Edith Dzieduszycka, un poemetto da “Squarci”, Progetto Cultura – 2018, lettura di Sabino Caronia

edith-dzieduszycka-squarciHa ragione Giorgio Linguaglossa a dire che anche in Italia esistono poetesse di tutto rispetto che si rifanno alla linea europea del minimalismo metafisico della Szymborska come Anna Ventura e, appunto, Edith Dzieduszycka. Il critico romano parla a proposito di quest’ultima di una indagine intorno a un particolarissimo stato psicologico, o campo psicologico dell’inconscio e pone questo vero e proprio romanzo poetico in linea di continuità con i libri precedenti: Trivella (2016) e La parola alle parole (2017), tra i libri di poesia più importanti di questi ultimi anni. La poetessa romana affronta la tematica dell’io e la crisi irreversibile della identità nel contesto della crisi delle forme estetiche. Una scrittura ossessiva, martellante, percussiva, totalitaria.

Si pensi alla significativa epigrafe tratta da Choran e al Freud dell’Interpretazione dei sogni con quei riferimenti alla valenza linguistica della «condensazione» e dello «spostamento», ecco, credo che le categorie psicanalitiche della «condensazione» e dello «spostamento» siano le più idonee ad illuminare la particolarità di questa scrittura poetica. Si ricordi la dialettica eros-thanatos come proposta da Freud in Il disagio nella civiltà: «Potremmo dire che nel piano della creazione non è incluso l’intento che l’uomo sia felice»; «l’amore per il bello è un classico esempio di impulso inibito nella meta».

Sarebbe assai suggestiva un’analisi in chiave psicanalitica di un componimento come Il vestito rosso: il padre perduto, la madre incarcerata, le parole «superflue derisorie impotenti / relegate nel magazzino delle maschere e dei travestimenti». È una favola alla stregua delle Scarpette rosse di Andersen o della bambina col vestito rosso di Schlinder List, fa pensare a Kafka che confida a Gustav Janouch: «Tutte le fiabe sono cruente».

Libro kafkiano questo della Dzieduszycka, che rappresenta la scoperta e la trascrizione in poesia del magma onirico dell’inconscio e si compone di «squarci», narrazioni di quel misterioso mondo che precede la veglia. Si tratta di una indagine dei fantasmi, delle fisionomie misteriose che ingombrano l’inconscio, vicende misteriose e terrifiche: inseguimenti, agguati, minacce da parte di entità umane o subumane, una indagine intorno ai nessi, ai filamenti della materia del mondo onirico e inconscio. Nel caso della Dzieduszycka si può parlare di una struttura lessicale e stilistica composita che predilige lo stile nominale, che potremmo definire come una sorta di realismo onirico, psichico; la poetessa romana al pari di un fisico che indaga il mondo fisico, indaga il mondo della fisica dell’inconscio; come il fisico indaga i comportamenti della materia visibile e scende nel regno invisibile delle particelle e dei corpuscoli, dove non è neppure più possibile parlare di materia ma bisogna parlare semplicemente di energia e di onde di energia, così la Dzieduszycka tratta i personaggi, i fantasmi della sua mente alla stregua di persone reali in carne ed ossa, costruisce una incredibile narrazione di ciò che avviene negli strati profondi della psiche umana fino a scendere in quell’infra, in quell’intermondo che si chiama energia psichica o campo semantico dell’inconscio.

“Il primo racconto accenna a dei misteriosi «personaggi» che «si negavano con ostinazione», che «si mantenevano allo stato larvale… nascosti nella culla del possibile»; si dice chiaramente che sono dei «fantasmi», «ectoplasmi» che stanno «immobili fermi zitti/ invisibili senza voce/ senza forma né consistenza», che sperano «di passare inosservati», di sfuggire alla «trappola».
Nel secondo racconto c’è un personaggio femminile che «non riconosceva più sua madre […] Con quella voce di metallo arrugginito/ che le sgorgava dalle budella»; «sua madre voleva intaccare il magma… inventare storie sempre più terribili», «quello che cercava ed inseguiva/ le sfuggiva si ritraeva si allontanava/ risucchiato dalla nebbia». Il personaggio di questi racconti è l’io colto nelle vicissitudini che comporta la stabilizzazione di una identità «la paura di non essere pronta / di mancare all’appuntamento/ arrivare presto arrivare tardi/ trovare strade sbarrate…». L’io si rivela essere un isolotto circondato dal magma pulsionale di un mare inospitale che vuole espungerlo, infirmarlo, dimidiarlo. La crisi dell’io è la crisi del Logos, crisi del linguaggio, inadeguatezza del linguaggio a identificare le «cose», inadeguatezza dell’io ad identificare i suoi nemici, interni ed esterni, reali e fantasmati. Di qui la labirintite dell’io e il suo cedimento strutturale.
Nel terzo racconto la vecchia automobile Opel viene mandata dallo «sfasciacarrozze», da quel momento l’oggetto automobile viene internalizzato e prende la forma di un fantasma che ossessiona nel ricordo la mente della protagonista che passa da divagazione a divagazione, la catena metonimica che conduce l’io sull’orlo della follia… e compaiono «alcuni personaggi [che] attirano la mia attenzione», finché lungo il percorso da pendolare che il personaggio fa ogni giorno, incontra «un essere luminoso» con «lunghi capelli biondi fino alle spalle», non viene specificato il sesso di questo misterioso personaggio ma forse è un transgender in quanto per l’inconscio dell’ossessivo l’Altro non ha una identità sessuale ma soltanto una nominale, figurale. Ecco che l’Altro si ripresenta di nuovo, sul treno dei pendolari con «una grossa borsa di tela nera/ un astuccio da violino/ che non avevo notato la prima volta». Il racconto rimane in sospeso, viene interrotto nel punto più interessante quando il lettore vorrebbe saperne di più. Ma qui fa capolino l’ignoto, il mistero, l’insondabile.
Nel quarto racconto il protagonista è una «pagina immacolata/ sulla quale tutto diventa possibile/ dove tutto può succedere». «Ci sono i viziosi che si fanno le seghe/ e si masturbano sui sedili da soli o in coppia». E poi c’è Marta, la moglie del tassista protagonista, l’alter ego dell’io narrante, insipida e bigotta donna che castra le fantasie narrative del marito narrante. Il racconto va avanti fino a quando…
Nel quinto racconto, «Traversata», c’è una «porta» che si socchiude, e gli «erranti» vanno «tutti verso quel sogno». «Ombre sulla soglia./ Quattro./ Una per ognuno dei punti cardinali./ Ombre grigie silenti in attesa»”.

Sabino Caronia

 

LORO

È ovvio.
Le cose non possono più andare in questo modo.
Devo prendere dei provvedimenti.
Devo correre ai ripari.
Proteggermi dagli attacchi concentrici
sempre più ravvicinati
che Loro stanno piano piano organizzando
per accerchiarmi
rovinarmi
annientarmi.
Non ho ancora capito chiaramente
il momento in cui tutto questo ha preso inizio.
Si sono mossi in maniera così impercettibile
che ne voi ne io avremmo potuto accorgercene.
Poteva trattarsi di un sogno
ad occhi aperti sul vuoto.
Di un’impressione indefinibile e fuggitiva.
Di un soffio leggero che tutto a un tratto
ti sfiorava i capelli o le spalle
e percepivi come una carezza
dapprima quasi piacevole.
Ma si trasformava poi
lentamente
inesorabilmente
in un brivido sempre più intenso
che correva lungo la schiena.
Ancora un po’
e quel freddo ti avvolgeva
lunga mantella scura e umida.
Ti stringevi allora all’interno di te stesso
tiravi su il bavero della giacca
ci affondavi il collo e il mento.
Ti guardavi le mani
e ne scoprivi allibito le giunture
gialle e rigide come zampe di gallina
mentre la tua pancia si contraeva in onde gelide.

*

A volte invece
ti sentivi attraversato da vampate nebbiose
che ti facevano salire il sangue alla testa
correre veloce
sempre più veloce il battito del cuore
ritmate le pulsazioni delle arterie lungo il collo.
I radi capelli si appiccicavano
alla fronte alle tempie alle guance
gli occhi si arrossavano
la lingua si faceva così spessa e ruvida
simile a carta vetrata
da non riuscire nemmeno ad articolare
anche se non la smettevi
così ti sembrava
di parlare e di parlare ancora.
Non ho capito
e ancora oggi non riesco a decidere
di quelle manifestazioni
quali erano le più orripilanti e angosciose.
Non si alternavano in modo regolare.
Si dipanavano spesso in serie analoghe
imprevedibili e capricciose.
Cambiava soltanto la loro intensità.
Dopo un certo tempo
che poteva sembrarti interminabile o breve
smettevano brutalmente
per venir sostituite da altre nuove
ugualmente violente
che mano a mano diminuivano però d’intensità.
Per cui te ne stavi rannicchiato
col respiro trattenuto
nella speranza che fosse tutto finito.
E invece tutto ricominciava
in modo uguale e contrario
certe volte immediatamente
senza la minima pausa
altre dopo un intervallo
del quale non potevi mai intuire la durata.
Loro.
Loro erano lì.
Comunque.
Sempre.
Loro.
Impalpabili.
Inafferrabili.
Tu ne eri cosciente.
Sentivi che anche Loro
sapevano
che tu li percepivi.
E non potevi mai immaginare
né prevedere
di cosa sarebbe fatto l’istante dopo.
Cosa avrebbero inventato
per mantenerti in quello stato d’ansia
in quell’attesa perenne
insopportabile.

*

Fino a questo punto
erano rimasti silenziosi e muti
né udibili né visibili.
Soltanto ectoplasmi.
Impalpabili
senza consistenza né contorni.
Forse non c’erano nemmeno.
Forse li avevo immaginati.
O forse cominciavo piano piano
a pensarlo
a supporlo
non c’era il minimo dubbio
stavano proprio lì
rimpiattati nell’ombra.
E la loro strategia era una
una soltanto.
Riuscire a convincermi di non stare bene
di essere malato.
E quando dico malato
voglio dire invece fuori di testa.
Io mi sento assolutamente tranquillo a proposito.
Malato non sono
pazzo nemmeno
e continuo a pormi una moltitudine di domande.
Chi sono Loro?
Cosa vogliono da me?
Per quale motivo ce l’hanno con me ?
Con me soltanto
o anche con altri poveretti
in circolazione intorno a me?
Mi guardavo intorno
e osservavo tutti quegli innumerevoli altri
molto attentamente
ma anche discretamente
perché non si accorgessero della mia indagine.
Cercavo di capire dai loro discorsi
dalle loro parole
e perfino e soprattutto dai loro silenzi
dalle loro mosse ed atteggiamenti
da tutto il loro modo di comportarsi
insomma tentavo di verificare
se qualcosa li turbava internamente
o modificava il loro aspetto.
Se gesticolavano o parlavano da soli.
Se avevano dei tic o gli occhi strabuzzati.
Se tremavano sotto i raggi del sole
o se invece sudavano
e si asciugavano il viso e le mani
nelle fredde giornate di febbraio.
Se le loro facce diventavano gonfie e rubizze
sotto la pioggia gelata di novembre.
Ma non scoprivo niente di particolare.
Gli altri avevano i loro soliti stupidi musi di sempre
beati ed ebeti o sospettosi e corrucciati.
Cambiava poco.
La geografia delle multiple espressioni
adottate da quelle maschere ridicole
rimaneva nell’insieme invariata.
In quelle scialbe creature
non notavo nessun pallore o rossore
manifestazioni eccezionali o anormali.
Non si scambiavano racconti lamentosi
oppure sì. Qualche volta
e mi sembrava allora di percepire il mio nome.
Ma nell’insieme rimanevano uguali a loro stessi
imperturbabilmente patetici nella loro rozza pochezza.
E così non ci poteva essere il minimo dubbio.
Dall’alto di queste osservazioni meticolose e prolungate
potevo
dovevo dedurre una cosa sola.
Una cosa che avevo in fondo sempre
intuito immaginato indovinato.
Ero IO
nel loro mirino.
Soltanto IO.
IO SOLTANTO.

*

Quel fatto enorme
mescolato a una sensazione di sorpresa di angoscia
diventava altresì per me fonte quasi inebriante
di soddisfazione e orgoglio.
Chi altro
poteva giustificare un tale dispiegamento di mezzi?
Quale altro bersaglio
era mai stato degno di tali attenzioni?
Loro forse ci avevano pensato a lungo e molto bene.
Probabilmente avevano cercato disperatamente
l’avversario alla loro altezza
e finalmente
dopo ricerche più affannose di quelle
destinate al ritrovamento del Santo Graal
l’avevano finalmente scoperto.
Tanti contro uno.
Loro contro di me.
I Titani in azione.
Una battaglia epica che si stava preparando.
Ma IO ero pronto.
In piedi col gladio in mano.
Non pensino mai di farmi paura.
Mai.
Sarò il più forte.
Sono d’altronde il più forte da sempre.
Senza il minimo dubbio.
Il loro astio non è che il riflesso,
la coscienza della loro imperfezione.
È soltanto invidia.
E rabbia.

*

E poi è cambiato qualcosa.
Una sera di novembre.
Loro si erano tenuti finora ad una certa distanza.
Non li udivo come non li vedevo.
Sapevo con certezza che mi stavano intorno
muta silente e tenace.
Sapevo che mi spiavano.
È dunque successo una sera di novembre
me lo ricordo perfettamente.
Una di quelle sere in cui il buio e l’ombra
senza preavviso
ti piombano addosso
quando già volteggiano nell’aria gelida
foglie rosse e ruggine prima di cadere
tappeto morbido che scricchiola sotto i passi.
Stavo proprio pensando
che non succedeva niente da un certo tempo
quando invece un po’ alla volta
ho cominciato a sentirli ronzare debolmente.
Percepivo il loro affannarsi
che somigliava al volo delle api intorno all’arnia.
Le api operaie indaffarate e solerte
intorno alla loro regina.
Regina o re non cambia.
Un fruscio costante e monotono
che dapprima mi diede un sottile fastidio.
Ma poi capii.
Si trattava del loro modo di comunicare con me
di rassicurarmi.
Erano segnali per ricordarmi
che non mi abbandonavano
che ero sempre al centro
dei loro pensieri
della loro attenzione
che il loro odio nei miei confronti
non era né sparito e nemmeno diminuito.
Che potevo contare sulla loro costante premura.
E così mi rasserenò.
Era quella la normalità.
Avevo finalmente capito.
Si trattava di un ingranaggio ben congegnato
di un complotto sapientemente ordito
finalizzato alla mia distruzione.
Dovevo reagire
lottare
impedire loro di mettere in opera i loro piani.
Piano piano mi sto
direi
abituando
quasi affezionando
a questo strano mondo
oscuro e brulicante intorno a me.
Mondo altroché affascinante e stimolante
se confrontato a quello banale e consueto
che tutti considerano ovvio
e di cui quasi tutti si accontentano.
Credo
anzi
che la diminuzione o la sparizione
della loro flebile litania
mi turberebbe non poco.
La loro presenza mi fa sentir vivo
combattivo pieno d’inventiva.
Devo ogni giorno programmare un giro di vite.
Per farli tacere.
Per smantellare la loro rete.
Conscio della loro presenza
come Loro della mia
conviviamo
sempre all’erta
sacerdoti ferventi delle nostre strane liturgie.

Edith Dzieduszycka

 

edith-dzieduszycka-e-nino-lo-cascio-2015D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione. Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli e André Verdet), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano e partecipa a premi di poesia con inserimenti in numerose antologie.
Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, Editori Riuniti, 2004, prefazione di Giampiero Mughini e Antonio Ducci;  Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti;  Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte, 2007, prefazione di Vittorio Sermonti, postfazione di Giovanni Paszkowski;  L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani;  Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, prefazione di Salvatore Malizia;  Nodi sul filo, racconti, Manni Ed. 2011;  Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012;  Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013, presentazione di Massimo Giannotta;  Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, prefazione di Alessandra Mattei, illustrazioni e nota di Paola Mazzetti;  A pennello, poesia, Ed. La Vita Felice, 2013, prefazione di Elisa Govi, postfazione di Mario Lunetta;  Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014, prefazioni di Sandro Gallo e François Sauteron;  Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, prefazione di Sandro Gros-Pietro;  Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015, postfazione di Anton Pasterius. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016);  Trivella, poesia, 2 ballate, Genesi (2015); Come se niente fosse, poesia, Fermenti, 2016; La parola alle parole, poesia, Progetto Cultura (2016); Intrecci, romanzo, Genesi (2016);  Squarci, Progetto Cultura  (2018).
Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani.  La maison des souffrances, Diario di prigionia di Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, prefazione di François-Georges Dreyfus; Le sol dérobé, Memorie di Marcel de Hody, Editions des Paraiges, (2015)

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3 commenti
  1. Alla dotta lettura che Sabino Caronia riserva all’opera di Edith Dzieduszycka, sulla quale anch’io pronunciai a suo tempo qualche parola, aggiungerei soltanto il dato che riguarda il procedere di Edith per “visioni”.

    Visioni anche sonore, oltre che di immagini liriche, nelle quali tuttavia l’autrice supera le strettoie del semplice elemento percettivo e approda, direi secondo il protagonista proustiano della Ricerca del tempo perduto, e qui la prima formazione all’umanesimo letterario francese di Edith alza la sua voce, all’elemento “immaginario” il quale com’è noto si lega strettamente sì, come sostiene giustamente Sabino Caronia, al sogno e all’inconscio, ma si lega soprattutto alla MEMORIA, alla memoria perfino infantile.
    Dunque, visione intima ripercorsa per memoria che poi è la base stessa di ciò che possiamo dire creazione artistica.

    Così interpretata, non ho nessun timore a segnalare la prospettiva quadri-dimensionalistica entro cui Edith in quest’opera si pone, dove il quadri-dimensionalismo deriva proprio dall’aggiunta della Memoria al tri-dimensionale
    lunghezza-larghezza-profondità del mondo:

    esemplare ne è questo stralcio

    […]Sapevo che mi spiavano.
    È dunque successo una sera di novembre
    me lo ricordo perfettamente.
    Una di quelle sere in cui il buio e l’ombra
    senza preavviso
    ti piombano addosso
    quando già volteggiano nell’aria gelida
    foglie rosse e ruggine prima di cadere[…]

    dove quel “me lo ricordo perfettamente” è un inno alla forza del fattore M. , la Memoria…

    Una bella e colta pagina questa di oggi di Erato.

    (gino rago)

  2. La comune necessità di capire, sempre di più, qualche cosa che. magari. avevamo trascurato o non avevamo approfondito abbastanza. La questione freudiana dell’inconscio – speculare spettro di noi tutti- ad inseguirci nel sonno e nella veglia donde fantasmi di giorno e di notte. E la coscienza, quella apparentemente normale, messa sempre in un angolo tanto da sembrare persino priva di senso. Fatto sta che la Nostra coglie appieno codesto ‘stare in aria appesi’ funamboli sul filo. Conta tutto e non conta nulla. I generi non hanno più senso ed in effetti il soggetto può essere, o divenire, maschile, femminile, ma pure neutro ed ancora di più a metà di codesti generi, oppure a tre quarti, o ad un quarto, o a metà e così all’infinito. La complessità dell’io si appalesa semplicemente inesplicabile, ma ci esalta come pure ci fa inorridire in una danza celestiale, ma pure infernale. Convivere con queste complessità sciorinate nella veglia come nel sonno, vuol dire un’ affaticamento che, alla fine, può diventare insopportabile. La soluzione potrebbe essere l’Omega finale. Infatti così è, per tutti. Ma la Nostra ha la positiva capacità di lottare fino allo spasimo, pur se conscia della ‘galera’ che vorrebbe rinchiuderla per sempre, ma ne fugge liberando il pensiero, quel pensiero/oltre in cui potrebbe esserci il bagliore della speranza. D’accordo appieno con G. Rago . ” Una bella e colta pagina questa di oggi di Erato”.

  3. Dovessi visualizzare la poesia di Edith Dzieduszycka, affiderei l’incarico a un illustratore di fantascienza: il mondo dopo la glaciazione, dopo il disastro nucleare… i misteriosi luoghi dell’inquietudine.

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