Bernard Noël, La poesia del corpo, di Roberto Taioli

BERNARD NOELPer parlare della poesia di Bernard Noël, autore francese, nato nel 1930 ad Aveyron, si è scelta un’operetta edita nel 1958 e pubblicata in Italia da Mondadori nel 2001, con traduzione di Donatella Bisutti. Il testo è “Estratti del corpo” e costituisce un poemetto ove la fisicità è portata in superficie attraverso il bisturi tagliente della parola . Il libro indaga il corpo umano nella meraviglia dei suoi labirinti, nella grandezza e miseria del suo farsi e disfarsi, trasformarsi, avvolgersi e contorcersi, ma senza anestesia, nella sua carne viva. Condotta in versi alternata alla prosa, la scrittura corporea di Noël apparentemente disorienta e sembra respingerci per la durezza chirurgica dei suoi esiti, dei tagli profondi che opera, delle stanze che apre senza infingimenti e remore. La sua poesia della carne incrocia non pochi versanti della filosofia della percezione di Maurice Merleau-Ponty, ove il dispiegarsi della corporeità è centrale. Il filosofo parla della “carne del mondo” e Noël dell’”entonnoir interne”, l’imbuto interno che noi siamo, come in una infinita digestione, entro il quale la materia convoglia tutta l’essenza sensibile nell’esterno che occupiamo e che riempiamo. Interno ed esterno non sono luoghi distanti, ma convivono e coabitano, in un viluppo, in una catena di rapporti, contasti, inferenze, interferenze, aperture e chiusure, Il corpo è sempre in viaggio e la nostra coscienza ad esso soggiace, modellandosi sui suoi ritmi, sulle sue palpitazioni , nelle pause In questo humus la vita corporea dell’universo appare un teatro ove orrori e meraviglie recitano il medesimo testo sono la finestra del nostro affacciarsi e sporgersi, esistere consumarsi, morire. Noël non fa l’esaltazione della corporeità, ma piuttosto ne registra l’esistere e ne decifra il linguaggio, leggendone i simboli e quindi lavorando sui segni. L’astratto esiste ma solo dopo avere derubricato la corporeità, come sua appendice, non prima. Il paradosso di questa scrittura, il doppio volte e le due labbra, sta nella capacità che l’autore dimostra di saper orchestrare un pensiero astratto, perlustrando la mente gli anfratti, le cavità splendide e oscene del corpo nella sua materialità, nella sua indifesa concretezza. Ecco quindi nominare i nervi o le gengive, le vertebre o il ventre, per confrontare il ribollire del corpo con l’angoscia che cosentiamo dentro: “non si tratta di espellere il vuoto ma di attraversarlo nel corpo”, non come un osservatore esterno ma coessenziale all’esperienza. Ne esce un affresco drammatico, simile ad una bolgia dantesca, ove l’infinità pietà si lega all’infinito orrore.

Roberto Taioli

 

je me souviens
et quelque chose fait le noir
pour développer ce moment
où le corps suait de la pensée
où la penseée dèmoulait le corps

mi ricordo
e qualcosa fa buio
per sviluppare quel momento
in cui il corpo trasudava l pensiero
il pensiero traeva dalla sua forma il corpo

La terre s’affaisse dans mon corps. Je suis la terre et l’affaissement de la terre. L’oesophage est le centre immobile de ce glissement. Il n’y a plus ni squelette ni nerfs . je vois sans voir. La souffrance gite dans les lézardes qui traversent ce lent èboulement, mais elle ne fait plus male.

La terra sprofonda nel mio corpo. Io sono la terra e lo sprofondamento nella terra.. L’esofago è il centro immobile di questo slittamento. Non ci sono più né scheletro né nervi. Vedo senza vedere. La sofferenza si intana nelle crepe che attraversano questo lento smottamento, ma non fa male.

Le péritoine se crevasse. Je me peuple de trous d’air. Chaque effort de l’oeil crispe comiquement ma gorge… Un autre émerge dans mon ventre sans etre venu de l’extérieur.

Il peritoneo si fessura. Mi popolo di buchi d’aria. Ogni sforzo dell’occhio contrae comicamente la gola. … Un altro emerge nel mio ventre, che non è venuto da fuori.

Granules, granules au vent, les poumons se désagrègent et toute dévale dans l’entonnoir interne. Ma matière asprirée tombe vertigineusement. Mais il n’y a pas défécation vers l’extérieur. Tout me quitte, et cependant tout reste en moi.

Gramuli, granuli al vento, I polmoni si disgregano e tutto scivola nell’imbuto interno. La mia materia aspirata cade verticalmente. Non c’è defecazione verso l’esterno. Tutto mi abbandona, eppure tutto resta in me.

Le sternum brule la plèvre.
La plèvre, cvontractée, étouffe le poumons.
L’air pleut en escarbilles sur l’estomac.
Un acide coule le long vertèbres et dèvores les
raciness du ventre. Tout deviant blanc. Les os entassent
leur rocaille. Le regard se casse, d’une ébooulis à l’autre,
puis rampe.
En haut, dans la sinistre solitude du crane, l’oeil pend.

Lo sterno brucia la pleura.
La pleura, contratta, soffoca i polmoni.
L’aria piove in pulviscoli di carbone sullo stomaco.
Un acido cola lungo le vertebre e divora le radici del ventre.
Tutto diventa bianco. Le ossa ammucchiano spuntoni di pietra.
Lo sguardo si infrange, da uno smottamento all’altro, poi striscia.
In alto, nella sinistra solitudine del cranio, l’occhio pende.

Aucun désir n’embue ma verticalité. Ma soif a bu ma propre soif. L’oeil n’est plus qu ‘ une bille tinte dans sa boite. Une dent creuse a mangé ma langue. Quelqu’un a posé des vitres entre mes cotes. Tout est clair. Je pense à l’avenir: j’ai commandé un sexe d’os.

Nessun desiderio appanna la mia verticalità. La mia sete si è bevuta la mia sete. L’occhio è solo una biglia tintinnante dentro la sua scatola. Un dente vuoto ha mangiato la lingua. Qualcuno mi ha posato vetri fra le costole. Tutto è chiaro. Penso all’avvenire: mi sono ordinato un sesso d’osso.

Bernard Noël (traduzione di Donatella Bisutti)

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3 commenti
  1. Complimenti !.Ottimo testo per questo aspro e fascinoso poeta che ho avuto modo di conoscere. Di lui ho tradotto due libri: uno in prosa “Artaud et Paule” e L’ombre du double(poesia) entrambi per la collana “i libri dell’Arca” della Joker edizioni. Quest’ultimo è il suo libro di versi più bello e che anche lui predilige. Mi ha fatto piacere questo post! Se desiderasse i libri citati non ha che da chiederli all’editrice o a me stessa che ne posseggo ancora delle copie.

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