Quattro poesie di Umberto Simone

umberto1

LA FABBRICA DEL VOLO

In un’estate più fitta di un quadro fiammingo noi due
granduchi di Moscovia in incognito, o immemori dèi,
e ogni strada una scala, e ogni scala un assalto
all’azzurro sguainato, al bianco primogenito,

al verde iridescente come l’altero smalto
del pavone: mattini avvenivano, maree
cangiavano, era l’isola, era l’isola
e diventò la prova delle ali,

sfiorando ovunque un infinito, o un brivido,
o un lampo, o qualche nostalgia futura,
e non credendo mai le raffiche minaccia di tempesta,
ma solo brusca festa di frescura.

HIC SUNT LEONES

Il mal d’Africa dai: da te si torna,
si torna sempre, se non altro in sogno,
e tu nemmeno in sogno hai del sogno penombre e chiaroscuri:
solo stacchi violenti, contrasti netti, come
carica di diamanti e sporca d’unto
avanza sullo spiazzo una regina d’Abissinia 
nessun languore fragile ti minia
i tratti, o affiora a acquerellarti gli occhi,
niente che non sia Tropici trova radici in te,

così tutta terrestre, e così fiera di non essere
che umana … Ed io ti stringo, e non so se
tremo di desiderio, o di fronte all’ignoto, o di terzana.

IL GALLO GRIGIO

E’ un delitto non essere più giovani,
specie se nei paraggi ci sei tu,
con quella bocca chiara che già solo al pensarci
mi si grattugia tutto il cuore in rondini 

e mi ricordo di una volta, in Puglia,
che ero in campagna quando spuntò l’alba,
fra i mandorli e gli ulivi piano se ne veniva, incerta, timida,
eppure ad ogni passo combinava il finimondo 

e svegliò il gallo nero sull’umido steccato,
e svegliò il gallo rosso nel cortile ancora bruno,
e svegliò addirittura il gallo grigio,
banderuola ammaccata in cima al silos.

Che lampo, per un attimo – oro nuovo, e non latta.
Che sogno, per un attimo – ma tu, sei irraggiungibile.

Però non devi darti troppe arie:
a tua madre piacevo, quando lei era esattamente uguale a te.

LA VISIONE DEL TAGLIALEGNA

Sferrai un gran colpo d’ascia all’olmo. L’ascia
intera entrò nel tronco, ed io con lei.
Così, insieme arrivammo ad una fiera.
Poi, nella calca, me la sono persa
fra incantatori di serpenti e acrobati,
e callisti, ed interpreti dei sogni,
e i curiosi del bue a sei zampe, e i ghiotti
di granite all’arancia o alla violetta.

Gemelli erano, e non solo vicini
di stuoia, l’arrotino ed il barbiere.
Si applaudì un cantastorie. Per un attimo,
su un muro giallo si erse un moro in rosso.
Qualche elisir guariva i porri. Chiusa
fluttuò una portantina misteriosa.
E sempre avanti andavo, calpestando
gusci d’arselle e scorze di navone.

Si contrattava, lungo i banchi, o rauchi
vantavano la merce: là, era in vendita
ormai ogni cosa, provole e romanzi,
arpe e aringhe, padelle e crocifissi,
torte di fichi e ragazze tatuate.
Certi ebrei sciorinarono un tappeto
messo all’asta, e fu come se un roseto
fosse ad un tratto esploso dalla polvere.

E il profilo di un re morto da un pezzo
brillò su una moneta. E una bilancia
pesò cannella, e un metro misurò
seta: sentii il fruscio, sentii l’odore.

Ma, nell’arco più buio del mercato,
anche un’ascia vendevano … ehi, la mia!
agguanto il gobbo per la barba, il nano
m’azzanna un gluteo, me ne disfo a calci,

sgambetto uno dei due in cappuccio, all’altro
mollo un cazzotto da Dies Irae, e il cieco
strilla da eunuco perché la sua ciotola
rotola in tintinnii per i rigagnoli,
e spaventa un cavallo, che rovescia
un carro, che dagli otri spande un grasso
che allaga, e allora è bravo chi non scivola,
ma pur malfermi continuammo a darcele.

Giunsero guardie, salvai l’ascia, in fuga
saltai una cinta, caddi in un giardino,
che silenzio, pareva un altro mondo,
deserti i viali e limpide le vasche,
quieti i cipressi, appena mossi i pioppi,
nuvole in fiore gli alberi da frutto …
ma quando scorsi un olmo uguale a quello,
maledetto, colpevole di tutto,

m’infuriai tanto che, senza riflettere,
anche a questo sferrai un gran colpo d’ascia,
e l’ascia ancora entrò nel tronco intera
ed io con lei  fra acrobati, e callisti!
e interpreti dei sogni! e incantatori
di serpenti!
finché, dietro un barbiere
e un arrotino sorridenti, e identici,

sul muro giallo si erse in rosso il moro.

Umberto Simone è nato nel 1949 a Monfalcone, in provincia di Gorizia, da padre pugliese e madre istriana. Ha trascorso in Puglia infanzia e adolescenza , quindi si è trasferito a Padova, dove si è laureato in medicina . Attualmente vive a Pisa. Ha pubblicato le raccolte: L’isola delle voci (2001, premio “Diego Valeri” 2002) e Il sacco del curdo (Il Ponte del Sale, 2008, premio “Massa città fiabesca” 2010, premio “O. Pelagatti” 2012).

3 commenti
  1. direi che qui siamo senza ombra di dubbio davanti ad una poesia adulta, pienamente sviluppata, matura. Quello che colpisce, ad una prima lettura, è la ricchezza di elementi disparati (convergenti e divergenti) che vengono amalgamati e attratti entro il campo di forze elettromagnetiche del testo. La complessità della diversità nell’unità. La complessa tramatura coloristica, di intarsi, di oggetti, di personaggi che entrano ed escono gli uni dagli altri e che ritornano in un girotondo asfissiante e affollato e variegato. Multicolore e multistrato. C’è poi, non da ultimo, la sapienza del telaio compositivo, la conoscenza dei segreti del saper mettere i personaggi al posto giusto, nel posto che è loro assegnato dalla funzione narrativa (ed emotiva), e poi la pluralità, il plurale, l’ariosità della composizione. Direi che qui si tratta di un polittico, in specie nell’ultima composizione, un procedimento che fa della deangolazione prospettica e della intensificazione e del raddoppio il vero criterio guida di questo tipo di poesia intesa come campo di forze, struttura energetica in azione.

  2. ” Che sogno, per un attimo – ma tu, sei irraggiungibile.”

    Capita, nelle poesie di Umberto, di trovarsi a camminare tra le facce di una moneta, che brilla la vittoria di un raggiro, un giro completo del mondo alla faccia di un mercato così poveramente globalizzato e sterile. Qui si macinano miglia e miglia e tutte di meraviglia in una antevigiglia in cui i sensi sempre all’erta godono e godono persino di una banderuola grigia. Ma già conoscevo la sua capacità di strapparci da queste grinfie ottuse di un mondo senza capacità di viaggio, mentre di fatto il viaggio è sempre in atto, proprio come il poeta accorto mostra ad ogni rigo in cui c’inchiostra d’universo, tutto quello che ha in sé (r)accolto.
    fernanda ferarresso

  3. Buongiorno. Sto cercando di entrare in contatto con Umberto Simone perché devo inviargli il libro di mia moglie, purtroppo deceduta. Potreste darmi l’indirizzo, o un numero di tel. o l’e-mail? Grazie Cristiano Rafanelli

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