Marco Onofrio legge “La Terra di Tutti” di Massimo Pacetti

terratutti_big di marco onofrioLa selezione antologica “rivisitata” raccolta, a cura di Raffaello Utzeri, nelle 150 pagine de La Terra di Tutti (EdiLet, 2014, Euro 14), rappresenta il libro della maturità poetica di Massimo Pacetti. C’è la voce dell’uomo d’azione (reduce da una brillante carriera politica) che può confessare di avere vissuto, e dal presente guarda – con occhi finalmente consapevoli – al passato dei giorni attraversati, ai ricordi d’infanzia, ai sogni della giovinezza. Può tracciare un bilancio, può ricapitolarsi. Ha acquisito una coscienza di globalità, di superiore forza evolutiva. Ed ecco la dualità inscindibile che unisce le cose, in armonia dialettica di opposti. Il dolore è rigenerazione, è l’inizio della risalita. È «il segreto della vita», «il padre dell’universo», «l’architetto dell’amore». Gli ostacoli sono indispensabili alla crescita. Dice un proverbio africano: “Il mare calmo non rende bravo il marinaio”. E Pacetti: «non c’è una via d’uscita / se non la cerchi / laddove non sei mai entrato». Non ci si può esimere dal passare, con coraggio, attraverso il fuoco che ci purifica delle zavorre, delle scorie inutili, e lascia solo l’essenziale. Non c’è altra via. E ancora: «La giustizia / è una ruota quadrata (…) bisogna spingerla / ogni volta che si adagia / sulla sua piatta ovvietà». Le cose sono sempre più complesse e difficili di quel che sembra in apparenza. E quindi il valore della trasformazione, in bilico tra vita e forma: «la forza dell’ignoto / che allontana una parte / della mia vita / nell’ignoto» mentre «un’altra sta per nascere». E l’ombra necessaria alla luce: «lascia che l’oscurità / faccia sognare i / colori di un’altra città».

Il rapporto con l’ombra mi fa pensare a La storia meravigliosa di Peter Schlemilh (di Adalbert Von Chamisso, 1813): il diavolo compra l’ombra corporea di Peter, in cambio di una borsa che produce all’infinito monete d’oro. Ma Peter, senza ombra, non viene più accettato dalla gente, non può più vivere, si sente soffocare. Così è accaduto al mondo moderno, che ha rimosso l’ombra sotto il luccichio mistificante del profitto. Occorre recuperare l’ombra, senza vendere l’anima al diavolo. Altrimenti non può esistere arte, cioè neppure scienza, coscienza e conoscenza, civiltà. Pacetti segue le ombre e incontra una donna «con il capo coperto / con il volto velato»: non solo una donna col burka, ma forse la “dea nascosta” della poesia, della verità. Peter Schlemilh alla fine della sua avventura si ritrova ai piedi gli stivali magici delle sette leghe, coi quali gira tutti i continenti. E capisce che è inutile dare o ricevere consigli: ognuno deve percorrere la propria strada, perché senza l’esperienza tutto è vano. Anche Pacetti ha girato i cinque continenti, per lavoro e per svago. E ha visto ed esperito i tanti mondi del mondo: per questo ha capito veramente, dall’interno più interiore del profondo, che “La Terra è di Tutti”; e può dirlo, così, senza retorica, in modo credibile, con voce asciutta e composta, “centrata”, ragionando e immaginando.

Che rapporto ha Pacetti con l’ombra? Che rapporto ha con l’ombra la sua poesia? La affronta, ma non la prende per le corna. Cerca di attraversarla senza farla pesare. Come un palombaro che si tuffa negli abissi e tace dei pericoli affrontati, se non in parte; gli preme anzitutto portare alla luce i tesori sommersi, i doni della profondità. Pacetti tende a pacificare il conflitto delle forze: non ci porta nel vivo della battaglia, ma ce ne dà l’esito compiuto. Come un temporale quando spiove, coi tuoni che rombano lontano (ché ormai il peggio è passato). La sua corda sublime è protetta (e forse, con ciò, un po’ troppo coperta) da un robusto guscio razionale: la ragione consolante del sentimento gli è più congeniale del magma incontenibile che avvelena ed erompe da dentro; gli serve anzi per provare a maneggiarlo, per darne una versione assimilata: non censurata, ma almeno sostenibile. Più che l’ombra terrea preferisce la «penombra del tempo»: la zona umbratile del crepuscolo, dove il buio si mescola incerto e fumoso all’ultima luce. La condizione da cui guarda alle cose è quella del viaggiatore, cioè del viandante che attraversa i luoghi e ride disperato, come in un addio, perché sa che… non tornerà mai più. Come quando lasciamo una camera d’albergo, e prima di chiudere la porta la riguardiamo un’ultima volta. Impermanenza, provvisorietà, mancanza di radici. Se uno viaggia molto deve trovare dentro sé e sviluppare radici umane, essenziali, universali: superiori a quelle di ogni luogo particolare. Ad una condizione assoluta di estraneità si trova l’esule: «E io sono tuo figlio / e tu non mi ricordi più». La caducità non deve tuttavia impedire il godimento, l’eternità che si apre nell’istante: «io ho amato la vita / sempre, ogni attimo / e sapevo di perderla».

La poesia di Pacetti nasce da un contrasto tutto interiore fra eros e thanatos: mette in atto strategie di dissimulazione e, in un certo senso, di “esorcismo” della morte, dal cui pensiero è pungolato e trafitto – come in ogni respiro – più di quanto non si direbbe. L’eros è la forza cosmica della vita, irresistibile, incontenibile, che fa esplodere la resistenza delle forme e nonostante tutto «sale / e chiede alla ragione / di essere indulgente / e talvolta di farsi / da parte». Come l’acqua, «la forza / impetuosa che conduce / alla libertà». Ma la morte torna nell’apoteosi stessa della vita, quando straripa dalle selve ribollenti, nel tanfo equatoriale, lungo le strade disperse del mondo. La morte e la vita si mordono la coda senza fine: continuano l’una nell’altra, emergono l’una dall’altra. La morte è perenne, presente, immensamente viva: sopravvive a ciascuno di noi. C’è, nel libro, una forte dimensione organica, che emerge anche con la purezza stellare del cristallo, del minerale antico, della pietra inaridita e refrattaria (i «mille occhi della vita millenaria»). Pacetti dialoga con le cose, le ascolta, interpreta il loro linguaggio muto: le onde del mare che invitano a seguirle, il vento che parla con le voci degli uomini in cammino, il gatto che strofina il musetto e miagola, la voce degli uccelli e il gorgogliare delle acque di montagna, le ondeggianti vette degli abeti, la coda dei bovini «ammonitrice tollerante», l’anima del grande albero, il respiro profondo della terra, etc. Il suo movimento tipico è di sedersi in silenzio e in ascolto: «su un’antica pietra / quasi con rispetto /poggiai lo zaino / e ascoltai il vento». Con la consapevolezza sacra che le pietre che raccogliamo da terra sono «da millenni» ad aspettarci. La faccia visibile della realtà ordinaria è un labirinto di varchi sull’invisibile delle cose nascoste: lontani pianeti sconosciuti, segreti che ancora non appaiono, mondi sommersi: cose che riemergono e si intravedono « nel silenzio spettrale del passato». La poesia permette di sprofondare sotto l’apparenza, spinta dall’immaginazione, dal suo strambo «vagheggiante immaginario». Nel cuore del tempo che passa e ci trasporta c’è una sorta di “controtempo” mitico a cui forse la poesia può attingere barlumi: «un tempo mai misurato / che non è mai passato / dove tutto è sempre / la prima volta».

Alla perfezione a-storica e immemoriale della natura (animata e inanimata) si contrappone però la ferocia imperfetta dell’uomo, con gli apparati artificiali della sua “cultura”, che distrugge la vita e apre sulla terra gli inferni della guerra, per il suo egoistico tornaconto immediato. Pacetti ha vissuto in prima linea certe battaglie combattute per la pace, per la realizzazione dell’utopia, per un mondo migliore da condividere. La sua poesia dà voce alla sofferenza eterna degli uomini, alle vittime della Storia affamate di pane e di giustizia («strade affollate / dalla miseria, dal sudore, / dalle mani rassegnate, storpiate / dalla fatica: scheletri, / scheletri, scheletri») e alle bandiere che cadono impotenti davanti ai palazzi, dove anche il potere ha fame: ma non è la stessa fame delle folle. Deve però constatare il divario delle generazioni, la fine degli ideali, il tracollo delle utopie. I giovani dai lunghi capelli che nel ’76, tra speranza ed euforia, volevano «spezzare le maglie del cerchio di ferro»… non ci sono più: oggi osservano distanti e indifferenti, sorridono sarcastici, sogghignano cinici. Scrive Pacetti, con amarezza: «Si è disgregata / la lunga linea delle braccia / che ci legano / alla solidarietà umana». Come non essere «arrabbiati alla contemporaneità» di un mondo che mistifica le esistenze? Che trasforma tutto in oggetto di consumo, in mercato, in merce: anche la bellezza! E allora Pacetti schiuma di rabbia e vibra di sarcasmo contro «lo smarrimento e la dissolutezza / di questo tempo infame», contro la “nuova barbarie” del denaro «vestiti e scarpe / che compra gioielli / auto, palazzi, armi / a volte uomini / però manca da mangiare». Deliranti vacanzieri, dementi ipnotici consumatori, ci godiamo l’aperitivo «nell’immenso ammasso / di ferro e asfalto». Siamo irrecuperabili, come lo squalo che ha ingoiato la bella bionda di plastica e non potrà mai digerirla. Si tratta – a ben vedere – di poesie sommessamente e sostanzialmente “civili”. A che punto è l’evoluzione storica del mondo? A che grado è la civiltà dell’uomo? Pacetti mette a fuoco la situazione con l’efficace allegoria di “Garofano rosso”:

è la ragione
che annienta le spine,
cadranno sbriciolate
nella secchezza dell’inutilità
se getteremo la scala
dell’autocompiacimento.
Il profumo del fiore rosso
si erge sullo stelo verde,
una scala di gradini sovversivi
può raggiungerlo,
tentativi falliti
da una scala di desideri
ha fatto cadere
arrampicatori facili
e il fine era il profumo
non la conquista del fiore.

Ecco che cosa è venuto meno: la gratuità del dono. La capacità di fare le cose “per niente”, senza secondi fini o interessi personali. Guardando la luna, non il dito che la indica. Anche e soprattutto la politica ha fallito; per questo Pacetti se ne è ritratto, a un certo punto, con orrore. E la poesia, a differenza della politica degenerata, gli ha permesso di continuare a coltivare il sogno: «disegneremo il cielo / con murales nel vento: / una muraglia di colori e fiori / imprigionerà le macchine dell’odio». Solo così la “terra di nessuno” (di nessuno perché ognuno se ne crede il padrone) potrà ancora diventare “Terra di Tutti”; e il primo passo sarà quello di condividere, donare, essere di nuovo solidali. Così il cibo potrà averlo chi «rinuncerà / al denaro». Ed ecco, da ultimo, l’emozionante acquisizione di coscienza che chiude i percorsi del libro:

(il cibo)
lo offrirà la terra
agli affamati
lo doneranno gli affamati
lo doneranno gli uomini e le donne
a chi farà giuramento
che il cibo è eternità
è diritto alla vita
donata a tutti dalla terra
che è la Terra di Tutti.

Marco Onofrio

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1 commento
  1. finalmente una scrittura viva, direi materica del pensiero.
    Il pensiero, un tutt’uno con la passione, assurge a comunicazione autentica, interna al poeta e in offerta al lettore .
    L’intenso dialogo interno tra passato e futuro, tra luce ed ombra, tra eros e thanatos danno forte energia ai versi, li rendono un dono sincero.
    Concordo a pieno con la bella e approfondita recensione di Marco Onofrio.

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