all’affetto».

Nel 1968 traduce e commenta l’Odissea in RAI, e la gente comune, incontrandolo, lo scambia per un grande attore della televisione. Qualcuno, più fantasiosamente, potrebbe anche immaginare che Omero stesso sia stato catapultato a parlare dagli schermi televisivi, tanto ieratica e autorevole appare la figura del poeta. Ascoltiamo la testimonianza di Francesco Paolo Memmo: «Aveva quegli occhi incredibili, scavati, che ti scavavano, quando lo vedevo in televisione; con una bellissima barba bianca, negli ultimi anni: lo ricordo, ad esempio, seduto accanto a un albero, su un prato, in un videoclip ante litteram, mentre Iva Zanicchi cantava una canzone evidentemente a lui dedicata». Ecco l’apertura umana di Ungaretti: la sua capacità di non precludersi all’esperienza, di non mettere “a priori” e non farsi preconcetti. La sua fame di vita. I suoi occhi che ardono di fuoco: che «quando vi fissano, sembrano quelli di un bambino, limpidi e azzurri e ridenti, ma quando lanciano uno sguardo di traverso allora par proprio di vedere gli occhi del diavolo» (E. Della Giovanna). La stessa disposizione affettiva che lo porta a leggere le poesie di Vinicius de Moraes in un disco (“La vita, amico, è l’arte dell’incontro”) inciso insieme a Sergio Endrigo; o a fare l’alba in giro per le strade di Roma, con Leone Piccioni e il poeta brasiliano, che non a caso lo chiamava “bambino di mille anni”. La vitalità del quattro volte ventenne sta, una volta di più, a dimostrare che l’età anagrafica è relativa: ciò che conta è lo spirito, è il modo in cui si affrontano le cose. Per restare giovani dentro occorre mantenersi vivi e ingordi di vita, pieni di interessi e di passioni. Ci rendiamo conto, così, che Ungaretti il “giovane” – benché prossimo alla morte – con quella poi celebre battuta, al di là dello scherzo, era andato a toccare una profonda, umana verità.

Marco Onofrio

 

2 commenti
  1. Bellissimo ricordo, Marco dell’uomo e del poeta Ungaretti. Grazie. Anch’io da piccolo lo sentivo recitare in televisione con quella cadenza lenta che scavava in ogni singola parola, e imparai con lui ad amare un altro tipo di poesia, quella che non si insegnava ancora a scuola, quel modo scarno, essenziale, levigato di scrivere. Poi con gli anni ho provato a scrivere pure io qualche verso con quella lezione che mi era rimasta nel cuore e nella mente. E con me chi sa quanti altri hanno fatto lo stesso percorso e hanno indirizzato la loro vita in un certo modo solo perché qualche sera a casa loro ebbero modo di ascoltare Ungaretti alla televisione. E oggi? Dove, quando, la poesia entra nelle nostre case? Dove quando la televisione fa cultura? Io credo che la durezza, la famelica materialità degli uomini di potere di oggi, la mancanza di pietà e di valori, è figlia di questa scelta che pone l’egemonia del denaro sopra ogni altro valore.

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