Rispolverare i classici: tre poesie di Guido Cavalcanti

 

imageIl dolce stil novo o stilnovo, è stata una scuola poetica italiana del Duecento, così chiamata dalla critica secondo una famosa definizione di Dante (Purgatorio,XXIV, 49-62). La sua novità, rispetto alla poesia di Guittone, sta in un raffinamento musicale dello stile. La sua poetica si basa sul concetto della donna angelicata e sull’identificazione di amore e gentilezza, vera nobiltà dell’animo. Tema poetico dominante è la contemplazione estatica della bellezza, mezzo di elevazione a Dio. Con lo Stil novo nasce la lingua letteraria italiana a fondo toscano. Ne fu maestro il Guinizzelli: principali rappresentanti: Dante, Cavalcanti, Lapo Gianni, Cino da Pistoia.

Guido Cavalcanti (Firenze, 1250-1300) è stato appunto uno dei maggiori del Dolce stil novo. Guelfo bianco, subì l’esilio politico. Fu amico di Dante che gli dedicò La vita nova. La sua concezione dell’amore è idealizzata, la sua ispirazione è ora tenera, ora angosciata o drammatica. Ha scritto canzoni, ballate e sonetti.

*

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?

O Deo, che sembra quando li occhi gira,
dical’Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ ira.

Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ‘n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn conoscenza.

*

Io vidi li occhi dove Amor si mise
quando mi fece di sé pauroso,
che mi guardar com’ io fosse noioso:
allora dico che ‘l cor si divise;

e se non fosse che la donna rise,
i’ parlerei di tal guisa doglioso,
ch’Amor medesmo ne farei cruccioso,
che fe’ lo immaginar che mi conquise.

Dal ciel si mosse un spirito, in quel punto
che quella donna mi degnò guardare,
e vennesi a posar nel mio pensero:

elli mi conta sì d’Amor lo vero,
che ogni sua virtù veder mi pare
sì com’ io fosse nello suo cor giunto.

*

Perch’i’ no spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va’ tu, leggera e piana,
dritt’a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli’ e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia,
pianto e novel dolore.

Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m’abbandona;
e senti come ‘l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona,
ch’i’ non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l’anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core.

Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate
quest’anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu’ ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se’ presente:
«Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d’Amore».

Tu, voce sbigottita e deboletta
ch’esci piangendo de lo cor dolente
coll’anima e con questa ballatetta
va’ ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
starle davanti ognora.
Anim’, e tu l’adora
sempre, nel su’ valore.

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3 commenti
  1. La poesia di Cavalcanti è una modulazione di musica rapita in un balenare che si spegne, lasciando quella dolcezza che è fascino di grandezza. Calamita il cuore e lo fa tremare davanti a una donna, sublime e sconvolgente rivelazione.

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