Da Alfredo de Palchi alla tribalizzazione del discorso poetico di oggi, di Giorgio Linguaglossa

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Alfredo de Palchi

È noto che la destrutturazione dell’unità metrica della poesia italiana è avvenuta negli anni Cinquanta e Sessanta. Dobbiamo tenere conto di questa situazione storica e stilistica per fare luce sulla condizione di isolamento assoluto in cui si è venuta necessariamente a trovare l’opera d’esordio di Alfredo de Palchi, Sessioni con l’analista (1967). Passano neanche quattro anni da questo libro a Invettive e licenze (1971) di Dario Bellezza e La chiave di vetro (1970) di Elio Pecora, e tutto è cambiato. È mutato il quadro storico del Paese e l’orizzonte di attesa del pubblico; il vissuto incrostato di storia e di disperazione esistenziale di de Palchi viene sostituito da un vissuto dimidiato di storia, anzi, avversario di ogni ipotesi di coinvolgimento del soggetto nella storia d’Italia, la disperazione esistenziale viene sostituita con le idiosincrasie e le ubbie del quotidiano. La poesia italiana cambia rotta, si va nella direzione della ipostatizzazione dell’io e del suo vissuto, verso la «conquista» della privatizzazione e della tribalizzazione della verità post-moderna.

 

Nella storia della letteratura, i nuovi paradigmi non piovono semplicemente dal cielo. Il nuovo che voglia imporsi deve distaccarsi necessariamente dal vecchio per legittimarsi di fronte alla tradizione, così che, mediante un nuovo modo di vedere l’oggetto, noi accediamo anche ad una nuova visione del mondo. I più importanti mutamenti di paradigma nella storia della poesia italiana avvengono a cavallo tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, e in questa accezione un libro come Sessioni con l’analista (1967) di Alfredo De Palchi è un libro fondamentale e in anticipo sui tempi, tanto che l’opera non venne recepita dai contemporanei in Italia (come ho spiegato in più occasioni). Il titolo di Paradigma (2001), legato al nome e all’opera poetica di Alfredo De Palchi voleva alludere proprio a quel cambiamento della visione della poesia italiana degli anni Sessanta che la sua opera sottintendeva, in particolare il carattere pre-sperimentale della sua poesia che anticipava lo sperimentalismo.

Alfredo de Palchi con la sua opera d’esordio anticipava di alcuni anni la tendenza delle nuove generazioni alla privatizzazione del discorso poetico. Scrive in proposito Maurizio Ferraris:

«Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».1

Le strutture ideologiche post-moderne, dagli anni settanta ai giorni nostri, si nutrono vampirescamente di una narrazione che racconta il mondo come questione «privata» e non più «pubblica»; di conseguenza la questione «verità» viene introiettata dall’io e diventa soggettiva, si riduce ad un principio soggettivo, ad una petizione del soggetto. Da questo momento, la poesia cessa di essere un genere pubblicistico per diventare un genere privatistico. Questo deve essere chiarissimo, è un punto inequivocabile. Che segna una linea che bisogna tracciare con la massima precisione.

E questa deriva un poeta come Mario Lunetta l’aveva ben compresa fin dagli anni settanta.2 Tutto il suo interventismo polemico-letterario nei decenni successivi può essere letto come lo sforzo di fare della forma-poesia una dimensione pubblicistica, di contro al mainstream che ne faceva una questione privata, anzi, privatistica.

La pseudo-poesia privatistica che andrà da Patrizia Cavalli a Vivian Lamarque e Mariangela Gualtieri intercetta la tendenza privatistica delle società a comunicazione globale e ne fa una sorta di pseudo poetica, con tanto di benedizione degli uffici stampa degli editori a maggior diffusione nazionale.

1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017

2 Scriveva Mario Lunetta: “[Un’antropologia] ridicolmente riduttiva e corporativa ha lavorato a ritagliare del Poeta un profilo da proporre in qualche modo come esemplare al culto soprattutto giovanile, pagando un tributo pesante sia all’effimero di triste e non remota memoria che alle mode proposte da un generazionalismo opportunistico e miope”.

Non è certo arduo, in questo quadro storico scorgere le ragioni che hanno favorito la confusione delle sfere [privatistica e pubblicistica] di cui prima si parlava. Il risultato è stato un indebolimento degli steccati che in passato separavano “professionalità e improvvisazione, narcisismo dilettantesco e rigore, filtro autocritico ed emozionalismo d’accatto [Mario Lunetta]”

Indebolimento dell’autocoscienza storica, dunque, dei poeti nato dopo il 1946/1950 coincidente secondo il pensiero di Lunetta con “l’indebolimento degli steccati” in grado di tenere distinti il rigore della scrittura dal narcisismo dei dilettanti, la ricerca linguistico-formale dalla improvvisazione con parole morte e inabitate, il filtro dell’autocritica da ciò che Lunetta chiama “emozionalismo d’accatto”.

Giorgio Linguaglossa

 

(incomunicazione)

frammenti secchi singhiozzi, turbinio
interno – mi ascolti
congelando alla parete una stampa
di olmi fiume e strada
– che ho perso –
mentre con sola immaginazione parlo
al compatto vuoto del soffitto
che dici, seccamente il tuo “perché”
frantuma il silenzio dell’ufficio
– la segretaria al telefono… –
oltre l’uscio lunedì all’una
risponde e a me sabato all’una
il dottore.. incredibile,
che ne so –
il “perché” è domanda stupida
– difficile –
impossibile estrarlo, rimane una cava
paleolitica,
impossibile cauterizzarlo e ancora il tuo “perché”
non ho colpe,
altri, i complessi
del paleolitico superiore –
“che fa la segretaria”
si tratta d’isolamento
incompiutezza –

Alfredo de Palchi (stesura del 1964, compresa nella silloge d’esordio, Sessioni con l’analista del 1967)

Una poesia di Alfredo de Palchi recitata da Diego De Nadai:

 

 

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