Ugo Magnanti “Il nome che ti manca”, peQuod, Collana RIVE – 2019, lettura di Annamaria Ferramosca

Luce da segni rinominati

magnantiÈ evento raro trovarsi all’improvviso di fronte ad una compatta raccolta poetica “di percorso “, di un autore noto per il suo generoso spendersi per la diffusione di poesia d’altri, in quanto instancabile operatore culturale e organizzatore di eventi. Un poeta che per la sua parte autoriale preferisce invece tenersi appartato, in silenziosa distanza dal frastuono del mondo poetico. È il caso di Ugo Magnanti, che quasi con timidezza mi dona il suo recentissimo libro “Il nome che ti manca” , ultima uscita della pregevole collana Rive di peQuod. Si tratta, come Magnanti scrive nella nota d’autore, del risultato di una sua forte esigenza di “ricollocare” i numerosi testi in gran parte tratti da precedenti sparse pubblicazioni, alla luce di un rinnovato sguardo dell’oggi, che lo ha spinto a ricostruire e collegare i versi in una più completa visione, come segni rinati, da offrire ancora per una nuova nominazione. È questa un’operazione meritoria, di solito negletta dai poeti, che usano congedare ogni passata scrittura quasi fosse un portato immobile, indifferente ad una realtà velocemente cangiante. Operazione che invece si mostra capace di risvegliare la parola scritta, facendo proseguire il suo dialogo con la coscienza in progress dell’autore e testimoniando l’accresciuta responsabilità di fronte alla vicenda personale e a quella del mondo. L’autore raccoglie i testi in 7 “parti”, ognuna introdotta da un’intensa cornice in prosa poetica, che è insieme allusione e fuoco della scrittura che segue. Così si assiste al dipanarsi in versi di un pensiero poetico rigoroso verso il sé e il mondo, dove l’interiorità appare – e sfolgora – nella sua originaria creaturalità, come un cadere nel mondo, tra cielo puro dell’origine e sangue denso dell’umano. Suggestioni da scene del quotidiano si mescolano a urgenti interrogazioni metafisiche e a note di rimprovero senz’appello all’uomo, per la sua cieca distruttività nei confronti dell’altro e della natura. La scrittura qui predilige le sospensioni, le aperture inattese e straniate, dove non vi è svelamento ma allusione, e questo alludere è il fuoco fascinoso che tiene alta la temperatura emotiva di chi legge. Sono testi che riproducono in profili semiaccennati, sfuggenti, le dinamiche del proprio umano rapportarsi all’altro nelle varie dimensioni della coppia amorosa, dell’amicizia, dell’appartenenza etnica, sempre lasciando aperta a chi legge una soluzione irrivelata, che si percepisce profondamente etica.

Se il carico è pregiato
e da sotto i botri della strada
quando il camion rallenta
attira i ladri
allora sul rimorchio
io ci metto un maschio
che badi a dar botte
con un sasso
sulle mani incallite
di chi va per montare
ma invece resta a terra
a chiagnere con afflizione
mentre i fanali svaniscono
e il fragore
nella notte. (pag.28)

È notevole la dimensione metaforica che il poeta sceglie come modalità necessaria per rappresentare al meglio i meccanismi di offesa e difesa nella giungla dell’oggi, raggiungendo anche punte di sarcasmo verso le ambigue soluzioni della religione.

Parlo della creta
e di come è fatto l’uomo
a mezzogiorno
dall’altoparlante
nell’alveo della chiesa
suggerendo un regno

dalle ceneri
rivivono
corpi infiniti

sugli uomini
non sbarca più
la notte

di tutti i torti
fatti a dio
oppure al prossimo
verrà consolato
chi quei torti ha commesso

chi invece li ha subiti
sarà già felice
senza una ragione. (pag.29)

E un’originalissima energia poetica, in ritmo e dettato, promana dalla corposa parte III^ dal titolo “L’edificio fermo”, dove sensazioni e brani di pensiero si inseguono all’interno di un ribollente magma interiore. Domina il senso ambiguo di una grande illusione che sommerge l’umano e investe l’intero universo.

…il cielo forse
è senza senso e solo
per caso sfiora la
montagna, e i polsi
con il sangue in piena
sono qui a festeggiare
un’illusione che non
ha pupille…

Parallelamente anche l’andamento del verso abbandona il precedente cammino strofico per un passo poematico, fluido e curatissimo, che apre a scene dall’acceso sapore rivelatorio, di abbacinante resa estetica, come in

… e mormorava
una formula tutta sua
per illuminare i passi
subito svaniti come
sanno svanire i passi
su un’isola che ti fa
credere alle ombre
allungate sulla strada. (pag.38)

e in

Ecco piccole frontiere
attraversate con voce
cristallina, mentre ciò
che sono o sono stato
non si spiega, e rotola
per strada come un sasso
indecifrato, ma è una
carezza per l’ombra
che si è fatta enorme. (pag.39)

Il corpo a corpo del poeta si rivela, lotta con l’ultimo residuo di una speranza (una pietas che finalmente possa investire il mondo? Un senso che almeno a sprazzi si riveli?). E pure il topos della festa campestre, con insistenza ripetuto in questa sezione, sembra virare da un inizio in cui si festeggia un’illusione, verso un orizzonte funereo, ma forse profetico, che prefigura un’umanità divenuta ormai branco di agnelli (auto)-sacrificali. La scrittura dilata verso il fuoco prevedibile della fine ed è percepita, in meravigliosa metafora, come un suono di pianeti in volo sulla testa. Ma l’umiltà di un vero poeta, che non crede all’immortalità per-poesia, si spinge pure ad affermare che la poesia non potrà mai interamente saziare la nostra fame di senso, riempire il vuoto ineludibile della fine. Dunque, cos’è allora questo “edificio fermo”? Azzardo che è la nostra inesauribile energia vitale, architettura che rimane stabile e persevera, nonostante tutte le illusioni. E questi versi sembrano darmi ragione

… già pronto
a ritornare vivo, senti
come è imperdonabile
il tuo desiderio, e come
non è fatto per finire. (pag.76)

Nella parte IV^ un tu che è lo stesso poeta, sorveglia e celebra le essenze della natura, anch’esse possibili soggetti e oggetti di svelamento. E un cerchio di suggestione cosmica abbraccia l’intera parte V^ con un fraseggio ritornato in strofe, dove il ritmo incantatorio fa risuonare ancora di inaudito le scene di quell’isola incerta che mai si lascerà interamente riconoscere. Ugo Magnanti chiude questa sua opera, che invece ha il crisma di un’infinita apertura sapienziale a segni futuri, con frammenti visivi da un’America -specchio della deriva planetaria che viviamo. E lungo le pagine dell’intero libro vediamo questi segni labili ma vivissimi, che il poeta capta e per noi rinomina, perché siano riconosciuti.  È questo, dopo tutto, il compito di un poeta.

Annamaria Ferramosca

 

ugo-magnanti-CopiaUgo Magnanti ha pubblicato diverse opere di poesia, tra le quali, più recentemente, il poemetto in ‘stanze’ L’edificio fermo, con prefazione di Antonio Veneziani e una nota di Cristina Annino, FusibiliaLibri, 2015, e la plaquette Ciclocentauri, con tavole di Gian Ruggero Manzoni, FusibiliaLibri, 2017. Fra le curatele Quanto non sta nel fiato, tutte le poesie della poetessa serba Duška Vrhovac, prefazione di Ennio Cavalli, FusibiliaLibri, 2015; Sogni di terre lontane, di Gabriele D’Annunzio, prefazione di Pietro Gibellini, Scoprirenettuno, 2010. Fra le tante presenze a manifestazioni di poesia, nel 2012 ha partecipato al 49° “Festival internazionale degli scrittori di Belgrado”. Ha ideato e diretto numerosi eventi letterari e ‘azioni poetiche’ in varie città italiane, con centinaia di presentazioni, incontri, rassegne, letture. Nel 2010 ha ideato e diretto “Nettuno Fiera di Poesia”: poeti, libri di poesia, piccoli editori nel Lazio. Lavora come insegnante di materie letterarie in un istituto superiore.

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6 commenti
  1. bravissima come sempre Annamaria Ferramosca che ha saputo illuminare con il suo luminoso spirito critico-poetico la bella raccolta di Ugo Magnanti che ho molto apprezzato

  2. Come non condividere le scritture scritte all’ombra del silenzio quando nessuno ascolta e le cose del mondo passano pur esse, in silenzio. Il Nostro ci ricorda, sommessamente, che siamo nel non siamo. I cieli sono lì per dirci che sono da tempo spariti e che il tutto è tutta illusione. Inutile affaccendarsi, nevroticamente scossi e riscossi da verghe ideali quali pseudo-problemi indesiderati ed inquietanti. Caricati ed oppressi da some tremende, non facciamo altro che sperare nella piena giusta, quella che ci sommergerà in un’estasi celestiale oppure nel delta ampio di uno Stige disperso e disperato.. Oppure in un qualcosa di indefinito ed indefinibile: vuoto/pieno- pieno/vuoto , forse un nulla ai bordi d’un enorme buco nero, micidiale gorgo ove anche la luce, tombata, s’infossa. Comunque qualche lucore di speranza, sia pure in lontananza c’é, poiché ” già pronto / a ritornare vivo.”
    Ma poi quel ritorno inesorabile, quasi coatto, a ritenere il mondo, così com’è, inesisteste, instabile, impalpabile. Dunque tutta nebbia, proprio nebbia tra le dita.

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