Edith Dzieduszycka, Ingranaggi, Ed. Progetto Cultura – 2021, letto da Gino Rago

ingranaggi-copertinaPoesia tra le più trasparenti e limpide che mi sia di questi tempi toccato di leggere e di ammirare, questa di Edith Dzieduszycka i cui versi sembra che emergano da un magma confuso, indistinto, forse il magma dell’esistere stesso, forse il magma dell’esperienza sensibile, forse perfino il magma di un sogno, ma del sogno fatto a occhi aperti e sempre in presenza della ragione per non sprofondare definitivamente nel buio delle contraddizioni, come in questi versi:

Sprofondiamo nel buio delle contraddizioni
se uno uguale uno
non canta ma nitrisce
sull’uscio della mente
sta bussando l’Inverno
l’Inverno suicidio dei ghiacci stupefatti
l’Inverno sudicio della Ragione impura
addobbato di lampi e lumini a led
ma qui
nessuno sembra
essersene accorto.

Versi nei quali giocano un ruolo attrattivo-repulsivo le due parole-chiave del componimento suicidio/sudicio, un misto di ironia e di spaesamento. Nella intera, nuova raccolta, Ingranaggi, Edith Dzieduszycka edifica versi pescando dal suo vocabolario parole dirette verso la sua patria linguistica, una patria fatta soltanto di parole abitate, le stesse parole che abitano il poeta. Edith Dzieduszycka non si discosta mai da quello che a me piace definire il «cerchio del dire», ovvero quel perimetro ben delineato, e a lei noto e praticato e abitato, o quello spazio linguistico all’interno del quale le «cose» sono in grado di andare incontro al poeta parlandogli senza trappole, senza trabocchetti. E qui parlerei di capacità di incontro e di colloquio con le «cose» all’interno della poetica degli oggetti nell’atto in cui essi, per dirla con un pensiero di Remo Bodei*, cominciano a caricarsi di energia emotiva e valenza simbolica e da oggetti si trasformano in cose. All’interno del cerchio del dire Edith Dzieduszycka ripudia definitivamente quello che lei stessa chiama il «Sé privato» stabilendo una distanza infinita con quell’io poetante narcisisticamente autoreferenziale attraverso il quale il privato si è imposto in tantissima parte della poesia contemporanea abbassandone gli steccati estetici e stilistici a favore dell’epigonismo, del gregarismo, dell’emozionalismo d’accatto il cui dominio non ha più consentito di distinguere il dilettantismo poetico dalla scrittura ad alta tensione linguistica fatta solamente da parole abitate dal poeta:

gabbato e adirato
privato di risposte
perfino di riflessi
ormai attortigliato
lombrico cieco
intorno al suo ombelico
si richiuse a riccio
il Sé privato
pensando intensamente
a come uscir indenne da quell’impasse

più non rispose a chi l’interrogava
come se fosse lui
della Sibilla in gabbia la voce cavernosa

Ripudiando il «Sé privato», e l’io autoreferenziale, Edith si lascia definitivamente alle spalle tutto il modo di fare poesia del tardo’900 poetico italiano, dalla visionarietà notturna del luzismo al melodismo associativo del quasimodismo e del gattismo e perfino l’estremismo allusivo montaliano, per non parlare del serenismo e del minimalismo; si sottrae anche ai due grandi filoni degli ultimi lustri poetici dell’orfico-innico e dell’elegiaco-crepuscolare e propone una “sua” poesia che per dirla con Marie Laure Colasson «è facilmente riconoscibile fra mille poesie», forte com’è di energia ritmico-emblematica personalissima e inimitabile. Senza mai cadere nelle tentazioni degli arabeschi e dei barocchismi, Edith Dzieduszycka affronta temi scabrosi, forse i più duri del nostro tempo, senza l’urlo patologico del ‘900 ma nel bisbiglio della fermezza della sua postura etica:

Dal fondo schizza l’occhio
l’occhio acceso che contempla
sta zitto
oppure viaggia per l’atlante
si diletta mai sazio
ma più spesso si chiude
sfilano trepidanti immagini letali
fiume che esonda tra sponde tumefatte
orso bianco che annega
sopra di ghiaccio nero pochi centimetri

sopra le nuvole
stellette volano col dito sul pulsante
mai così carichi di armi e missili
i container su navi che solcano i mari
scuotendo cenere dai loro sigari
gli gnomi riuniti in congressi epocali
si scambiano decreti condoni e condom
con fare complice e sguardi ammiccanti

Lo fa senza mai pretendere di possedere la risposta perché Edith Dzieduszycka mostra di sapere assai bene che la poesia non è chiamata a dare risposte ma è chiamata a porre domande, le grandi domande del mondo, del vivere, del vivere nel mondo. Si limita così, di fronte alla scabrosità delle grandi emergenze contemporanee, delle immense tragedie intorno all’uomo del nostro tempo, a ogni latitudine del mondo, a interrogare. Edith Dzieduszycka interroga se stessa e interroga gli altri e le altre nella lucida consapevolezza che non c’è riposta, ma solo interrogazione, partendo da una immagine da cristallizzare sottraendola al fluire del tempo, strappandola alla storia, in armonia con il pensiero di Massimo Pamio che scrive:«[…] Ed ogni nuova interrogazione forgia e plasma le risposte che sono l’ossatura di altre domande. Ogni nuova immagine forgia una nuova arte. L’arte potrà essere “enunciata” solo quando l’uomo sparirà, affermo poco dopo. La vera risposta può essere formulata soltanto quando non sarà più possibile domandare».**

poniamoci
pensosi
certi interrogativi

– Dov’è l’orologiaio?
è colpa solo sua
quell’andazzo infernale?
colpa dell’ingranaggio alla lunga consunto?
ci ha messo la zampa lo spirito maligno?
chi ha stretto le viti e pigiato sul tasto
di un accelerato senza freno?
chi ha deciso feste e ricorrenze assurde
e tutti dietro scemi a battere le mani?

Interrogarsi e interrogare, senza attendere risposte, e senza tentare di darne, senza danze apotropaiche da affidare alla parola poetica e senza illusioni palingenetiche, in accordo con un pensiero di Cioran che Edith Dzieduszycka convoca come epigrafe di questo suo nuovo poema:

«Tutto quello che accade è insieme naturale ed inconcepibile.
È la conclusione che s’impone…»

E il pensiero di Cioran vale tanto per i piccoli quanto per i grandi eventi. Accosterei questa di Edith Dzieduszycka alla poetica di Tomas Tranströmer per la sua elevata densità semantica in cui la Parola polivalente si intreccia alla esperienza esistenziale totale del poeta. Sotto questo aspetto anche quella di Edith è da interpretare come «poetica della parola implicata» per la fittissima tessitura di implicazioni di esperienze, suggestioni, riflessioni, emozioni, meditazioni attive per cui ogni poesia vive la vita stessa del poeta fino a farsi qualcosa di “altro” e la poesia così, troppo pesante per esser trattenuta, vuole uscire dal poeta per entrare nel mondo. Tranströmer scrive: «[…]Stupendo sentire come la mia poesia cresce/ mentre io mi ritiro./ Cresce, prende il mio posto./ Si fa largo a spinte./ Mi toglie di mezzo./ La poesia è pronta». EdithDzieduszycka in una sorta di dialogo a distanza con il Nobel svedese de La poesia che viene dal silenzio così risponde a chiusura di Ingranaggi:

senza badare ad altro
per conto suo andava sull’orlo del rimorso
l’ottusa diligenza
intrecciata di sputi polvere ragnatele
in lontananza fuori campo
fischiava una sirena
il canto sconcertato di un uccello perso
nell’ombra appena scesa
quattro
al galoppo nella steppa deserta
quattro cavalli neri
martellavano l’ora
tremolante
un bagliore
qualche candela accesa
un grido
un sospiro
e poi niente.

Una colonna, una pila di immagini senza commenti che sono esse stesse, le immagini, raggelate per sempre nel tempo, secondo la poetica barthesiana dell’infinito istante, a farsi metafore, metafore cinetiche, in una parola di poesia che oscilla tra l’ironico e il tragico, in cui l’ironia sottilissima di Edith Dzieduszycka può farsi salvezza, arma di salvezza, sulle tragedie che incombono sull’uomo contemporaneo più efficace della bellezza.

Gino Rago


* Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari, 2009
** Massimo Pamio (dall’intervista a Massimo Panio di Giorgio Linguaglossa, L’ombra delle Parole, 21 gennaio 2020)

 

5 commenti
  1. Ringrazio vivamente Luciano Nota, e la Redazione de La Presenza di Erato, sia per l’ospitalità, sia per l’ottimo allestimento del mio lavoro, ad elevata resa estetica;

    segnalo che la Copertina del libro poetico di Edith Dzieduszycka è frutto della raffinatezza dell’arte di Lucio Mayoor Tosi

    e

    propongo
    il

    Retro di copertina di
    Ingranaggi (Ed. Progetto Cultura) di Edith Dzieduszycka

    Poesia tra le più trasparenti e limpide che mi sia di questi tempi toccato di leggere e di ammirare, questa di Edith Dzieduszycka i cui versi sembra che emergano da un magma confuso, indistinto; forse il magma dell’esistere stesso, forse il magma dell’esperienza sensibile, forse perfino il magma di un sogno, ma del sogno fatto a occhi aperti e sempre in presenza della ragione per non sprofondare definitivamente nel buio delle contraddizioni. In questi Ingranaggi giocano un ruolo attrattivo-repulsivo due parole-chiave: «suicidio/sudicio», un mix di ironia, spaesamento e auto flagellazione.
    In questa nuova raccolta, la Dzieduszycka edifica versi adescando dal suo vocabolario parole pescate dalla sua patria linguistica, una patria fatta soltanto di parole abitate, le stesse parole che abitano il suo linguaggio poetico.
    Edith Dzieduszycka non si discosta mai dal «cerchio del dire», ovvero da quel perimetro ben delineato, a lei noto e praticato e abitato, quello spazio linguistico all’interno del quale le «cose» sono in grado di andare incontro al poeta parlandogli senza trappole, senza trabocchetti, perché le «cose», prese nei loro ingranaggi molteplici, ci parlano sempre, non cessano mai di parlarci. Questa capacità di incontro e di colloquio con le «cose» è precipuo dell’autrice, l’incontro con quegli oggetti nell’atto in cui essi cominciano a caricarsi di energia emotiva e valenza simbolica e da oggetti si trasformano in «cose» linguistiche che la poetessa francese, di adozione romana, chiama il «Sé privato» stabilendo una distanza infinita da quell’io poetante narcisisticamente autoreferenziale di tanta poesia odierna.

    (Gino Rago)
    *

  2. Un sentire e un dire realmente notevoli quelli peculiari di Edith Dzieduszycka; qui, con Gino Rago, il cui pensiero e lavoro apprezzo da decenni, si portano in campo temi che mi coinvolgono profondamente, e sui quali con piacere sono tornata a riflettere, come quello del potere singolare dei poeti di saper trasformare in cose gli oggetti, poi la questione della ricerca di una risposta alle inesauribili e sempre nuove interrogazioni sugli eventi e sul mondo. Vedo anch’io in questa Autrice una straordinaria consapevolezza e che, come il commentatore afferma anche attraverso sapienti e suggestive citazioni, le risposte non possono che essere motivo per altre domande. Concordo pienamente, da ultimo, che nell’ottica dell’‘infinito istante’, non vi sia differenza fra piccoli e grandi eventi.
    Grazie davvero per questa avvincente lettura
    LGZ

  3. Altrove, per altri autori, ho parlato di “archeologia del presente” ma qui penso che Edith Dzieduszycka abbia messo a punto una serie di «ingranaggi» che vertono sul focus della cosa, del tema dell’esistenza, qui Edith mette a segno, a suo modo e con la sua sensibilità, un congegno di de-contestualizzazione del testo nell’ambito del testo… Qualcosa sfugge sempre, sembra dirci la poetessa francese di adozione romana, sfugge all’io e alla coscienza. In ciò che sfugge c’è il recondito ingranaggio che custodisce la verità del testo.

  4. Vi debbo fare a tutta l’équipe i miei complimenti.
    Sia per le presentazione del libro di Edith fatte da Gino Rago e Giorgio Linguaglossa che per la copertina seguita da Lucio Mayor Tosi molto efficace .
    leggendo i versi di Edith ,citati nella presentazione di Gino Rago ; ho fretta di scoprire questo libro di poesie Ingranaggi.
    E ringrazio al nome di Edith Dzieduszycka Luciano Nota

    auguri

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